Ennesimo suicidio nel carcere di Bologna

Bisogna fare di più per la prevenzione: 10 domande e una proposta

di Vito Totire (*)

Il suicidio è un evento drammatico, uno dei comportamenti con i quali l’essere umano può reagire a condizioni di estremo disagio. Da sempre la comunità si interroga sulle motivazioni di questi comportamenti e sulla possibilità di prevenirli.

I suicidi ovviamente si verificano anche fuori dal carcere e non sono prevenibili, nei soggetti a rischio, con provvedimenti a priori oppure uguali per tutti.

Ogni suicidio in carcere tuttavia ripropone peculiarità e interrogativi visto che le prigioni sono, in teoria, il luogo sociale del massimo “controllo”.

Per questo ci si interroga su strategie di prevenzione che tutti dicono di voler mettere in atto ma che tardano ad arrivare.

La prevenzione del suicidio in carcere non può fondarsi su un approccio meramente custodialistico. Molti gli interrogativi che devono precedere o meglio sostituire, la sorveglianza a vista o l’accortezza di non rendere disponibili gli strumenti per il passaggio all’atto suicidario.

E dunque per l’ultima persona che ha perso la vita nel carcere di Bologna è doveroso chiedersi:

  1. esiste un piano generale di prevenzione? Se esiste lo si ritiene migliorabile?
  2. la detenzione in carcere era stata ritenuta compatibile per una persona, secondo le cronache, “tossicodipendente”?
  3. se la persona era in quella che viene chiamata “infermeria” vuol dire che il suo stato di salute era peggiore di quello del resto della popolazione detenuta; la permanenza in “infermeria” era una misura sufficiente?
  4. chi ha valutato e come il rischio suicidario?
  5. chi ha preso in carico e come la pulsione suicida se questa era stata indagata o era emersa?
  6. come era stata presa in carico: con farmaci? con un supporto psicoterapico? con un intervento di risocializzazione (formazione, lavoro interno ecc.)?
  7. è stato siglato un patto anti-suicidio fra uno psicoterapeuta e il soggetto recluso?
  8. a che punto sono gli studi e le ricerche della regione Emilia-Romagna sulla sofferenza psichiatrica della popolazione detenuta?
  9. ci si è interrogati se si potesse evitare la permanenza nella lugubre struttura di via del Gomito?
  10. perché le istituzioni piuttosto che occuparsi meglio della salute sprecano risorse nella inutile (e lombrosiana) schedatura del Dna che non risolverà alcun problema di ordine pubblico e peggiorerà il marchio sociale contro le persone carcerate?

Sono interrogativi che non poniamo da oggi. Li abbiamo posti a tutta la città da quando la Dozza è stata aperta. Li poniamo dall’epoca del primo suicidio nella Dozza che riguardò J. B. persona che, pur dichiarata incompatibile con lo stato di detenzione, non venne trasferita altrove (cioè non si fece “in tempo”) per carenza di personale di custodia; la magistratura non ravvisò nessuna responsabilità!

Tuttora gli agenti penitenziari sono fortemente sotto organico; ma se l’azione di “maquillage” delle carceri pare riuscito, agli occhi della Ue, non è credibile per noi perché non è reale.

Solo ieri un quotidiano locale ha magnificato l’allungamento della speranza di vita per i bolognesi negli ultimi 35 anni. Un balzo in avanti davvero mirabile; dagli anni ’70 del secolo scorso a oggi: più 9 anni per i maschi, più 7 per le femmine. Ma la speranza di vita e di salute deve essere uguale per tutti. E’ iniquo che solo per alcune persone esista una maggiore “speranza di vita”.

Occorre avviare una inchiesta, soprattutto popolare e dal basso, sulla speranza di salute e di vita della popolazione carceraria, a cominciare da Bologna.

Occorre elaborare un piano di prevenzione che passi attraverso la dichiarazione di illegalità della struttura carceraria bolognese.

Basta con le istituzioni che “stanno a guardare”. Alla Ausl di Bologna abbiamo chiesto, il 2 gennaio 2017, il secondo report sulle carceri del 2016 : ci deve ancora arrivare!

Non è con i reports puntuali che si mitigheranno i problemi della Dozza ma le indagini oltre che essere puntuali devono diventare altro da quello che sono oggi: cioè un rapporto sullo stato di salute della popolazione detenuta e lavoratrice delle carceri con una dichiarazione di programmi per la prevenzione.

Bologna, 27.2.2017

(*) Vito Totire è psichiatra, portavoce delle associazioni Chico Mendes e Centro Francesco Lorusso. Sulla situazione del carcere bolognese Totire è intervenuto più volte in “bottega” in particolare in gennaio con questo post Bologna: un altro tentato suicidio alla Dozza e nell’aprile 2016 con Bologna: morte in carcere dove rilanciava l’appello per la costituzione di un comitato popolare di indagine. La vignetta di Mauro Biani è stata scelta dalla redazione della “bottega”. [db]

 

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