Paraguay: l’etnocidio degli Ayoreo Totobiegosode

di David Lifodi

La tribù degli Ayoreo Totobiegosode vive nelle foreste del Paraguay occidentale, abita in un angolo remoto del paese ed è una delle poche comunità di indiani isolati rimaste in America Latina, ma nonostante questo gli allevatori stanno distruggendo il loro territorio. La loro collocazione geografica, assai lontana dalla stessa Asunción, ha permesso alle grandi imprese di fare il bello ed il cattivo tempo sul territorio dove hanno abitato da sempre: il furto delle terre, unito al disboscamento selvaggio, è divenuto una costante, e l’attuale instabilità politica del paese in seguito al recente golpe che ha spodestato Fernando Lugo ha contribuito far calare l’oblio sulla loro difficile situazione.

Survival International è un’associazione storicamente impegnata a difesa dei diritti delle tribù di indiani incontattati e sostiene con certezza che i grandi bacini d’acqua costruiti dai latifondisti paraguayani per abbeverare le mandrie rappresentano l’anticamera dei disboscamenti selvaggi proprio nella zona dove abitano gli Ayoreo. Dalla foresta deriva la sopravvivenza di questa tribù, fatta di cacciatori e raccoglitori: se il disboscamento prosegue per gli Ayoreo sarà la fine. Più volte l’Organización Payipie Ichadie Totobiegosode (Opit) ha segnalato al ministero dell’ambiente paraguayano la deforestazione illegale, così come il tentativo di costruire una strada nel cuore della foresta A condurre questo attacco, purtroppo non l’unico nei loro confronti, l’impresa spagnola Carlos Casado Sa, partecipata del Grupo San José, colosso spagnolo delle costruzioni e del settore immobiliare, impegnata, tra l’altro, nella realizzazione del nodo spagnolo dell’alta velocità Madrid-Valencia. L’allarme degli Ayoreo, ripreso e diffuso da Survival International, è fondato. All’inizio dell’estate emissari della Carlos Casado Sa si sono presentati ai leaders della tribù proponendo loro un “accordo amichevole”: se lo avessero firmato i lavori per la costruzione della strada sarebbero cominciati. In seguito al loro rifiuto Carlos Casado Sa ha giocato sporco, presentando al Dipartimento agli Affari Indiani del Paraguay (Indi) la ratifica dell’accordo sottoscritta dagli indiani. Si trattava di firme false, come si è accorto lo stesso Dipartimento, in seguito ad una lettera degli Ayoreo che denunciava quanto accaduto solo poco tempo prima. Gli indiani chiedono il rispetto del progetto “Protección del Patrimonio Natural y Cultural Ayoreo Totobiegosode”. Il progetto esprimeva chiaramente il diritto dei popoli indigeni a sviluppare la propria identità etnica e a vedersi riconosciuto il loro habitat territoriale. Inoltre, poco prima del colpo di stato l’Indi era impegnato in una difficile vertenza con i grandi proprietari terrieri affinché la terra fosse restituita agli Ayoreo, che peraltro sottolineano come la Carlos Casado Sa non avesse ottenuto le necessarie autorizzazioni ambientali dal governo paraguayano allora in carica. Già in passato le forti lobbies degli allevatori di bestiame erano riuscite a bloccare la cessione di 34mila ettari di terra acquistati dall’Indi per gli Ayoreo-Totobiegosode Un altro particolare non proprio secondario riguarda il mancato rispetto della Carlos Casado Sa, ma anche di molte altre imprese, della Convenzione Ilo 169, che riconosce ai popoli indigeni il diritto sulle terre ancestrali di decidere autonomamente del proprio futuro. E proprio sul futuro ed il territorio degli Ayoreo non incombe solo la Carlos Casado Sa. Alcuni mesi fa le compagnie brasiliane River Plate Sa e Bbc Sa sono state sorprese mentre disboscavano illegalmente la terra dove abitano gli Ayoreo. Il fenomeno delle imprese brasiliane legate agli ormai denominati brasiguayos (allevatori di bestiame o imprenditori agricoli legati alla monocoltura della soia trasferitisi dal Brasile al Paraguay approfittando di una legislazione più favorevole) che spadroneggiano nel piccolo paese a loro confinante sta assumendo dimensioni sempre più preoccupanti. Una delle più importanti imprese brasiliane che lavora nel settore dell’allevamento di bestiame, la Yaguareté Porá, ha già distrutto migliaia gli ettari di terra ed ha continuato ad operare impunemente nonostante la revoca decretata dal governo. In pratica, il Chaco paraguayano è di sua proprietà. Yaguareté Porá ha più volte tacciato Survival International di divulgare “affermazioni false ed irresponsabili”, sostenendo che non esiste alcun documento attendibile in cui il territorio abitato dagli Ayoreo viene attribuito agli indiani. Non contenta, la stessa impresa lamenta il ritardo nella concessione della licencia ambiental necessaria per lavorare nel Chaco, ma così facendo si tradisce, poiché significa che si è installata in territorio indigeno in maniera del tutto illegale. Le perplessità della Secretaría del Ambiente paraguayana a concedere il nullaosta sono presto spiegate: “Yaguareté Porá”, scrive Survival International, “possiede un appezzamento di 78mila ettari nel cuore del territorio Ayoreo e progetta di spianare gran parte dell’area per aprirvi un allevamento di bestiame, con effetti devastanti sulla possibilità degli indiani di continuare a viverci”. Sul destino degli Ayoreo, per i quali si prospetta un vero e proprio etnocidio, pesa anche l’immobilità dell’Onu, impossibilitata ad intervenire. Global Compact è un progetto delle Nazioni Unite volto a finanziare le imprese che basano le loro attività sul rispetto dei diritti umani, dei lavoratori e, più in generale, di tutti i diritti civili e sociali. Gli Ayoreo però sono riusciti a smascherare la Yaguareté Porá, che fa parte di Global Compact, ma si guarda bene dal rispettare i dettami imposti dall’Onu che, da parte sua, ha ammesso di non avere alcun mandato per indagare sulle multinazionali aderenti al progetto e quindi, alla richiesta degli indiani di escluderla dal progetto ha risposto lavandosene le mani.

Il furto e la distruzione della terra ai danni degli Ayoreo prosegue: difficilmente si farà carico delle loro istanze il governo golpista di Federico Franco.

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