Genova: sottoposta a videosorveglianza, come …

… piace ai farisei che decidono cosa vedere e cosa rendere invisibile. 

di Mauro Armanino

«Quando una rete di quasi 3.000 telecamere contribuisce allo sviluppo di sistemi di AI, il dibattito deve diventare una questione pubblica affinché la cittadinanza possa sapere quali dati vengono raccolti, come vengono utilizzati e, soprattutto, chi ne trae beneficio. È questo il confronto che oggi manca a Genova». Chi condivide questa preoccupazione è Carlo A. Bachschmidt, nato a Genova, architetto e documentarista. Il fenomeno non è nuovo. Siamo stati gradualmente addomesticati alla presenza amica, confortante, rassicurante e protettiva delle aree sottoposte a videosorveglianza. Sono tornato l’anno scorso dal Niger. Disegnato nel Sahel, ricco della sua diversità e insieme occupato, in ampie zone, dalla guerra tra gruppi armati e militari governativi. Anche lì per anni la parola «sicurezza» è ripetuta come un mantra nell’immaginario collettivo. Sia i gruppi armati che i governativi possiedono droni e altri sistemi di controllo. Quanto alle telecamere, quando c’era la corrente funzionavano regolarmente nelle banche e nei grandi hotel della capitale Niamey. Il treno in città invece non è mai partito. Il trasporto pubblico è affidato a migliaia di taxi che danno il sostentamento a una vasta porzione di famiglie. Buone ricadute anche per i meccanici auto per le riparazioni dei mezzi che, spesso, sono vetture dismesse dall’Europa. Il controllo dei cittadini era affidato, come qui una volta, ai vicini di casa. Oppure a gente prezzolata dal governo per raccogliere informazioni su comportamenti o idee non compatibili con il potere del momento. Una sorpresa, dunque, tornando al Paese di origine, rilevare la pervasività e capillarità delle aree sottoposte al videocontrollo. Stazioni, treni, bus, strade, banche, scuole, edifici, uffici e chiese.

Naturalmente tutto si giustifica con il tema trasversale, ineccepibile, agognato e, in fondo atteso, della «nostra» sicurezza. Nei treni e nei bus che solcano, con alterne fortune, le città e i comuni più importanti, ritorna, tra una fermata e l’altra, il ricordo della presenza di telecamere. Esse sono naturalmente istallate per la sicurezza del personale e dei viaggiatori. C’è stata un’epoca nella quale Dio era rappresentato con un grande occhio a forma di triangolo e l’allusione, poco velata, al fatto che tutto, ma proprio tutto, cadeva sotto il suo sguardo. Da bambini questa immagina lascia tracce di sospetto, come se tutto fosse potenzialmente da inquisire. Naturalmente poi, nel quotidiano, ci si dimenticava del “grande occhio” e si combinava ciò che meglio ci pareva. Gradualmente e inesorabilmente è tutta l’architettura sociale, fondata sull’economia come religione che l’ha sostituito.

Con la scusa della sicurezza e dunque del «bene» di ogni cittadino, la sorveglianza generalizzata è al servizio del controllo politico, economico e simbolico di tutta la cittadinanza. Anche perchè, da tempo, non è evidente che i politici siano “contaminati” dalla ricerca del bene comune. Sono fondamentalmente scelti per amministrare i privilegi di coloro che già hanno il potere e organizzarne la sicurezza. Sappiamo bene che, anche nelle aree controllate, vediamo soltanto ciò che vogliamo vedere. Ciò che accade nel Mediterraneo, sulla rotta balcanica, a Ventimiglia, Trieste, Castelvolturno, Paquino e la Capitanata, risulta del tutto invisibile. Anche il recente rogo mortale di Amendolara, dovutamente registato da videocamere, arriva dall’invisibilità e finisce nel nulla di fatto. Finchè gli stessi cittadini gradiranno di essere tifosi della «schiavitù volontaria» di cui parla Etienne de la Boétie, il sistema di normalizzazione andrà a gonfie vele.

«I farisei che erano con lui udirono queste parole e gli domandarono: ‘per caso siamo ciechi anche noi’? Gesù rispose: ’se foste ciechi non avreste colpa; invece dite ‘Noi vediamo». (Giovanni 9, 41).

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Un commento

  • gianfranco monaca

    Dopo quattro anni che governa, Meloni dice che sulle morti bianche “siamo sconfitti tutti”.
    Idem sulla lotta al caporalato. La UIL applaude, io no.

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