Frederik Pohl: «Com’era il futuro»

«Una storia della fantascienza nell’autobiografia di un protagonista assoluto del genere» . Da oggi è disponibile l’e-book della Delos. Ecco una piccola anticipazione.

Ragazzi bolscevichi

La Kings Highway è un’arteria importante da tre secoli. Attraversa tutta Brooklyn e prosegue nel New Jersey, dall’altra parte della Baia; era la strada del Re, lungo la quale le truppe inglesi si erano ritirate dopo la Battaglia di Monmouth. Nel 1936 era il cuore di un prospero distretto residenziale di Brooklyn. Scendevi alla stazione della BMT Brighton Line e la seguivi verso sud, superando ristoranti e negozi di dolciumi, delicatessen kosher e pompe funebri, e dopo mezza dozzina di isolati arrivavi a un ingresso dove c’erano sale riunioni al secondo piano. Solitamente affittate a feste di matrimonio o bar mitzvah, una sera a settimana appartenevano alla Sezione Flatbush della Young Communist League.

Johnny Michel era un iscritto. Quando me lo disse, fui sorpreso ed eccitato. Sembrava una cosa molto da grande. Ellitticamente cercai di scoprire cosa fosse un comunista, cosa facessero alle loro riunioni, come ci era diventato, perché pensava ne valesse la pena. Non ottenni molta soddisfazioni, ma con la curiosità accumulata da un paio di mesi, il vaso stava per traboccare, e concesse che se davvero volevo sapere tutte quelle cose, potevo andare con lui a un incontro, e scoprirlo da solo. Avevo sedici anni, ed ero lusingato per essere stato prescelto; penso di essere stato anche un po’ spaventato, e questo rendeva tutto ancora più irresistibile.

La sala era ancora allestita per qualche festa, con vasi di finte palme e strumenti da banda, ricoperti e appoggiati alla parete. C’era un centinaio di persone, per lo più giovani, ma nessuna più di me. L’oratore principale non mi sembrava per niente giovane. Immagino fosse sulla trentina. Si chiamava Mike Saunders (scoprii poi che era un “nome di partito”; li usavano quasi tutti i leader della YCL), e ci fu un discorso di benvenuto a tutti i “nuovi amici” nel pubblico (fino a quel punto pensavo di essere l’unico). Probabilmente eravamo venuti con ogni sorta di preconcetto sulla YCL, disse. Ricordò il suo primo incontro. Era stato così per lui. Non sapeva cosa aspettarsi: barbuti con bombe, ragazze in giro con materassi legati alla schiena. Io ero un po’ a disagio. Mi sembrava di cattivo gusto, e poi, era un po’ deludente perché io stesso avevo immaginato qualcosa di simile. Ma la gente della YCL, spiegò Mike, non era così. In fondo non erano diversi dagli altri giovani americani, tranne per buone cose: più svegli, più attenti. Più socialmente consapevoli. Più politicamente allertati ai veri bisogni del popolo, che erano il lavoro, la sicurezza, la democrazia e la pace. Il Comunismo, ci disse, era l’Americanismo del Ventesimo Secolo. I comunisti erano i massimi difensori dei popoli amanti della libertà in tutto il mondo contro gli imperialisti fascisti: Hitler, Mussolini e Franco. I comunisti appoggiavano il diritto dei lavoratori di organizzarsi in sindacati. I comunisti erano contro la discriminazione razziale e in favore die diritti civili, e la prima cosa che i comunisti dovevano fare, ci disse, era rieleggere Franklin Delano Roosevelt come Presidente degli Stati Uniti. Non come candidato del corrotto Partito Democratico! No, ma invece come candidato degli americani liberi e socialmente consapevoli, il nuovo terzo partito che era stato appena formato; e cantammo una canzone:

We’ve got a baby all our own,

All our own, all our own,

We’ve got a baby all our own,

The Freedom-Labor Party!

Un paio di discorsi, qualche canzone di sinistra (ed erano grandi vecchie canzoni), e quella fu la fine della parte formale della serata. Per l’ora seguente parlammo del giornale del club che volevano pubblicare, e di genericità per fare conoscenza, fra caffè e dolci.

Li osservai con l’attenzione paranoica di qualsiasi ragazzo in una situazione sconosciuta. Sembravano bravissime persone. Avevano l’età giusta. Tutti i leader erano sulla ventina o più grandi, ma la base era di teenager, molti alle superiori come me. Sembravano al cento per cento bianchi e al novanta per cento ebrei, ma quella non era una sorpresa. Così era il quartiere. Alla fine degli anni Venti, avevo vissuto a pochi isolati, al 1701 della 14° Strada Est, e avevo imparato presto di essere l’unico presbiteriano del vicinato. Anche quasi tutti i più interessanti scrittori e fan di fantascienza che stavo incontrando erano ebrei, ma non particolarmente impegnati, ed era lo stesso alla YCL. E, come la comunità SF, erano intelligenti e articolati. Mi è sempre piaciuto conoscere gente che sapeva molto delle cose che mi interessavano, e nella Flatbush YCL ne trovai tanta che si intendeva di musica, teatro, arte; soprattutto, di politica e storia – due aree in cui ero pressoché totalmente ignorante. Uno degli svantaggi della Brooklyn Tech era che esistevano corsi di storia. Un altro svantaggio era che non c’erano ragazze, come non c’erano nella comunità SF degli anni Trenta, monasticamente al maschile, e l’altra grande caratteristica della YCL era che quasi la metà era dimostrabilmente e apprezzabilmente al femminile.

Non credo di aver mai sentito il nome di Franco prima di entrare in quella riunione – la sua rivolta contro il governo spagnolo era cominciata solo da qualche settimana. Dubito seriamente di aver mai pensato ai mali di Hitler e Mussolini, o alle virtù del sindacalismo o del New Deal. Ma sembravano buone cose, che suscitavano pensieri forti. Mi piaceva cantare e imparare nuove canzoni. Previdi una grande carriera per me al proposto giornale della sezione. E quella sera, prima di lasciare la sala, ero un membro pagante, con una tesserina rossa con sopra una falce e martello.

Johnny e io tornammo a riferire ai nostri colleghi fan. Quella volta non facemmo una grande impressione. Don Wollheim ascoltò tollerante, col suo solito mezzo sorriso, gli occhi fissi quarantacinque gradi a tribordo. Non credo gli desse fastidio la parte su Franco e la pace, ma non riusciva a concordare con il sostegno a Franklin D. Roosevelt. Quando giunse il momento, un paio di mesi dopo, marciò al seggio e diede il suo voto, come era sempre stata sua intenzione, ad Alfred Mossman Landon.

Le parole assumono la colorazione del proprio tempo. La parola “comunista” ha un suono oggi, ma ne aveva tutto un altro negli anni Cinquanta, mentre Joe McCarthy mise sottosopra il Paese, e probabilmente ne avrà uno ancora diverso nell’anno 2000. Nel 1936 aveva un suono avventuroso, attivo e, soprattutto, “progressista”.

Non sono sicuro cosa significasse per me la parola “progressista”, tranne che in generale sembrava lungimirante. I comunisti se n’erano assicurati. Avevano finalmente compreso che se non avevano avuto la rivoluzione nel 1932, quando i bonus marchers erano parsi un’insurrezione perfino a Herbert Hoover, e milioni si chiedevano come avrebbero fatto per il prossimo mese d’affitto, non ne avrebbero avuto una nel futuro prevedibile. Così avevano sparso la voce di allargare la base. Funzionò bene. Insieme, negli anni Trenta il Partito Comunista e la YCL avevano ben oltre centomila iscritti, immensamente più di sempre. Controllavano un’infinità di altri gruppi – fratellanze operaie, sindacati, leghe antifasciste – con numeri dieci o cento volte più grandi.

Mantenni la tessera dell’YCL per quattro anni. Per gran parte di quel tempo credetti in ciò che facevo, e lavorai sodo, un vero Jimmy Higgins: presidente della mia sezione, agitatore da angolo di strada, capo reclutatore, perfino policy-maker di basso livello. Certo, la linea politica davvero importante era decisa a un livello di leadership così importante da scomparire alla vista. Ma nella messa in pratica dei comandamenti c’era spazio di interpretazione, e io partecipavo a una dozzina di comitati di contea e statali, e alle convention nazionali. Era tutto abbastanza aperto e pubblico, tranne per il piccolo curioso costume dei “nomi di partito”.

A partire dal 1940 l’apparato comunista diventò molto meno benigno, e un sacco più cospirativo, ma a quel punto me n’ero andato da tempo. Credo che già negli anni Trenta fosse stata allestita qualche tipo di infrastruttura. Ma io me ne ero reso conto, non c’era traccia di qualcosa che fosse inconciliabile con il Giuramento di Fedeltà alla bandiera e con quello dei Boy Scout. Forse una mezza dozzina di volte mi fu chiesto di fare cose lievemente clandestine: partecipare a un incontro del Nazi Bund come convertito potenziale, per riferire cosa avessero in mente (mi tirai indietro per paura), far finta di essere iscritto a qualche sindacato per partecipare a un picchetto. Tutto qua. La YCL era così rispettabile da essere una delusione.

Quel che facevamo era allo scoperto. Perlustravamo i negozi economici in cerca di prodotti giapponesi, e quando li trovavamo facevamo un picchetto, chiedendo il boicottaggio. Quando la International Catholic Truth Society picchettò i cinema che davano Blockade, noi contropicchettammo la International Catholic Truth Society. Parecchie volte l’anno riempivamo il Madison Square Garden con convegni, manifestazioni, dibattiti, raduni antifascisti di massa, e via dicendo. Era un divertimento immenso, ventimila pugni serrati e levati all’ultimo verso dell’“Internazionale”, e poi rifluendo fino a Times Square per picchettare la farmacia Walgreen’s (c’era uno sciopero in corso) o semplicemente per farci vedere.

Più di qualunque altra cosa, ci riunivamo. C’erano riunioni di continuo. Ogni sezione si riuniva una volta a settimana. I comitati si incontravano quando potevano. Nel mezzo c’erano le feste, gli incontri sociali, i musicales. Questi erano raccolte fondi, una dozzina di persone che pagavano un quarto a testa per ascoltare dischi nell’appartamento di qualcuno. Per lo più, quel che sentivamo era rigorosamente roba da esteti, Beethoven-Bach-Brahms, raramente anche Stravinsky e Prokofiev. Dato che non ebbi un giradischi prima dei vent’anni, i musicales della YCL furono la mia massima esposizione alla musica classica.

Le vere riunioni di sezione erano un’altra cosa, pesantemente politiche, un tavolo di pamphlet sempre vicino alla porta, chiedendoti se ci fosse dispiacere negli occhi del compagno dietro il bancone se non ne compravi un paio, Però, politicamente avevano senso. Nel dialogo sociale, l’opposizione ha sempre le battute migliori. Boicottare le merci giapponesi? Accidenti, solo un paio di anni dopo ogni essere umano in America avrebbe condiviso quel sentimento. Praticare la sicurezza collettiva contro l’Asse Roma-Berlino? In molto meno di un decennio, diventò la politica nazionale americana; è ciò che ora chiamiamo Nazioni Unite. Il sindacalismo, la fine della discriminazione razziale e sessuale – adesso nessuno ritiene rivoluzionarie queste cose. Ciò che sostenevano il Partito Comunista e la YCL negli anni Trenta, assente Mosca, adesso sembra giusto.

Ma Mosca non era mai assente. Era la Patria della Classe Operaia, il paradiso socialista. Non si poteva criticare. Quel che faceva era giusto. Fra i pamphlet in vendita alle riunioni della YCL, c’era una copia della nuova Costituzione dell’URSS, un meraviglioso documento il cui interesse per i diritti degli individui e delle minoranze nazionali doveva essere di ispirazione per i combattenti della libertà, ovunque. Specialmente nell’URSS. Vedevamo che nella Costituzione sovietica la pena di morte era stata abolita. Vedevamo nei quotidiani che, nondimeno, uno stupefacente numero di Vecchi Bolscevichi venivano sistematicamente messi al muro per deviazionismo di sinistra, di destra, a zigzag, e cosa c’era in quei fucili, tappi di bottiglia? Eppure questa stupefacente dicotomia non solo non veniva risolta nelle interminabili discussioni della YCL, non veniva proprio sollevata. Non ricordo una singola persona, in qualsiasi riunione della YCL, mettere in dubbio i processi per tradimento, i campi di concentramento, o la negazione dei diritti umani. Neanche io.

Semplicemente, chiudevamo gli occhi davanti a ciò che non volevamo vedere e, certo, ci sono quelli che ci riescono ancora. Anche adesso. Anche dopo le memorie di Solgenitsyn e il discorso “segreto” di Chrushev. Due o tre anni fa mi trovavo sui gradini dell’Hotel Ukraine di Mosca, in attesa che venisse a prendermi l’autista dell’ambasciata, e iniziai una conversazione con un sindacalista australiano. Era in una vacanza socialista, mi disse. Aveva risparmiato due anni per farla. Aveva le stelle negli occhi. Quella mattina era stato allo stabilimento di un’industria leggera, e non era meraviglioso, mi chiese, vedere gli operai felicemente impegnati in industrie che loro stessi possedevano?

Il mio autista arrivò prima che riuscissi a pensare a una risposta, e fu una fortuna perché non ne avevo nessuna, o almeno non una che sarebbe stato disposto a sentire. Clemenceau disse: “Un uomo che non è socialista a vent’anni non ha cuore. Un uomo che è ancora socialista a quarant’anni non ha testa”. E il mio amico australiano era ben oltre i quaranta.

Credo di aver imparato qualcosa dai miei quattro anni alla YCL, e gran parte di quel che appresi era – come chiamarlo? – scettica compassione. Sono molto meno sicuro della mia incorruttibilità morale di quanto sarei stato altrimenti e, forse, un po’ meno saccente verso i peccati degli altri.

Come quasi tutti i teenager, avevo una generale diffidenza per le figure di autorità; e come quasi tutti i teenager, avevo un forte bisogno di essere parte di qualcosa più grande di me. La YCL risolse quei problemi per me. Potevo marciare mentre scoprivo il militarismo, oppormi all’irreggimentazione mettendomi disciplinatamente in fila.

A volte mi chiedo cosa sarebbe successo nel mondo di qualche paratempo alternativo – diciamo, uno in cui i genitori di mio padre non avessero lasciato la Germania, e quelli di mia madre fossero in qualche modo finiti lì, così da crescere sotto il Terzo Reich di Hitler invece del New Deal di Roosevelt. Sarei entrato nella Gioventù Hitleriana con la stessa facilità del mio tuffo nella YCL? Spero di no. Nei giorni migliori, credo di no. Non vedo come mi sarei potuto bere quella sbobba mettendomi insieme agli assassini degli innocenti… Ma capisco come l’hanno fatto altri.

Nel paio d’anni a seguire, io e Johnny Michel riuscimmo a convincere qualche altro fan di fantascienza a seguirci nella YCL

Tutto considerato, non avemmo un gran successo. Ci si aspettava che tutti gli iscritti si riproducessero reclutando altri, e noi facemmo il possibile; ma quasi tutto il numero di anime che raccolsi per Stalin provenne da contatti casuali in riunioni all’aperto, elenchi forniti dalle autorità superiori e altre fonti non collegate con la fantascienza.

Non credo che l’insuccesso fosse perché il comunismo fosse un’idea così estrema per i fan della fantascienza. Forse non lo era abbastanza. I fan di fantascienza, come gli scrittori, sono individui fra i più ostinati, e si lanciano in cose strane. Predicando il marxismo, eravamo in competizione con tecnocrati, esperantisti, Single-Taxers, New-Dealers, Ham-and-Eggers, e anche uno o due che si etichettavano fascisti. Neanche loro avevano un gran successo.

Certo, non avevamo dubbi che ci fosse una differenza significativa fra loro e noi. Loro erano sedotti da falsi dèi, e noi eravamo nel giusto. Così sei, o forse otto, di noi, costituirono The Committee for the Political Advancement of Science Fiction, e stilammo un manifesto di quel che chiamammo “Michelismo”.

Il Manifesto Michelista, firmato da John B. Michel in persona ma scritto con l’aiuto di tutti noi mastri teoreti, era sincretico, idiosincratico e stilisticamente derivato da una thought-variant story di F. Orlin Tremaine. C’era molto di V.I. Lenin, e molto di H.G. Wells. Lo facemmo circolare come ogni altra fanzine, e attrasse più o meno lo stesso tipo di risposta, vale a dire, venne trattato come intrattenimento invece che come rivelazione.

Se non potevamo farci bolscevichi, forse potevamo almeno creare qualche compagno di viaggio. Qualcuno di noi ricopiò nomi di nuovi fan dalle rubriche delle lettere su Astounding e Thrilling Wonder, e tentò la conversione per posta:

Caro Jim:
ho apprezzato la tua lettera in
Brass Tacks, e credo che tu abbia ragione su Doc Smith. Hai letto “Wollheim Speaking for Boskone?” Mostra veramente quale mentalità fascista Smith e John Campbell stiano cercando di cacciarci in gola. Molti fra noi fan progressisti si stanno irritando molto, e se volessi unirti a noi…

Non ottenemmo molto, in corrispondenza quasi perfetta con i nostri sforzi nell’azione politica. Non credo che ce lo aspettassimo davvero. Sapevamo con chi stavamo trattando: i fan di fantascienza. Per leggere fantascienza con un minimo di godimento, si deve essere disposti a fare assunzioni piuttosto assurde: uomini venuti da Marte, macchine del tempo, invisibilità, viaggi attraverso la quarta dimensione, ogni sorta di cose strabilianti. Non si deve credere che siano reali. Ma, almeno mentre si legge la storia, bisogna accettarle come postulati, oppure la storia non funziona. Formati a questa scuola, i fan della fantascienza giocheranno a ogni gioco si proponga. Basta dire le regole, e partono… e poi, dieci minuti dopo, staranno giocando una partita del tutto diversa, con regole interamente differenti. Proprio scoraggiante, tutto questo. O lo sarebbe stato… se non stessimo giocando allo stesso gioco.

Dagli Anni venti e le prime riviste di fantascienza create da Hugo Gernsback, dai primi gruppi di appassionati, dai primi scrittori che sopravvivevano scrivendo per uno o due centesimi a parola, fino al boom del genere negli anni sessanta e settanta. Passando per l’era di Campbell, la rivoluzione di Astounding, le convention e le worldcon. E passando per la Grande Depressione, l’attivismo comunista, la Seconda Guerra mondiale. La storia personale di un grande protagonista del genere lettarario più affascinante, che diventa la storia del genere stesso e della nazione in cui fiorisce, gli Stati Uniti. Una storia narrata con ironia, arguzia, curiosità, visione, prospettiva, come solo un grande scrittore come Frederik Pohl poteva raccontarla.

 

In questo libro scoprirete:

com’era Isaac Asimov a 19 anni

la verità sulla grande guerra della Worldcon di New York del 1939

come un ragazzino imberbe scosse il mondo delle riviste pulp

gli strani riti di accoppiamento delle comunità della fantascienza

come diventare agente di tutti i migliori autori e andare lo stesso in bancarotta

«C’era una volta un mondo fatato di cui nessuno sapeva nulla, a parte noi. Frederik Pohl lo ha ricreato perché tutti lo possano conoscere» – Isaac Asimov

«Frederik Pohl si dimostra ancora una volta un grande narratore, con una superba autobiografia che diventa una bellissima storia da leggere» – Frank Herbert

«Chiunque si interessi di fantascienza troverà questo libro affascinante. È uno strano miscuglio di umiltà e orgoglio, con lampi di umorismo. Un’appassionante ma sincera ode alla fantascienza scritta dall’uomo che ne è stato il cuore pulsante per tantissimi anni» – Clifford Simak

«Non riuscivo a interrompere la lettura! Fred Pohl ha trasformato la sua storia personale in un libro stupendo. Non solo una narrazione vivida e personale, ma un confortevole umorismo e talvolta una tagliente franchezza, che rivela anche un po’ della nostra storia culturale» – Jack Williamson

312 pagine per 7,99 euri

Copertina di Franco Brambilla – Traduzione di Salvatore Proietti

 

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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