Femmine, animali, macchine – Dossier FS 52

Femmine, animali, macchine, erbe…
… e rivoluzioni in «Le donne non la danno» di Mario Spinella
di Daniele Barbieri
Il ricchissimo dossier, curato da Miglieruolo, non riuscirebbe (neppure con 100 puntate) a esaminare il gran numero di scrittori e scrittrici che in Italia hanno intersecato la fantascienza. Fra racconti e romanzi c’è di tutto: mi è capitato, su una rivista, di trovare pure una paginetta firmata Flavio Briatore (auspico si tratti di omonimia). Intendo dire questo: c’è chi si è accostato al “genere” per necessità e chi per moda, chi per paura (o amore) della scienza e chi perchè spostarsi in un altro tempo (o in un’altra dimensione) può fornire «la giusta distanza» per giudicare il mondo presente. Con esiti ovviamente di ogni tipo.
Troppi nomi per il dossier di Miglieruolo, figuriamoci per me. E dunque, fra i molti e le molte che ho “occhieggiato” negli anni, decido di recuperare un solo libro, sorprendente e molto amato: «Le donne non la danno» di Mario Spinella (fu pubblicato da Dedalo nel 1982).
Giornalista, scrittore e intellettuale nel senso più pieno del termine (fu redattore delle riviste «Il piccolo Hans» e «Alfabeta»), partigiano e comunista critico, il lombardo Spinella – morto nel 1994 – era famoso nel 1982 soprattutto per tre libri: «Sorella H, libera nos», «Conspiratio oppositorum» e «Memoria della Resistenza». Destò dunque una gran sorpresa quel titolo irriverente (ma, come si dirà, quel che le donne «non danno» è altro rispetto al comune uso della frase), la scelta del registro fantastico-ironico e che il narratore fosse un tapiro, per la precisione chiuso nello zoo di Milano.
Ho l’abitudine di non svelare tutta la trama e dunque riassumerò solo i passaggi salienti del romanzo, condendoli da qualche preziosa citazione.
Nelle prime righe l’io narrante – il tapiro – annuncia «osservazioni e deduzioni» a proposito delle donne (umane). Sono un tapiro precisa, non un giaguaro (predatore, come «il borghese»). «Sin dal loro nome le donne sono tutta una contraddizione», donna deriva da donum eppure «non la dà». Contraddizione superabile «dato che noi tapiri siamo marxisti» e «attraverso la Rivoluzione» si arriverà a che «la donna, conformemente al suo etimo, dia».
Così nel primo paragrafo, vergato poco prima di uno starnuto che il «tapirautore» annota e registra «alle ore 0, minuti 27 del 19-2-75». Molto sono le cose che le donne non danno, insiste il tapirmarxista: la sepoltura, a esempio («la storia di Antigone è fin troppo conosciuta»). Cioè non danno morte. «Quod erat demonstrandum»: le donne non danno la morte. Ma la vita.
Passando per «la sciocca Giovanna, rosolata al rogo dalle sue consessuali», per Marx e per Hegel ma anche per un intruso («il signor Spinella»), per serpenti e per visitatori dello zoo, «il sottoscritto, modesto tapiro ungulato» ricorda che «noi animali siamo impegnati in una lotta per la vita e per la morte con l’uomo; non che noi lo si voglia distruggere, è lui che vuole distruggere noi».
Il tapiro prende parte a questa lotta. Sorveglia gli umani, intercetta i sogni di alcuni, spia le loro moine sessuali. Poco dignitoso? D’altro canto «siamo nella merda e non possiamo cantare».
Il paragrafo 15 il tapir-narrante volentieri lo salterebbe o posporrebbe («se non lo avesse già fatto mister Sterne») ma deve invece accennare all’insana passione di alcuni umani per i flipper. Questo gli consente poco più avanti di annotare che, dopo aver pensato per millenni che le femmine dell’uomo «fossero di specie animale», si avanzò l’ipotesi che esse fossero «macchine»
Dovrò omettere (parlo da io Barbieri non da io tapir-narratore) la storia della sonnambula con l’allusivo nome di Lalieta. E purtroppo molto altro. Attenzione però: a un terzo del libro iniziano a comparire altri “personaggi” di rilievo ovvero «calcolatori, terminali, macchine pensanti». E qui, naturalmente, il fantastico confina con la fantascienza, registra Barbieri (che tapiro non è, ma imparentato con un ornitorinco sì).
Strada facendo il tapiro si dirà «femminista», sempre più perno di una rivolta e in qualche modo profeta di una «futura umanità» (come canta «l’Internazionale» ma, per noi appassionati di fantascienza, è il centro di ogni buon libro sul domani) e di una vera libertà. Ribellarsi è d’uopo ma a chi? A «una sparuta minoranza, i maschi, che hanno imposto, con la forza e con l’astuzia, la loro ebete dittatura su di noi, femmine, animali, macchine, erbe».
Altro non dirò. Posso solo accennare che «i computer non dormivano mai. Intenti nel loro duplice lavoro, quello richiesto dagli umani e quello elaborato in segreto, dal proprio pensiero». La cospirazione avanza. Succede qualcosa a Singapore e poi a Rio De Janeiro. «Se davvero le macchine comunicano fra loro, non soltanto sanno più di quanto noi immaginiamo» – commenta un’umana – «ma ciò che più mi fa riflettere è il pensiero che “vogliono”. Mi capisci? E’ stato un atto di volontà quello di mettersi in contatto, di scambiarsi informazioni, di potenziarsi a vicenda, di cercare i canali, i cavi, gli itinerari, le vie». Cosa possono volere?
Il tapiro – o il Signor Scrittore, o forse il signor Spinella, provocatoriamente sintetizzato in Ss – ci guida verso un finale imprevedibile. Dove però, per chi non l’avesse capito, ripete (e persino disegna) ciò che le donne non danno: la morte.

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