Fra Gaza e Gerusalemme

di Susanna Sinigaglia

Siamo di fronte all’ennesima, grave, acutizzazione di una crisi che continua strisciante da decine di anni. Lo stillicidio di morti e feriti quasi quotidiani in Cisgiordania e Gerusalemme Est per mano dei coloni o dell’esercito israeliano, gli arresti arbitrari anche e sempre più spesso di minori e le condizioni di Gaza sono lo scenario ideale per l’accensione di una miccia. Se da una parte è un copione già collaudato, dall’altra presenta lati innovativi. Mentre continuano ad arrivare notizie terribili, proviamo ad analizzare il quadro degli eventi.

La storia che si ripete

Quando la leadership israeliana deve affrontare problemi interni cui non vuole, o non può, dare risposte ricorre al vecchio espediente d’indirizzare l’attenzione pubblica verso il “nemico”. E chi lo rappresenta meglio dei palestinesi, così alla portata di mano, addirittura a due passi da casa? In Israele, negli ultimi due anni, si sono tenute 4 votazioni e, dopo l’ultima, Netanyahu non è riuscito a formare un governo. Perciò rischiava di perdere la carica di primo ministro e ritrovarsi senza scudi protettivi di fronte al tribunale che lo sta giudicando per corruzione.

Inoltre l’incidente del monte Meron, poco più di un mese fa, non ha contribuito ad accrescere la popolarità di chi ha permesso, quando era ancora in corso la pandemia, a circa 100.000 persone di radunarsi per una cerimonia religiosa.

Aggiungiamo a queste ragioni quella che si trascina da anni: la crescente frammentazione della società israeliana. Al suo interno convivono a malapena gruppi molto diversi e con interessi molto diversi. Tagliando un po’ con l’accetta abbiamo: da una parte i religiosi – fra cui però ci sono rivalità, interpretazione dei testi e pratiche discordanti – e dall’altra i non religiosi; da una parte gli ashkenaziti, l’élite di origine europea, e dall’altra i mizrachi (ebrei originari dai paesi di cultura arabo-islamica), i “russi” (ebrei provenienti dalle repubbliche ex sovietiche), i falashà etiopi e i migranti non ebrei, oltre ai palestinesi con cittadinanza israeliana. All’interno di questi gruppi inoltre esistono le inevitabili differenze di condizioni socioeconomiche…

In un simile scenario, scoppia la scintilla di Sheikh Jarrah1, che innesta l’ormai nota tragica dinamica di reazioni e controreazioni in cui i soli a rimetterci la vita sono inermi civili sia palestinesi, soprattutto, fra cui decine di bambini, colpiti di notte nelle proprie case, sia israeliani, per strada, per non aver fatto a tempo a raggiungere il più vicino rifugio.

E l’odio cresce.

Gli elementi di novità

Questa volta però entrano in gioco alcune variabili.

  1. Le elezioni palestinesi. Dopo quelle israeliane sarebbero dovute seguire le elezioni palestinesi, che non si tengono da ben 15 anni. I pronostici non erano favorevoli né per Hamas, che governa Gaza, né tanto meno per Abu Mazen e Fatah in Cisgiordania, minacciati da nuovi contendenti come Marwan Barghouti, tuttora in carcere, e Mohammed Dahlan, personaggio controverso ma che comunque poteva anch’egli rappresentare una novità agli occhi dei palestinesi, stanchi delle loro vecchie e litigiose leadership. Ma alcuni giorni fa, con il pretesto delle difficoltà create dal governo israeliano agli elettori palestinesi di Gerusalemme Est, Abu Mazen annuncia il rinvio delle elezioni a data da destinarsi.
  2. Il Ramadan. Già in aprile a Gerusalemme erano iniziati gli scontri fra polizia, gruppi israeliani di estrema destra e palestinesi alla Porta di Damasco dove si radunano di solito i fedeli per cenare insieme dopo il digiuno quotidiano. L’area era stata chiusa dalla polizia per evitare assembramenti, un gesto che aveva provocato la rabbia dei palestinesi con conseguenti scontri. Inoltre dopo la preghiera del venerdì sera, l’ultimo del Ramadan, la polizia ha fatto irruzione dentro la moschea di Al Aqsa lanciando lacrimogeni e bombe assordanti.
  3. La reazione anomala di Hamas. A questi eventi, l’organizzazione islamica prima intima, con un ultimatum, alle forze israeliane di liberare la moschea e l’area circostante entro le 2 di notte, minacciando altrimenti una forte offensiva. Poi la mette in pratica arrivando a lanciare ben 200 razzi non solo verso Tel Aviv e il sud d’Israele, come avviene di solito, ma anche su Gerusalemme, un’assoluta novità. E allora ci si chiede: se Gaza è da anni sotto embargo, se ai pescatori non è concesso di allontanarsi a più di sei miglia dalla costa, e a volte arbitrariamente anche meno, le persone muoiono per mancanza di farmaci e non ricevono il necessario per vivere, come arrivano questi missili sulla Striscia?
  4. La destra fascista alla Knesset e il ruolo dei coloni. Una novità anch’essa assoluta è l’ingresso alla Knesset dei seguaci del rabbino Kahane. Questa posizione ha di conseguenza rafforzato i gruppi estremisti legittimandone le violenze, spesso spalleggiate dalla polizia. A queste violenze si è spesso affiancata la violenza di gruppi di palestinesi come a Lod, dove tre sinagoghe sono state date alle fiamme.
  5. La reazione dei palestinesi con cittadinanza israeliana e dei gruppi misti di ebrei israeliani insieme ai palestinesi. Questa volta contro gli attacchi su Gaza hanno reagito con manifestazioni di protesta in molte città entro i confini internazionalmente riconosciuti d’Israele molti cittadini sia ebrei che arabo-palestinesi. La newsletter di un’associazione di ebrei e arabo palestinesi, Standing Together, ce ne mostra le immagini, che ci infondono un po’ di speranza in tanto dolore.

Malgrado da noi tutti i partiti si siano schierati a sostegno del governo israeliano come se rappresentasse davvero la volontà e i sentimenti di tutti i suoi cittadini, pensiamo che stavolta le leadership di entrambi gli schieramenti usciranno con le ossa rotte da tutta questa violenza, gratuita e feroce, scatenata su popolazioni indifese. E forse, invece, ne nascerà una terza Intifada dai contorni imprevedibili.

1 Quartiere oggetto di una contesa che dura da anni fra due istituzioni israeliane – che ne rivendicano la proprietà delle case poiché lì risiedevano alcuni nuclei di ebrei molto prima del ’48, durante il dominio ottomano che si concluse, notoriamente, nel 1917 – e le famiglie palestinesi che vi abitano dal ’56 dopo essere state espulse dalle proprie case, e che vi furono insediate dall’UNRWA in accordo col governo giordano. Oltretutto leggiamo sul Fatto del 9.05: “In aprile, il ministro giordano degli Affari Esteri, Ayman Safadi, ha consegnato documenti che dimostrano la proprietà palestinese… a Sheikh Jarrah, nel tentativo di impedire un nuovo sfratto di massa. La scorsa settimana, il governo giordano ha ratificato 14 accordi degli Anni 60 con le famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah per rafforzare la loro posizione contro i tribunali israeliani”.

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • La Bottega del Barbieri

    Ilan Pappè: «Dal 1948 a Sheikh Jarrah l’onda lunga della Nakba»
    Intervista. «L’espulsione di massa fu pianificata, le prove sono accessibili: sono negli archivi israeliani e dell’Onu»
    https://ilmanifesto.it/ilan-pappe-dal-1948-a-sheikh-jarrah-londa-lunga-della-nabka/

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    Lettera di accademici e esperti italiani sulle questioni mediorientali alla RAI

    Spettabile redazione,
    Siamo studiose e studiosi di Medio Oriente contemporaneo, e come tali ci confrontiamo quotidianamente con la difficoltà di analizzare e raccontare i conflitti in corso, i diversi punti di vista, le aspirazioni e le recriminazioni delle parti coinvolte. Ci confrontiamo con la difficoltà di spiegarlo in termini comprensibili e onesti. Soprattutto, cerchiamo di analizzare il presente alla luce degli eventi passati, delle dinamiche, complesse e articolate, che danno forma a quanto accade oggi.
    La copertura offerta negli ultimi giorni dalla vostra testata non è all’altezza della completezza che dovrebbe caratterizzare un servizio pubblico di informazione.
    La rapida evoluzione degli avvenimenti, soprattutto nella striscia di Gaza, porta a concentrarsi sui combattimenti. Si finisce per parlare solo dei razzi di Hamas, come se questo fosse l’unico aspetto della vicenda. Non lo è, come spiegano fonti sia palestinesi sia israeliane.
    Si moltiplicano le testimonianze di violenti scontri a Lod, Nazaret, Giaffa, Haifa e Acri.
    Riteniamo fondamentale una spiegazione completa e corretta di quanto accade, dando conto della pluralità di punti di vista sia da una parte sia dall’altra, e di come si è arrivati fin qui.
    È necessario spiegare il processo di incremento delle violenze e provocazioni delle ultime settimane, a partire da quanto accaduto nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est (che, secondo il diritto internazionale, fa parte dei territori occupati da Israele nella guerra del 1967).
    Il tentativo di espellere con la forza gli abitanti dalle loro case è l’ultimo episodio di una storia che, a partire dal 1948, ha costretto all’esilio centinaia di migliaia di palestinesi. Le vicende di Sheikh Jarrah, che hanno innescato l’ondata di violenza delle ultime ore, devono essere spiegate nell’ambito dell’espansione degli insediamenti illegali di coloni attorno a Gerusalemme est e nei territori occupati della Cisgiordania. Tali insediamenti, frutto di una strategia ben spiegata da studiosi come Eyal Weizman, hanno costituito uno dei più grandi ostacoli a qualsiasi tentativo negoziale.
    Va rilevata la plateale strumentalità delle argomentazioni utilizzate da gruppi legati all’estrema destra del partito Otzma Yehudit e del deputato Bezalel Smotrich. La retorica e le azioni di questi gruppi hanno ricevuto una inusitata copertura politica nelle recenti elezioni per il rinnovo della Knesset da parte del primo ministro uscente, indagato ma ancora in carica. Sarebbe importante spiegare come l’innesco delle violenze di questi giorni abbia avuto luogo nel contesto dei tentativi di costituire una maggioranza alternativa all’interno del paesaggio politico israeliano, dell’elezione del nuovo presidente dello stato di Israele, così come delle future elezioni palestinesi.
    Sarebbe importante dare conto delle voci critiche che esistono nella parte israeliana e nella parte palestinese. Appiattire la posizione palestinese solo sui razzi sparati da Hamas, come fatto in questi giorni, significa silenziare e oscurare la pluralità di voci palestinesi che chiedono giustizia e uguale dignità.
    Sono tutte vicende che si possono spiegare con chiarezza anche con un numero limitato di battute.
    Le letture unilaterali e le semplificazioni, come per esempio quella che riduce il conflitto del 1948 a una “aggressione giordana allo stato di Israele”, non sono un servizio utile al pubblico, che necessita e merita un’informazione completa e corretta.
    Francesco Mazzucotelli, Università di Pavia
    Lucia Sorbera, University of Sydney
    Rosita Di Peri, Università di Torino
    Sesamo – Società per gli Studi sul Medio Oriente
    Monica Ruocco, Università di Napoli “L’Orientale”
    Francesca Biancani, Università di Bologna
    Samuela Pagani, Università del Salento
    Daniela Pioppi, Università di Napoli “L’Orientale”
    Paola Rivetti, Dublin City University
    Arturo Marzano, Università di Pisa
    Rossana Tufaro, Università La Sapienza, Roma
    Chiara Maritato, Università di Torino
    Maria Elena Paniconi, Università di Macerata
    Leila El Houssi, Università La Sapienza, Roma
    Nicola Perugini, University of Edinburgh
    Ruba Salih, SOAS University of London
    Estella Carpi, University College London
    Simona Taliani, Università di Torino
    Gennaro Gervasio, Università Roma Tre
    Roberto Beneduce, Università di Torino
    Anna Baldinetti, Università di Perugia
    Paolo Branca, Università Cattolica, Milano
    Lorenzo Casini, Università di Messina
    Alberto Tonini, Università di Firenze
    Patrizia Manduchi, Università di Cagliari
    Elisa Giunchi, Università degli studi di Milano
    Sara Borrillo, Università di Napoli “L’Orientale”
    Maria Chiara Rioli, Università Ca’ Foscari, Venezia
    Lea Nocera, Università di Napoli “L’Orientale”
    Nicola Melis, Università di Cagliari
    Ada Barbaro, Università La Sapienza, Roma

  • francesco giordano

    I pronostici non erano favorevoli per Hamas?
    Tutti i pronostici erano a favore di Hamas alle amministrative…infatti avrebbe vinto a Gaza ed in Cisgiordania, mentre per le presidenziali per fortuna Marwan Barghouti era il favorito. L’aggressione contro il popolo palestinese è stata voluta e programmata dallo stato ebraico, come ha sempre fatto da oltre 70 anni. Si vuole far finta di non sapere che erano mesi che quotidianamente i cùoloni aggredivano, uccidevano palestinesi. La dimostrazione più evidente, anche per i ciechi, è che tutto il popolo palestinese si alzato ed ha combattuto l’occupazione.
    Giustamente la resistenza si è unita per contrastare l’aggressione dello stato ebraico, tutta non solo Hamas.

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