Dossier FS 34

Dossier FS 34
di Mauro Antonio Miglieruolo

Le ultime sei del giorno, munite ognuna, spero, di sei non faticosi commenti. Piccole ministorie in erba che un giorno, chissà, io o qualcun altro potrebbe aver voglia di sviluppare.

Siamo su un satellite di Saturno. Su un satellite di uno dei tanti pianeti Saturno (pianeti dotati di anelli) che sembra esistano nell’universo (ce ne sono diversi anche nel Sistema Solare).
Un visitatore proveniente da una qualche lontana galassia ha scattato la foto che ci è dato ammirare.

Possiamo noi elaborare, partendo dalla nostra, la sua personale emozione?
Possiamo e vogliamo farlo. Gli elementi presenti nell’immagine ci favorisocno, lo rendono possibile. Eccoli.
L’anello esterno, apparentemente vicinissimo, che quasi tocca il mondo da cui parte la contemplazione; la navicella spaziale che fa spola tra chissà quali e quanto sorprendenti centri abitati alieni; il fumo di un vulcano, ultimo sussulto di un mondo ormai quasi spento, privo del calore sufficiente per liberarsi dalle nevi eterne che lo ricoprono (neppure sufficiente a liberare le sue proprie pendici).
In una realtà simile potrebbe una mano caritatevole, forse anche quella dell’umanità, non più solo avida di conquiste, iniziare una gloriosa opera di terraforming?
L’aria c’è, un velo non troppo sottile di atmosfera si evidenzia all’orizzonte. L’acqua pure: tutto quel bianco mi piace pensare sia ghiaccio tradizionale. La bellezza, inoltre, invade il cielo. E’ certo che quella bellezza, tradotta in impresa da artigiani e artisti, potrà essere trasferita sulla terra.
Forza, allora. Contro coloro che pensano sia stato sempre così e sarà sempre così, le spese militari non si toccano, il Capitale dominerà sempre i destini, le stelle sono lontane, l’utopia il luogo dell’impossibile, contro costoro concepiamo il più difficile, le imprese più faticose. Siamo uomini stocastici, ricchi di infinite possibilità, non marchigegni di carne prigioniere della predestinazione. Possiamo essere tutto ciò che crediamo di poter essere. Anche demiurghi creatori di mondi. Basta volerlo e lavorare per attuarlo.
La fantascienza ce lo ha insegnato: dall’alto dell’essere suo scientifico la meccanica quantistica ce ne ha fornito l’inconfutabile conferma. Il mondo è nostro, a patto che noi si impari a stare al e rispettare le regole del mondo.
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Ancora una visione spaziale, inquadratura di mari lonrtani, raccolti in paesaggi spigolosi e minacciati da un Sole che si spegne, o un pianta gigante in procinto di accendersi.
O si tratta di un mondo annientato da una catastrofe nucleare che sta andando incontro a una ancora più irreparabile catasterofe palenetaria: lo scontro tra mondi?
Sia come sia non sembra esserci vita in quel mare.
Il desiderio stimola però l’immaginazione a desiderare che ci sia. Una vita qualsiasi, che ci chiama, invoca di essere portata alla realtà virtuale di una racconto; o semplicemnte di una fantasticheria esobiologica.
Noi però possiamo andare altre il virtuale. Noi: i nostri nipoti o pronipoti: Possiamo disseminare la vita, di suo già sterminata, su pianeti che non aspettano altro che d’ospitarla. Di nutrirla, cullarla e elevarla al rango specifico di ogni specifica alta umanità.
Di mezzo c’è un solo ostacolo. Questo ostacolo non è costituito dal tempo. Il tempo è solo il quanto occorre all’accavalarsi delle generazioni per realizzare un determinato fine. Superato questo ostacolo, che si chiama capitale finanziario, avremo la possibilità di una intera galassia tutta per noi.
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Una, cento, mille Stonehenge, sembra dirci l’anonimo creativo di questa bella e un po’ troppo densa immagine. Ne ha concepita e realizza infatti più d’una di Stomehenge, dandoci per altro la possibilità di immaginarne ancora altre, e poi altre, a discrezione. Con il corollario di infiniti visitatori stellari che ne illuminano l’incanto nell’incanto della notte.
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Pensate allo sforzo di inventiva che è occorso negli anni cinquanta per assemblare l’immagine che presento.
Ispirato da un particolare di quell’immagine ho scritto un romanzo (anni settanta), romanzo su una protagonista (Eea) che probabilmente non prenderà mai vita. Pubblicata entrerebbe nelle teste dei lettori, non messa a disposizione del pubblico resterà uno sterile susseguirsi di segni sul bianco obseloto della carta. Questa Eea dell’illustrazione, la Eea non mia, il disegnatore l’ho voluta inserire nell’uovo già interamente formata, vissuta, completa probabilmente delle nozioni e emozioni da adulta: quelle essenziali alla sopravvivenza. Lo ostica, mortificata esistenza che è costretta a vivere qualsiasi abitante la irrealtà tecnologica del reale razionale in grado di corrompere anche la più solida, originaria oggettività.
Anche la mia è adulta ,ma nella piena inocenza di chi deve apprendere tutto per sopravvivere. Nozioni e emozioni incluse.
A distanza di anni mi sembra di comorendere il perche di questa trasposizione. Probabilmente l’ho fatto in quanto il me adulto si rendeva conto di avere ben scarsa dimestichezza con le abilità con le quali bisogna sapersi destreggiare per sopravvivere convenientemente nell’incubo cittadino che già anticipava il XX secolo; che ero su una terra nella quale diecimila anni di sbagli e orrori avevano prodtto l’occultamento del Paradiso Terrestre che in origine era stato il mondo.
E che opino domani possa tornare a essere.
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Oggi quegli aerei non appaio tanto avveniristici quanto probabilmente ritenevao il disegnatore. Confesso che non lo erano neppure per me. Allora. Né avveniristi, né fascinosi.
Ugualmente interessante risultava l’insieme: l’occhio, forse a causa degli inusitati supporti di terra, reagiva positivamente ogni volta che incontrava quella immagine.
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Vi dice nulla questa infausta copertina? A molti di voi dovrebbe.
Si tratta di una allusione alla prima invasione marziana del pianeta Terra. Quella del primo Novecento ideata da Wells.
Sugegstione delle mille guerre del secolo precedente, nonché delle mille che avrebbe prodotto il secolo in formazione.
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Redazione
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