«Gertrud»

Giuliano Spagnul continua a raccontare i film del grande regista danese (*)

Uscito nel 1964 è l’ultimo film di Dreyer. Storia degli amori di una donna della borghesia agli inizi del Novecento (deriva da un testo teatrale di Hjalmar Söderberg scritto nel 1906) inizia con la dichiarazione che Gertrud fa al proprio marito Kanning di volerlo lasciare per un altro uomo. L’incontro con l’amante Jansson, giovane musicista di successo, che la deluderà e il reincontro con il primo amore, il poeta Lidman, che le chiederà invano di tornare con lui, scandiscono l’itinerario di vita che la porterà a una scelta di solitudine, nella consapevolezza di un bisogno d’amore, che anche se non appagato dagli incontri della sua vita, non verrà per questo mai rinnegato.

Si può dire (come in effetti sostengono molti critici) che Gertrud con la sua scelta di solitudine rifugga dalla Storia, ma non si può non osservare che questa Storia, in quanto Storia fatta dagli uomini per gli uomini, non comprenda né lei né nessun’altra donna in quanto donna. La rinuncia al mondo, di Gertrud, è consapevolezza della propria diversità, è rinuncia al mondo borghese in cui vive. Un mondo disposto, sì a concedere emancipazione e diritti alle donne, ma all’interno di un sistema di valori già dati e soggiacenti a una logica del tutto maschile. La cui peculiarità è quella di porre come prioritaria la conoscenza con modalità logico-cognitive, disconoscendo l’affettività come capacità di conoscere attraverso il sentire. Provare empatia significa, nella pratica del vivere, che il livello di dignità umana a cui un individuo può aspirare dipende soprattutto dalla possibilità di venire identificato come essere umano secondo criteri sociali storicamente determinati. Il rebus, quindi che si trova ad affrontare un uomo di fronte a una donna è pertanto proprio di origine cognitiva. Come si fa a conoscere e pertanto identificare come umano, un essere che fonda il suo rapporto col mondo, non in prima istanza sulla conoscenza razionale, ma sull’inaffidabile affettività? La radicalità della figura di Gertrud, non pretendendo di rappresentare una particolare psicologia femminile, evidenzia piuttosto la sua estraneità ad un mondo in cui sembra essere solo ospite. Questo porta allo scoperto la fragilità delle certezze degli uomini che l’hanno amata. Per Kanning, il marito avvocato che intraprende la carriera politica e sta per diventare ministro, l’alterità di Gertrud viene percepita principalmente come tradimento e la sua perdita lamentata come “cosa” posseduta che non si vorrebbe perdere. E a poco serve la consolazione materna, di una madre che non può capire come un’altra donna possa non amare suo figlio: “…allora è una che non merita il tuo rammarico”. Anche il totalizzante amore materno rappresenta un’alterità, ma che ben si iscrive all’interno di un sistema capace di sfruttarne tutti i vantaggi senza concedere reali contropartite. Kanning ripaga l’amore della madre con il denaro senza dimenticarsi di suggerirle di non sprecarlo. Per Jansson , il giovane musicista, affaccendato a vivere la vita anche a costo di consumare anzitempo il proprio talento artistico, la parola “amare” pronunciata da Gertrud suona estranea “come se non si trovi al suo posto nella nostra lingua.” Al rifiuto di Gertrud di fare l’amore un’ultima volta con lui, prima di lasciarsi definitivamente, Jansson svela la realtà possessiva del proprio desiderio: “No, io non ti amo. Se ti amassi partirei con te infischiandomi di qualunque altra cosa. Io sogno una donna. Ma tu non sei quella donna. Essa dovrà essere innocente e pura. Dovrà ubbidirmi ed essere proprietà mia.” E’ un pensiero gretto e possessivo del tutto simile a quello di Kanning. Anche lui prima di essere lasciato le aveva fatto la stessa richiesta: “Tu stanotte devi essere mia. Per l’ultima volta. Poi potrai andare dove vorrai e naufragare nel sudiciume e nella vergogna.”

Ma in Jansson la proprietà non è sufficiente. Ciò che si è avuto perde di valore. L’ansia del consumare, di consumare la vita pensando con ciò di evitare di essere consumati da essa, avvicina il giovane musicista al maturo poeta Lidman, per il quale però, in un capovolgimento speculare, ciò che è perso è tutto. E da qui l’essere preda della nostalgia, quella stessa nostalgia che prova Kanning nei riguardi della moglie che sente di star per perdere. Tre uomini il cui sentire si raccorda, si insegue, si ricongiunge in una specie di ciclo concluso. Il rifiuto di Gertrud apre a tutti e tre la visione del vuoto del loro esistere. La nostalgia per un possesso non posseduto “che scivola via tra le dita”, come la vita, per Kanning; la nostalgia per un futuro che degrada inevitabilmente in un passato che non è niente, per Jansson; la nostalgia per ciò che si è perso, non la donna amata come vorrebbe credere Lidman, ma solo la propria vita, riassumibile nella lapidaria epigrafe: “inutilmente”. Alla base di questi fallimenti sta proprio quella “teoria dell’amore” che viene affermata dal poeta Lidman nel ricevimento che vede riuniti tutti e tre gli amori di Gertrud. Due sono le cose più importanti nella vita, come enuncia Lidman nel suo discorso: l’amore e il pensiero. E se l’amore è quella riunione di mente e sensi che crea quell’estasi erotica in cui “gli uomini trovano l’infinito e l’eternità”, il pensiero è quella cosa che c’è di più lontano dai sensi e che non può essere coscientemente falso. A questa dicotomia tra amore e pensiero, tra passione e ragione, irriducibili l’una all’altra, Gertrud contrappone il suo Amor omnia: “Non c’è altro nella vita che l’amore… niente, nient’altro.” E se l’amore è tutto è perché è con esso che un essere umano si rapporta ad un altro essere umano. E’ con questo che lo riconosce e lo accetta come simile. La coesistenza di diverse verità non è un ostacolo per l’amore al contrario dell’intelletto raziocinante che deve scegliere, per sua natura, la “unica” vera verità. Il pensiero non può mentire a sé stesso, a costo di accecarsi! Gertrud non riassume in sé semplicisticamente le ragioni dell’amore ma ne evidenzia la sua insostituibile funzione nell’agire umano, pena il decadimento dell’umano stesso. La storia del Novecento gravida di teorie e pratiche del non riconoscimento umano a livello di massa, ben lo dimostra. Ed è proprio per questo che se, come sostiene Gertrud, “l’amore è tutto” non per questo c’è felicità nell’amore: “Devi credere a me che ho amato più di te. Perché sono donna. L’amore è sofferenza. L’amore è infelicità.” Gertrud non parla del piacere dell’erotismo o del sentirsi innamorati, essa ci parla dell’amore come capacità di riconoscere l’altro nella sua differenza e ciò comporta sofferenza in quanto proprio questa differenza non può essere annullata. Può essere accettata o rifiutata ma mai non considerata. Essa c’è, come un’altra verità e non può essere elusa come una non verità e condannata di conseguenza al rogo come non umana. Axel, l’amico di Gertrud, rappresenta forse l’occasione mancata della sua vita ma anche l’apertura alla possibilità di un incontro, un futuro in cui maschile e femminile possano costruire insieme un mondo capace di includere verità diverse tra loro, vedendole non come contraddizioni inconciliabili, ma come possibili dimensioni ulteriori del reale.

(*) cfr «Dies Irae»: negli occhi di Carl Theodor Dreyer e «Ordet» di Carl Theodor Dreyer

 

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