Esperienze di governo del territorio

recensione al libro curato da Antonietta Mazzette

«Negli ultimi 50 anni (in particolare negli ultimi 3 decenni) si conferma l’idea che diffuse pratiche edilizie si siano affermate al di fuori di un ordine riconoscibile, con una sostanziale rinuncia alla pianificazione». Nessuna enfasi in questa frase ma, riflettendo bene, è un giudizio severissimo sull’Italia. Così scrive Antonietta Mazzette aprendo il volume, da lei curato, «Esperienze di governo del territorio» (324 pagine, 20 euri) edito da Laterza, con il sottotitolo «Tra effetti perversi e prove di democrazia». Il volume raccoglie i risultati di una ricerca sociologica in 5 regioni italiane (in realtà 4 più il caso anomalo di Perugia) «molto diverse fra loro per storia, dinamiche demografiche e tessuto economico» con l’ambizione di mettere a fuoco non solo «i profili degli insediamenti territoriali, dell’esperienza di progettazione» ma anche «del ruolo degli attori politici e delle mappe di potere».
Con il titolo «Dalla Rinascita al Piano Paesaggistico, storie di ordinario consumo del territorio» la Sardegna finisce nella lente di Camillo Tidore che, come la curatrice del volume, insegna all’università di Sassari. Anche l’Isola è «al di fuori di un ordine riconoscibile», rifugge dalla pianificazione? Senza dubbio, anche se tentativi di “ordinare” vi sono stati «in uno schema ricco di accelerazioni e brusche frenate»; il concetto guida è – scrive Tidore – «una storia di deludenti sperimentazioni».
L’analisi si concentra su 4 punti: «la filosofia del piano», «gli attori», «natura e livello della partecipazione» infine «le rappresentazioni del territorio (…) che si sono succedute in corrispondenza delle diverse stagioni». Queste stagioni (in «una griglia di lettura a maglia larga») sono 3: «la Rinascita, l’avvio del processi di modernizzazione (…) dal dopoguerra agli anni ’70»; «crisi industriale, crescita del modello turistico e del consumo indiscriminato del territorio» negli ultimi due decenni del secolo e nei primi anni post-2000; infine «la pianificazione paesaggistica e la tutela ambientale, avviate a partire dal 2004 e rapidamente entrate in crisi».
L’analisi di questi passaggi è minuziosa e interessante come pure i rimandi al «metrocubismo», ai disequilibri fra le diverse aree della Sardegna, alle contraddizioni fra nuove pratiche e vecchie culture di governo o i riferimenti a vuoti, carenze, sovrapposizioni, frammentarietà e contraddizioni.

UNA NOTA E QUALCHE ALTRO PENSIERO
Questa mia recensione è uscita (parola più, parola meno) sul quotidiano «L’unione sarda» (nell’inserto libri del 24 dicembre 2011) e dunque era centrata sull’analisi dell’Isola.
Nel libro c’è ovviamente molto di più. Gli altri 4 casi sotto esame sono significativamente titolati così: «Il governo del territorio in Lombardia. Un “modello” di deregolamentazione» scritto a 6 mani da Francesco Memo, Sara Rancati e Francesca Zajczyj; «Dai comprensori ai piani strategici: linee della pianificazione di area vasta in Piemonte» di Silvia Crivello e Alfredo Mela; «Miti e riti della pianificazione strategica urbana. Il caso di Perugia» di Roberto Segatori; infine «Centralismo burocratico e politiche territoriali. La vicenda dei Fas in Sicilia» di Michela Morello. Non potendo qui esaminare in dettaglio questi 4 capitoli, preferisco  tornare alla introduzione, anzi ai «prolegomeni» di Antonietta Mazzette. Che inizia appunto con quella frase – pacatamente drammatica – che vale ripetere: «Anche a una sommaria osservazione dell’uso del territorio fatto in Italia negli ultimi 50 anni (ma in particolare negli ultimi tre decenni) si conferma l’idea che diffuse pratiche edilizie si siano affermate al di fuori di un ordine riconoscibile, con una sostanziale rinuncia alla pianificazione». Fuori da un ordine riconoscibile purtroppo comporta un lungo elenco di «emergenze ambientali che però vengono rapidamente rimosse fino al disastro successivo». Ogni catatrofe serve a far dimenticare la precedente. E per ognuna si cercano ragioni specifiche mentre le cause di fondo sono «sempre le stesse: una cattiva politica e la speculazione edilizia che in Italia vanno di pari passo».
Antonietta Mazzette ragiona poi sull’ultima sanatoria («le case fantasma»), sulla cultura del cemento, sulla «radicata ritrosia a rispettare le regole». Così fan tutti? O invece questo tipo di governo del territorio che si è  affermato in Italia non ha riscontri in altri Paesi europei? In molti altrove (Germania, Spagna, Svezia…) certamente va meglio: «non si sarebbero potute realizzare queste buone pratiche senza regole chiare e condivise e senza politiche pubbliche autorevoli». Ma – pacatamente l’autrice lo ribadisce – «l’Italia è ben lontana da questi standard». Ci sono, è  ovvio, sperimentazioni positive anche in Italia (a Torraca, Bolzano, Milano, Carbonia…) ma sono eccezioni, fiori nel marciume, qualche volta specchietti per allodole.
Tra numeri e riflessioni, Antonietta Mazzette arriva poi a raccontare le quattro fasi del «governo privato» del territorio italiano per registrare due sconfitte di fondo: della pianificazione urbanistica e della città «come entità pubblica». Anche nel ragionare sul paesaggio («fra retorica e regole del buon senso») l’autrice individua differenti fasi: una prima conservativa; una seconda «della dimenticanza delle regole»; la terza «dell’emergenza».
Non mi azzardo a riassumere l’analisi dei «nodi problematici» individuati da Antonietta Mazzette, alla fine dei suoi “prolegomeni”, anche perché sta per uscire un altro volume, intitolato significativamente «Alcune regole per il buon governo del territorio», che amplierà questo discorso. Ma è importante tener presente che governare un territorio è «il presupposto per costruire un altro modello di sviluppo e una più forte coesione sociale». Cosa occorre? «Una alleanza tra le numerose competenze e i diversi livelli di responsabilità pubblica».   (db)

Redazione
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