Gerusalemme: la vergogna di Sur Bahir

Un documento delle organizzazioni umanitarie Onu, il comunicato di «Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese» e un articolo di Patrizia Cecconi

Dichiarazione ufficiale sulle demolizioni a Sur Bahir

Dichiarazione congiunta di Jamie Mc Goldrick (Ufficio Coordinator Umanitario), di Gwyn Lewis (Direzione UNWRA delle operazioni in Cisgiordania) e di James Heenan (Capo Uffcio Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati).

GERUSALEMME 22 luglio 2019

Oggi stiamo seguendo con tristezza la distruzione delle abitazioni nella comunità palestinese di Sur Bahir da parte delle autorità israeliane.

Informazioni provvisorie emergenti dalle comunità indicano che centinaia di militari israeliani sono entrati nella comunità’ questa mattina e hanno demolito numerosi edifici residenziali, incluse case abitate nelle zone A, B, C della Cisgiordania sul versante Gerusalemme Est del Muro.

L’operazione su larga scala è iniziata nelle prime ore del mattino, prima dell’alba e ancora al buio, forzando fuori dalle loro case le famiglie che vi risiedevano creando grande stress tra i residenti. Fra coloro espulsi a forza o coinvolti vi sono rifugiati palestinesi che affrontano nuove espulsioni, già avvenute nella loro vita.

Le Organizzazioni umanitarie si preoccupano di dare una risposta di emergenza chi è espulso o coinvolto nella distruzione delle loro proprietà private. Ma non esiste alcuna assistenza umanitaria che possa sostituire una casa o ripianare l’enorme perdita economica subita dai proprietari. Molti di coloro che sono coinvolti riferiscono di aver investito i risparmi di una vita in quelle proprietà, dopo aver ottenuto i regolari permessi di costruzione da parte dell’ Autorità Palestinese. Quello che è successo oggi in Sur Bahir e’ allarmante anche perché molte altre abitazioni e strutture ora rischiano la stessa distruzione.

La politica israeliana di distruggere le proprietà palestinesi non è compatibile con gli obblighi dettati dalla legge internazionale. Fra i vari punti, la distruzione delle proprietà private nei territori sotto occupazione militare è solo permessa se assolutamente necessaria per operazioni militari, cosa che non riguarda oggi. Per di più provoca espulsioni e contribuisce al rischio di ulteriori trasferimenti forzati di molti palestinesi in Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est.

Nel 2004 la Corte Penale Internazionale (CPI) ha dichiarato illegale la costruzione del Muro e ha definito ingiustificata da emergenze militari le parti del Muro erette all’interno della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, come vediamo a Sur Bahir. Questo viola gli obblighi di Israele dettati dalla legge internazionale.

Proprio 15 anni fa, quasi nello stesso giorno di luglio, l’Assemblea Generale ONU con la Risoluzione ES 10/15 del 20 luglio 2004 richiedeva ad Israele il rispetto degli obblighi legali definiti dalla Corte Penale Internazionale. Se fossero rispettati questi princìpi, la legge internazionale umanitaria e dei diritti umani, la popolazione di Sur Bahir non avrebbe subìto i traumi di oggi e la violazione dei loro diritti.

COMUNICATO STAMPA della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

L’ONU insorge contro Israele per la demolizione di decine di abitazioni ed edifici

palestinesi a Sur Bahir, quartiere alla periferia di Gerusalemme Est ​occupata

Ieri 22 luglio, a firma dei massimi rappresentanti dell’ONU presenti a Gerusalemme, Jamie McGoldrick (Coordinatore Ufficio Umanitario), Gwyn Lewis (Direzione UNWRA delle operazioni in Cisgiordania) e James Heenan (Capo Ufficio Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati) è stata diramata una «dichiarazione congiunta» di ferma condanna dell’arbitraria demolizione a opera dell’esercito occupante israeliano di decine di abitazioni ed edifici legittimamente abitati dalla popolazione palestinese a Sur Bahir, quartiere alla periferia di Gerusalemme Est ​occupata. I tre funzionari dell’ONU denunciano senza esitazione l’illegalità dell’operazione affermando che «la politica israeliana di distruggere le proprietà palestinesi non è compatibile con gli obblighi dettati dalla legge internazionale. Per di più provoca espulsioni e contribuisce al rischio di ulteriori trasferimenti forzati di molti palestinesi». E richiamano la condanna del 2004 della Corte penale internazionale per la costruzione del Muro.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese, nel diffondere il testo integrale della Dichiarazione, denuncia con grande tristezza questo ennesimo atto violento e ingiusto che colpisce brutalmente persone palestinesi già rifugiate, che adesso devono subire la seconda espulsione della loro vita.

Se il furto della terra e delle vite palestinesi continua e Israele ancora una volta può espellere (illegittimamente e tuttavia impunemente) la popolazione palestinese dai suoi territori è perché mai la comunità internazionale si è levata a contrastare efficacemente la politica espansionistica di Israele e il suo colonialismo di insediamento.

La colpevole inerzia della comunità internazionale è la ragione per cui il genero di Trump – Kushner – ha potuto osare di proporre il suo piano, noto anche come “l’accordo del secolo”, che tanto ha occupato i media particolarmente nell’ultimo mese.

Kushner, la cui fondazione di famiglia ha generosamente finanziato i progetti dei coloni, ha messo in piedi un’astuta e subdola strategia mirante a vincere perdendo. In realtà, il piano è stato pensato per costringere i palestinesi in un angolo dal quale l’unica loro risposta possibile all’accordo di pace proposto (denaro contro la Terra Palestinese) non avrebbe potuto che essere un secco rifiuto. E infatti la popolazione palestinese, unita, ha rifiutato categoricamente di partecipare alla conferenza in Bahrain. Tutti i palestinesi, di qualsiasi orientamento, sanno che “l’Accordo del Secolo” è contro le leggi e le risoluzioni internazionali e contro i diritti dei profughi.

La popolazione palestinese è sempre più vulnerabile poiché la strategia delle autorità israeliane rende la vita dei palestinesi sempre più difficile, i loro diritti sempre più violati, la loro terra più ridotta. Ma i palestinesi non perdono la loro fierezza e non rinunciano alla loro dignità. Hanno bisogno però – oggi più che mai – del sostegno internazionale in applicazione di leggi e trattati sottoscritti da tutti gli Stati.

La Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Roma 23 luglio 2019

 

Uno spettro si aggira… ma non è il comunismo!

di Patrizia Cecconi (*)

(Foto di Al Mayaddin)

Uno spettro si aggira per il Medio Oriente e da lì, attraversando mari e monti, arriva lontano ponendo le sue basi ovunque, mostrando l’assoluta inanità del  Diritto universale umanitario e divorando ogni norma della Legalità internazionale a partire dalle Convenzioni di Ginevra.

Uno spettro che con fatti concreti e inoppugnabili sotto gli occhi, mostra l’insipienza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite ridotta ad essere solo il  palazzo di vetro in cui portare in visita le scolaresche e spiegare loro come il sogno delle “magnifiche sorti e progressive” che doveva realizzarsi in quelle stanze si sia infranto già dopo  solI tre anni di vita, grazie alla nascita per autoproclamazione dello Stato di Israele che, fin dalla sua fondazione, ne avrebbe calpestato principi e risoluzioni.

Sarebbe riduttivo, oltre che fazioso, catalogare come antisemita quest’affermazione e non rendersi conto, invece,  della gravità – per il mondo e non solo per i palestinesi – del sionismo e dei suoi lunghi tentacoli, capaci di annichilire il Diritto umanitario universale e ogni norma della Legalità internazionale.  Ogni pensante intellettualmente onesto e minimamente al corrente della realtà, non può che amaramente convenire sulla  pericolosità di seguitare a risparmiare a Israele le sanzioni giuridiche conseguenti alle sue azioni criminali, sanzioni indispensabili a farlo entrare nell’alveo della legalità internazionale e limitare gli orrendi  danni politici e umani che da quasi un secolo produce.

Da circa 80 anni quel che si verifica nella regione geografica definita da oltre due millenni Palestina, è un continuo esercizio di soprusi  esercitati in nome del sionismo, ideologia affermatasi a fine 1800 grazie all’ebreo austriaco Theodor Herzl e conclamatasi con la nascita  dello Stato di Israele, non nel rispetto della Risoluzione Onu 181, ma per autoproclamazione da parte di Ben Gurion poco prima che scadesse il Mandato britannico, quindi al di fuori  della Risoluzione Onu, proprio a certificare al mondo che il neonato Stato di Israele era al di fuori e al di sopra di ogni legge umana, internazionale o sovranazionale che fosse, riconoscendo, come unica base del suo esistere, la narrazione biblica che ne permette l’assurdo ritornello “ritornare alla terra promessa”.

Questo incipit non è una gratuita veloce sintesi storica, ma la base che non può essere dimenticata per capire l’essenza dell’ultima grave violazione israeliana del Diritto internazionale oltre che dei diritti del popolo palestinese: l’ultima demolizione di alcuni grandi palazzi decretata da Israele per portare avanti il suo piano di confisca illegittimo e brutale a danno dei palestinesi.

Lo Stato ebraico sta infatti sviluppando quello che nel progetto della “grande Israele”,  progetto precedente alla fondazione dello stato medesimo, era indicato come il piano D, vale a dire l’annessione passo dopo passo dell’intera Palestina storica dal Giordano al Mediterraneo, considerando, secondo la narrazione biblica, DIRITTO degli uomini e delle donne di religione ebraica sparsi per il mondo, l’occupazione di questa terra in quanto “promessa loro” dal loro Dio.

In Israele il dettato religioso si fonde con le scelte politiche e questo non da oggi ma già dal  1897, da quando cioè il padre del sionismo, il citato Theodor Herzl, benché ateo, trovò strategico il ricorso alla narrazione biblica per la creazione di uno Stato solo per gli ebrei, fondato nel luogo geografico in cui l’evocazione religiosa avrebbe avuto la forza tipica dei miti fondativi e sarebbe stata la carta vincente.

Ovviamente se non ci fosse stato l’interesse delle grandi  potenze dell’epoca ad avere un punto di riferimento sostanzialmente occidentale alle porte del Medio Oriente, non ci sarebbero stati gli accordi Sykes-Picot nel 1916, né tantomeno la dichiarazione di lord Balfour del 1917. Se poi non ci fosse stato il dramma terribile della “shoah” voluta  dal nazi-fascismo, cioè il tentativo di eliminare chiunque fosse di religione o di origini ebraiche, forse oggi non assisteremmo a una nuova shoah, quella palestinese per mano degli israeliani.

Usiamo il termine shoah nel suo significato proprio di “tempesta devastante” che porta all’eliminazione di  una popolazione. Nel  caso del nazismo la popolazione, definita razza,  era identificata con la religione di appartenenza e l’intenzione era quella di eliminarne fisicamente ogni appartenente, mentre nel caso di Israele  i continui massacri di palestinesi  non hanno finalità di eliminazione di un popolo perché musulmano e/o cristiano, ma semplicemente quella di cacciarli per occuparne completamente la terra sulla quale vivono da numerose generazioni, spesso precedenti anche all’affermarsi  dell’Islam.  Qualcuno la chiama “pulizia etnica della Palestina” facendola risalire alla Nakba, cioè la catastrofe del quarantotto, qualcuno ha deciso di chiamarla shoah, sebbene il termine sia di lingua ebraica, perché forse fa meglio capire di cosa si sta macchiando Israele sapendo che gli ebrei, prima della sua fondazione, furono vittime a milioni della Shoah per mano nazista.

Ma tutto questo non sconvolge gli Stati che fanno affari con Israele, sebbene si definiscano democratici, ne’ le organizzazioni internazionali e sovranazionali  sebbene i loro rappresentanti istituzionali riempiano i propri  discorsi di concetti quali diritti umani, giustizia e pace.

Israele gode di un effetto alone di falsa legalità che, insieme alla tragedia del passato olocausto, lo protegge come una corazza inattaccabile. Ecco quindi che la volontà del governo israeliano, ben supportato dalla quasi totalità della sua popolazione di circa 9 milioni di abitanti dai quali si sono smarcati una ventina di giovani attivisti e qualche giornalista del calibro di Gideon Levy o Amira Hass, ha deciso di abbattere una decina di palazzi palestinesi facendo un ulteriore passo avanti rispetto a quanto fatto finora con le decine di migliaia di demolizioni di case palestinesi.

Il passo avanti, al di sopra di ogni possibile strumentale giustificazione, è consistito nel demolire anche i palazzi costruiti nella zona A, quella che perfino per  gli accordi di Oslo (la trappola tesa ai palestinesi nel 1993 a servizio di Israele) è, o meglio dovrebbe essere,  sotto totale giurisdizione palestinese.

In questo modo Israele, per il tramite di Netanyahu, ha dato un ulteriore calcio al Diritto oltre che alla già sfilacciata Anp ed ha ancora una volta dimostrato, sentendosi forse alla stregua del “cancelliere di ferro”, che gli accordi sono solo pezzi di carta.

Ma i bulldozer israeliani e i circa 700 militari con la stella di David intervenuti per portare a termine il reato non hanno fatto un passo prima che la beffa della legalità israeliana, cioè la sentenza emessa dalla Corte Suprema Israeliana  (alla quale, in modo stoltamente fiducioso,  i palestinesi si erano appellati) non avesse decretato il suo verdetto: si può demolire!

E così, al pari degli ebrei  italiani che dopo il novembre del 1938, si  videro cacciare LEGALMENTE da scuole e posti di lavoro, così i palestinesi, nella tragica beffa  che diverte Israele e lo giustifica agli occhi dei suoi valletti e dei suoi padrini, hanno visto demolire LEGALMENTE le loro case. Non sono le prime, lo ripetiamo, ogni giorno Israele commette questo tipo di odioso sopruso e, solo nel periodo compreso tra il “67 e il “73, ne demolì 9.000 lasciando 50.000 palestinesi senza tetto come denunciato dall’avvocata ebrea Felicia Langer nel suo libro di testimonianze “Con i miei occhi” prima che decidesse di lasciare Israele rendendosi conto che il suo operato, oltre a portare raramente a vincere cause già truccate in partenza, offriva a questo Paese un’occasione – esattamente come la cosiddetta Suprema Corte –  di mostrare una legalità nei fatti inesistente in termini di giustizia.

Quanti mass media hanno dato il giusto spazio a quest’ennesima violazione che passa sui palestinesi ma che, ridicolizzando le istituzioni internazionali, toglie a tutti i cittadini del mondo  la possibilità di sentirsi tutelati dal Diritto universale trasformato in carta da parati? Pochissimi. Anzi soltanto uno, Il Manifesto, che gli ha dedicato la prima pagina ma che, purtroppo, è un giornale in qualche modo di nicchia e non raggiunge quell’opinione pubblica “di massa” che, ascoltando distrattamente i TG, pensa che i palestinesi abbiano costruito illegalmente e che Israele, dietro sentenza “imparziale” della Corte Suprema, abbia smantellato l’illecito. Magari chissà in quante menti sarà balenata l’idea che se avessimo anche noi un Netanyahu non ci sarebbero tanti abusi edilizi!

E Israele seguiterà a fare affari con l’Italia e tutti gli altri Paesi democratici, l’Onu esprimerà il suo rimprovero, anzi già lo ha fatto e sta a posto così, idem la UE e, in conclusione,  i palestinesi vedranno crescere disperazione e comprensibile odio contro chi da oltre 70 anni li umilia, li arresta, li ferisce, li uccide, li caccia e viene pure chiamato democratico.

Abbiamo visto i soldati dell’esercito di occupazione autoritrarsi in foto e in video mentre facevano esplodere i palazzi ridendo e complimentandosi per la buona mira. Anche i palestinesi li hanno visti. Possiamo immaginare i loro sentimenti.

Nessuno chiama quei soldati terroristi, ma nella coazione a ripetere indotta da Israele, terrorista sarà chi si ribellerà, magari con un sasso o un coltello da cucina,  a questo scempio di vite e di diritti.

Felicia Langer, l’avvocata israeliana che lasciò schifata Israele, poco prima di morire scriveva: “arriverà il giorno in cui Israele si vedrà costretto a cambiare la propria politica”. Forse era un’affermazione di fede, forse il desiderio di veder trionfare la giustizia.  Ma quel che noi possiamo vedere è solo il moltiplicarsi del potere israeliano e il contaminare – come fosse un batterio di cui non si è trovato l’anticorpo –  ogni aspetto della vita culturale, scientifica, agricola e industriale ovunque nel mondo e tutto questo fa crescere una sorta di soggezione che imbavaglia la critica politica per paura dell’anatema che condanna all’isolamento: ANTISEMITA!

Lo abbiamo scritto altre volte, solo i giornali indipendenti hanno la possibilità di correre il rischio dell’anatema senza perdere la loro funzione di provare a far conoscere la verità.

In questo caso la verità è chiara: Israele conosce solo abusi e dagli abusi  sistematici possono uscire solo due risultati, o la rassegnazione e la fuga o la resistenza con tutti i mezzi possibili, giusti o sbagliati che siano ai nostri occhi di osservatori occidentali.

Intanto, mentre scriviamo, i palazzi di dieci piani, con i loro appartamenti abbelliti di cuscini di velluto, di tende spesso comprate a rate, con i bicchieri di vetro per il tè, le coppette per il caffè sempre caldo, i piatti per la maqluba e la mussaqan, le stanze dei tanti bambini , i loro giochi, i loro libri, i loro abiti… è tutto trasformato in un ammasso di calcinacci. Così ha voluto il governo del popolo eletto… a parte una ventina di generosi ma impotenti dissenzienti.

(*) ripreso da www.pressenza.com

 

Redazione
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Un commento

  • credo che gli israeliani siano un popolo eletto ma matto da legare, se non sono riusciti a far la pace, avrebbero bisogno di ta nti brav i psichiatri, viva la pace

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