«Fantascienza e Antropocene»

Giuliano Spagnul su «Raccontare la fine del mondo» di Marco Malvestio

Raccontare la fine del mondo. Fantascienza e Antropocene di Marco Malvestio (Nottetempo, 2021, pp. 204, euro 15) è un’occasione ghiotta per parlare «di come la fantascienza, nella sua declinazione distopica e post-apocalittica, sia in grado di immaginare un futuro possibile, e attraverso questo futuro di ripensare il presente». È un’occasione riuscita? Possiamo dire che è riuscita solo eliminando la chiave fantascientifica. Cioè rinunciando a interpretare la realtà contemporanea a partire da un’idea consolidata della fantascienza. Il taglio “comparatistico e transmediale” che prende «in esame opere di tipo diverso, appartenenti a tradizioni nazionali diverse [permettendo] di mettere in correlazione (e talvolta in cortocircuito) prodotti che altrimenti difficilmente starebbero insieme» funziona e produce riflessioni utili e per nulla scontate. Per esempio, restando nell’attualità più stretta, attraverso gli innumerevoli film e romanzi sulle catastrofi pandemiche (qui in particolare il film Contagion di Steven Soderbergh del 2011) si può osservare come «nella ricerca disperata del ‘paziente zero’ e del luogo del salto di specie si cela l’ansia di lungo corso per la contaminazione, da parte dell’Occidente e dell’indigeno (intesi in senso ampio come concetti culturali prima che geografici), del corpo sano dell’Occidente». Dietro l’allarme e la denuncia catastrofista spesso si cela, al di là delle buone intenzioni, il desiderio di assoluzione delle colpe dei colonialismi passati e moderni. Così come si affrontano nodi centrali come quello della «difficoltà di mettere in scena l’agentività del non umano in una maniera che non sia, a sua volta , antropomorfa». Problemi enormi che riguardano la nostra cecità rispetto a coloro (animali o vegetali che siano) con cui coabitiamo nel mondo e che sono essenziali alla sopravvivenza del mondo stesso. Dove per mondo occorre intendere quel tipo di mondo che permette la nostra esistenza e che, quindi, fa diventare la domanda “la fine del mondo è semplicemente la fine dell’uomo?” del tutto retorica.

Ciò che non funziona rimane proprio quello che voleva fungere da passepartout per poter rappresentare non «la realtà com’è, ma (…) come potrebbe o rischia di essere, distanziando il lettore dal mondo consueto per poi riportarcelo con uno sguardo rinnovato e alieno». Cioè, in altre parole, per ricreare quel distanziamento indispensabile tra immaginario e realtà che il mondo ipertecnologico attuale ha reso talmente labile da farlo sembrare spesso del tutto inesistente. È l’idea di fantascienza che sottende tutto il discorso di Malvestio che non regge. La fantascienza «va intesa come concetto fluido, che contaminando forme diverse e apparentemente irrelate finisce per modellare l’immaginazione e le aspettative di tutti», la sua storia «è anche la storia del suo fandom; è la storia delle riviste specializzate, della posta dei lettori, dei forum di appassionati, dei dibattiti e della fanfiction. Ben lungi dall’essere una produzione ancillare, queste forme di espressione delimitano e costituiscono lo spazio entro il quale la fantascienza si sviluppa e prospera».

Se le cose stanno così, abbiamo contaminazione contro delimitazione, fluidità contro evoluzione e sviluppo; in definitiva qualcosa che vorrebbe costituirsi in un canone definitivo e al contempo in un oggetto, o meglio, un iperoggetto (1) dai contorni vaghi e imprecisi. Pensare alla fantascienza appellandosi al critico Darko Suvin, come «”letteratura dello straniamento cognitivo”: un genere, in altre parole, fondato sulla presentazione di un mondo diverso dal nostro, ma in cui, a differenza del fantasy o dell’horror, questa diversità prende le mosse da un elemento scientificamente plausibile (il cosiddetto novum)» significa condizionarla a un continuo e incessante processo di purificazione e separazione tra ciò che viene considerato «elemento scientificamente plausibile» e ciò che non lo è. Una partizione che non può prevedere contaminazioni se non negando i propri criteri costitutivi.

Ma non è lo straniamento a costituire l’essenza del genere, altri generi lo sono altrettanto se non di più, né l’elemento scientificamente plausibile in quanto è più che evidente che il paletto di questa plausibilità, nella fantascienza, è costantemente soggetto a incessanti spostamenti. Spostamenti che non sono determinati dal progredire della scienza quanto piuttosto dalle aspettative dei fruitori del genere e dalle loro necessità di credere in plausibilità logiche diverse. La fantascienza è un sottoprodotto dell’immaginario, nata in rapporto allo sviluppo esponenziale della scienza e della tecnica nel loro combinato comune, e che certifica, di volta in volta, limiti e criteri di quello che si vorrebbe considerare virtualmente possibile. O almeno questo è ciò che vale per il secolo appena trascorso. Ma possiamo dire altrettanto oggi, fingendo un continuismo che l’evidenza dei fatti dimostra non esserci più?

Se l’affermazione che «realtà e immaginazione sono arrivate a coincidere» non è solo «un vecchio luogo comune postmoderno» ma – come riconosce l’autore – è un assunto «non privo di verità», allora la fantascienza oggi è realmente divenuta un ipe-roggetto non più assoggettabile a una qualsivoglia frenesia definitoria, così come lo è stata fortemente nel suo passato. Cosa significa dire che «la realtà continua a esistere anche in un mondo implacabilmente mediatizzato: solo, cambiano i mezzi con i quali diventa possibile raccontarla»? Dove è finito lo straniamento che doveva servire a farci dubitare proprio di una realtà soggiacente che sta lì, pronta a essere raccontata nella sua datità, ambigua solo rispetto alla nostra modalità di raccontarla.

La realtà diceva Philip K. Dick è quella cosa che non smette di esserci anche quando si è smesso di crederci. Quando smettiamo di credere alla realtà di un muro la nostra mano rimarrà comunque impedita a oltrepassarlo. Ma quando vogliamo raccontare la realtà del muro possiamo nominare e codificare all’infinito gli elementi che lo costituiscono senza arrivare mai alla conoscenza della sua essenza reale. Dovremo sempre ricorrere a una metafisica, cioè a quelle premesse che, per quanto non lo si voglia ammettere, sono alla base di tutte le scienze. Ed è questo lo scandalo novecentesco del binomio, coniato da un elettrotecnico negli USA quasi cent’anni fa, (2) che mette insieme fantasia e scienza. Un vero e proprio ossimoro per i più. E quando si afferma che «selezionare il momento d’inizio di un genere articolato e legato indissolubilmente a categorie di mercato come la fantascienza è un’operazione poco stimolante» vuol dire che non si è capito che quell’inizio è molto più importante e decisivo di tutta l’ossessiva ricerca delle presunte origini che si spostano man mano nel tempo discendendo per rivoli proto-fantascientifici dalla creazione del mostro di Mary Shelley fino ai viaggi immaginari di Luciano da Samosata.

Un nome, una data d’inizio e un Paese (nome, tempo, spazio) delimitano un genere e le sue funzionalità, caratterizzandone il ruolo di dispositivo. Se l’immagine della catastrofe in un autore classico come Wyndham certifica non solo che «l’uomo non è più il signore del creato, e non può più amministrarlo come vuole» ma che la civiltà è messa di fronte al «collasso delle categorie concettuali che l’hanno regolata fino a ora», allora questo tipo di funzione “conoscitiva” necessariamente deve considerarsi finita. «La sensazione, tipicamente postmoderna e ipermoderna, di vivere in una congiuntura storica frenetica ma non vitale, costantemente rivolta verso gli spettri del proprio passato e incapace di produrre qualcosa di intimamente nuovo e originale» è reale ed è proprio ciò con cui dobbiamo fare i conti oggi. E non può esserci d’aiuto il vecchio dispositivo fantascientifico, se non nei termini di qualcosa che proprio nel suo essere finito ci dice cose importanti sulla funzionalità, storicamente determinata, dei modi di assoggettamento individuale e collettivo.

Oggi parlare di fantascienza nei termini in cui ne parla ad esempio Donna Haraway vuol dire parlare di un dispositivo affatto nuovo che non si esprime in termini di “profezia”, come chi esplora «il proprio presente con lucidità attraverso gli strumenti dell’immaginazione e della speculazione». Bensì come «un gioco pericoloso in cui si mondeggia e si storieggia, un gioco che ci fa restare a contatto con il problema» (3); se il problema è il cambiamento climatico non si può pensare che la denuncia e la presa di coscienza possano di per sé indicare la via giusta per una soluzione. Né tantomeno l’immaginare le risposte giuste, quanto piuttosto l’interrogarci sulle domande. Sul chi le ponga e sul come vengono poste. Su questo la fantascienza, per quel che noi ancora siamo abituati a intendere con questa vecchia parola, ci è di ben poco aiuto, se non addirittura d’ostacolo. C’è un invito nella fantascienza evocata da Haraway che esula dalle pretese di qualsivoglia progettualità precostituita, per quanto immaginifica. «Modellare possibili tempi e possibili mondi – mondi materiali e semiotici che sono al contempo scomparsi, presenti, e al di là da venire» (4) vuol dire rapportarsi non verso una realtà data rispetto alla quale possiamo cambiare i modi di narrazione, ma verso una realtà cogente al modo in cui la si narra, che si autoalimentano e influenzano reciprocamente e il cui gioco non può che risultare pericoloso e azzardato.

Distruggere la fantascienza (5) acquista qui il suo significato pieno che travalica il puro slogan provocatorio e assume la responso-abilità di chi vuole lavorare nella “crisi” non per dare, semplicemente, “un senso alla realtà”, ma per raccontare una possibile storia diversa, un esito possibile indifferente al probabile o proprio in opposizione a questo. Immaginare deve poter andare anche contro ogni evidenza perché le evidenze sono ciò che il potere immagina. Sono risposte a domande sbagliate. Se le crisi si possono risolvere solo su un piano diverso da quelle che le hanno originate – altrimenti avremo solo il loro perpetuarsi indefinito – la fantascienza deve essere oggi tutt’altro da ciò che è stata, e per capire questo occorre smontare la vecchia struttura, rimuoverne i meccanismi obsoleti e reimmaginarla al di fuori del genere ormai defunto. Nomade nei nuovi scenari e nelle nuove forme in cui il reale si manifesta. In quello che abbiamo capito ormai essere un reale in continuo mutamento, un processo in cui la nostra capacità di costruire relazioni e di destreggiarci coi fili del Ripiglino (6) sarà l’unica chance per poter veramente «immaginare come finisce il mondo, se il mondo finisce, ma anche cambiarlo».

Nota 1: Il filosofo Timothy Morton ha coniato «la categoria concettuale di iperoggetti, “entità diffusamente distribuite nello spazio e nel tempo”. Gli ipeoggetti sono identificati da caratteristiche che ne minano la possibilità di comprensione: sono viscosi, nella misura in cui restano legati agli esseri che vi interagiscono; e sono non-locali, perché non possono essere percepiti nella loro interezza, ma solo come somma di fenomeni parziali (dunque ogni manifestazione locale di un iperoggetto non è l’iperoggetto); infine, hanno la capacità di mettere in discussione le categorie cognitive umane».

Nota 2: Hugo Gernsback nel 1926 coniò il termine scientifiction, di lì a poco trasformato in science fiction.

Nota 3: Donna Haraway, Chthulucene, Nero, Roma, 2019, p. 29

Nota 4: Ivi, p. 53

Nota 5: https://www.labottegadelbarbieri.org/continuare-a-distruggere-la-fantascienza/

Nota 6: http://www.labottegadelbarbieri.org/intorno-al-gioco-della-matassa-o-ripiglino-e-al-futuro/

 

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