Tempo di IMU, ma la Chiesa no

Tempi di Imu. Ma la Chiesa no
di Mauro Antonio Miglieruolo

Sembra che neppure per l’anno prossimo il Vaticano pagherà l’IMU. Il governo tarda nel definire le modalità di applicazione dell’imposta. Un ritardo sospetto, anzi molto più che un sospetto. Un ritardo voluto, per non incorrere nelle ire dei referenti politici degli ecclesiastici; e conseguenza dei riposti timori del potere “legittimo” nei confronti di uno illegittimo

e però abilitato a operare in forza di una “sudditanza psicologica” alla quale basta una tonaca o un aggrottare di ciglia per produrre ossequio.
Nulla di nuovo sotto il sole. In Italia è sempre stato così. Le due parti, Chiesa e potere temporale incapaci di fronteggiarsi rispettandosi, ognuno consapevole dei propri limiti e proprie prerogative. La parola d’ordine “libera chiesa in libero stato” è concetto declinato “libero stato sotto la libera chiesa”. La quale, almeno negli ultimi mille anni (e forse più) ha badato soprattutto alla realizzazione delle proprie imprese e interessi“temporali”, sui quali ultime è indisponibile a mediare, anche a detrimento dei propri obblighi spirituali. La cura dell’immagine, alla quale vengono dedicate grandi cure, passa in secondo piano quando di mezzo ci sono i quattrini.
E infatti, nonostante la vergogna di una esenzione che è pura regalia, nonostante le molte voci che si sono sollevate e i malumori di massa che ne sono derivati, ci si ostina a tentare di sottrarsi, riuscendovi pure.
Oggi come mille anni fa. Vizio antico che non si ha alcuna intenzione di perdere. Tornando indietro nel tempo si trova la Santa Romana Ecclesia impelagata in questioni di mero interesse economico, attività nella quale si distingue. Toccateli su tutto, non sui denari, diventano delle belve.
Mi è capitato di recente tra le mani un’antologia della scuola secondaria. Inseguendo ricordi del me fanciullo di allora, ho frugato tra le ormai facili pagine, per verificare se ne conservavo una corretta memoria, il primo esempio di scrittura volgare. Leggendo un testo mi è venuto da considerare la singolarità dello stesso. Un testo che rimandava a contesa sugli averi, con la Chiesa impegnata in giudizio per usucapire terre che si ignora come fossero giunte nella sua disponibilità. La contesa oppone i frati del convento di San Benedetto a un certo Rodelgrimo, vecchio proprietario delle terre. I “buoni” frati (possibile pure lo fossero effettivamente), per mezzo dell’abate di Montecassino (Aligerno) rivendicano davanti giudice Arechisi, quella proprietà, sullo stato delle quali i testimoni dichiarano (si ignora quanto spontaneamente):
Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti
(960 dopo Cristo. Testimonianze simili vengono rilasciate a Sessa Aurunca nel marzo del 963; e a Teano nel luglio e ottobre dello stesso anno: non dovevano essere infrequenti all’epoca le usurpazioni dei conventi).
Come e perché i frati abbiano potuto disporre liberamente per trenta anni di quelle terre non è possibile sapere. Eredità giacente e rivendicata con ritardo? proprietario assenteista, impegnato a guerreggiare altrove? oppure terre avute in affido e poi abusate? In quei tempi turbolenti tutto poteva accadere e tutto accade. Sappiamo che i frati invece di rinunciarvi in favore di coloro la cui vita dipendeva da quel possesso, senza farsi troppi scrupoli se ne impadronirono in forza della legge; uguali in questo ai vari Rodelgrimo loro avversari dell’epoca, o magari gli antenati di Rodelgrimo, che se ne erano impossessati con la forza della spada. Il solito del ladro che ruba a un ladro…
Nulla di cui stupirsi, dunque, se perdura l’accanimento curiale contro il contribuente italiano, una lunga tradizione lo sostiene. Un accanimento che si accoppia bene a quello degli altrettanto vituperati politici, i quali non si stancano mai di vivere sontuosamente alle spalle dei loro rappresentati; nonché di lasciar vivere ancor più sontuosamente masse sterminate di parassiti che gli fanno da corte; concausa non secondaria nel dissesto delle finanze del cosiddetto Bel Paese, sempre più simile al bordello evocato da Padre Dante (nave senza nocchiero in gran tempesta, non donna di province, ma bordello) che “al paese più democratico del mondo” celebrato negli anni settanta dall’improvvido Berlinguer.
Spiace dover fare questo accostamento. Tra gli irresponsabili che guidano l’Italia, nostra vergogna e pena, e i vellutati dirigenti il Vaticano. Ma più che a me dovrebbe spiacere loro offrire il destro a che l’avvicinamento possa essere effettuato. Sarebbe nel loro interesse distinguersi, ma non lo fanno. L’avidità anzitutto. Il potere del danaro, ancora prima. A qualunque costo. A costo di rischiare di essere travolti da una uguale rovina: quella che prima o poi finirà con l’abbattersi sui gruppi dirigenti italiani.
Sono comunque ancora in tempo per riparare. Prendere le distanze e mostrare una qualche volontà di resipiscenza. Paghino, sorta di ravvedimento operoso, il dovuto senza aspettare sia chiesto dai tremebondi donne e uomini di governo (spietati solo con la povera gente), compagine bene intenzionata a non chiedere mai (è innamorata, si vede). Affinché almeno una delle prescrizioni dei Vangeli, ai quali fingono di riferirsi, possa essere rispettata. Quella che impone di dare a Dio quel che è di Dio e allo stato (Cesare) quel che è dello stato.
Non soltanto in vista della propria permanenza ai posti di comando. Ma anche a difesa della propria dignità e proprio decoro; e, soprattutto, per poter essere giudicati con maggiore misericordia quando verrà il tempo del giudizio.
Mauro Antonio Miglieruolo

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