Ghiacciai e lotta di classe

di Giulia Abbate

Leggendo le reazioni al disastro della Marmolada, noto – fra le tante – due tendenze degne di una riflessione. Entrambe sono espresse da pensatori rispettabili e rilevanti.
Una è di chi minimizza il cambiamento climatico e toglie legittimità alle tesi ambientaliste che da anni avvertono dell’emergenza in corso. L’altra è di chi stigmatizza questi atteggiamenti puntando il dito contro “i negazionisti”.
Lasciatemi dire che se i commenti della prima categoria sono preoccupanti, i secondi mi paiono quelli che hanno capito meno cosa sta succedendo.
Io sono ovviamente turbata verso il minimizzare, o, peggio, verso il negare il cambiamento climatico antropico. Ma tanto per cominciare non penso il problema sia “il cambiamento climatico”: il clima cambia continuamente e saltella fra i cataclismi, su questo chi minimizza può avere ragione. Il problema è più esteso: è il genocida-ecocida-suicidario avvelenamento da parte di una certa categoria di bestiole, i capitalisti bianchi occidentali, ai danni dell’ecosistema intero, trattato come frontiera da cui estrarre, estrarre, estrarre risorse e valore e capitale e sangue.
Questo avvelenamento provoca molti guai, fra cui stravolgimenti artificiali e dolosi delle condizioni atmosferiche. Già metterla in questo modo è ben diverso, e chi ha i mezzi e le competenze in materia dovrebbe smetterla di parlare del CLIMA e del CAMBIAMENTO CLIMATICO che (poracci) non hanno iniziato loro, e starebbero ‘na favola senza chi li danneggia con pertinacia.
Se tali danni e tale pertinacia non vengono nominati e chiamati in causa, non sono percepiti come problema. Ma quindi un comunicatore scientifico a che mi serve? A dire che il cielo mi crollerà addosso perché sono stata cattiva? Me pareva che ‘sta fase l’avevamo superata… no?
Parliamo della stigmatizzazione. Trovo arrogante il modo con cui molti scienziati-comunicatori se la prendono contro i “negazionisti”. Per cominciare, lasciatemi dire che il termine è davvero odioso: parifica chi questiona i temi ecologici a quei quattro criminali che negano i formi crematori. È un insulto creato apposta per bloccare un dialogo possibile, forgiato fra l’altro da chi ha studiato proprio alla scuola di propaganda dei nazisti e ne ha messo in pratica le lezioni.

E grandi scienziati, lì pronti a pappagallare. Questa ottusità davvero mi repelle.
Perché chi ora punta i piedi contro “la narrazione del cambiamento climatico” ha ragioni che non è così difficile capire, e che di per sé sono rispettabili anche se portano a conclusioni controfattuali e assurde.
Molte persone reagiscono in questo modo perché si ribellano a una narrativa sempre più abusiva, che incolpa del disastro ambientale il nostro cambio di mutande. Che urla all’emergenza soltanto per interesse, invocando “la transizione ecologica” a base di petrolio turco, gas USA e minchiavvocati del nucleare.

Le persone normali sono spesso più avanti di grandi tecnici, perché una cosa l’hanno capita, e mica una cosa da poco: chi comanda suona a intermittenza le trombe green perché nulla davvero cambi, perché chi inquina duro possa continuare a farlo: lo abbiamo visto succedere con Kyoto e il discorso delle “multe”, che in pratica sono tangenti per poter inquinare.
E abbiamo visto di peggio: persino la guerra è ecologica. Perché, quando si trattava di decrescita, noi che la chiamavamo in causa eravamo emerit
ə cojonə, ma se la motivazione è fare la guerra, eccoli a urlare «abbassa il termostato, DISFATTISTA».
E che non ti viene, la voglia di scialacquare? Non è umano manifestare una sonora rosicata? Parlo sempre di commenti e post, eh; non di farlo davvero. Ma diciamocelo, dai. Diciamocelo: è chiaro a chiunque non abbia una ffp2 sugli occhi che l’intrusione nei comportamenti quotidiani scaturisce dalla brama di potere; è sempre il puro dominio che vogliono, e lo vogliono semplicemente perché possono averlo, perché è molto facile imbellettarlo con il tema “ecologico”, come lo è stato per quello “sanitario”… funziona che è un piacere.
Ho ascoltato quotati filosofi affermare che le proteste (democratiche e pacifiche) contro i lasciapassare mettevano a rischio la salute e che invece lo Stato ci voleva solo proteggere: come faccio, dopo queste coglionate, a stare a sentire lo stesso filosofo che mi avvisa del collasso ecologico? Come faccio ad aderire al discorso “ecologico” di un potere che mi ha impedito di lavorare e mi ha negato il sostentamento, chiamandomi assassina per prendersi il mio corpo? Magari su questo in molt
ə non concordate. Ma sentite questa, allora: come faccio a non percepire una disperata stretta al culo, quando Draghi afferma che «la prossima emergenza sarà il cambiamento climatico»? Ma che davéro – per dirla alla romana – pensate che se pure stavolta apparecchiamo le chiappe almeno però “salviamo il clima”? Lo salviamo come abbiamo “sconfitto il virus”? Ma che davéro davéro?
A che mi serve uno scienziato che mi parla in modo ansiogeno di gradi celsius e non osa dire il resto? Non osa parlare di politica? Gli inquinatori non sono politica? I ricchi di merda che bruciano con un razzo a forma di pisello l’energia pari al fabbisogno di una cittadina – e poi ci dicono pure che non dobbiamo fare figli e non dobbiamo usare la macchina a scoregge per andare a faticare – non sono politica? I soldoni a esperimenti ecocidi, a farneticazioni transumane, ad accademie di turbotecnici pronti a servire il capitale facendo altri danni al nostro pianeta e alla nostra gente non sono politica?
Certo, che la ribellione diventi ribellismo e arrivi alla negazione non va bene per niente: è autolesionista e anche stupido. Un pensiero complesso che non sia bianco o nero lo si può tirar fuori? Direi che si deve.
Direi che dobbiamo ridurre velocemente i consumi e rinunciare per sempre ai nostri comfort da strapazzo, tornando a stare un po’ più scomodi, un po’ più al freddo o al caldo e così via.
Ma questo NON SI PUÒ disgiungere dalla rivoluzione. Parlo di una rivoluzione nonviolenta, più difficile e più ambiziosa di un bagno di sangue a spot. Parlo di ritirare il nostro consenso, la nostra obbedienza, la collaborazione a una struttura di potere che ci sta facendo a brandelli. E creare altri sistemi nei quali vivere in modo diverso. Magari senza gas, o magari senza soldi, senza Stato, senza social. Senza più comprare merda. Senza più produrre merda.

Non apporteremo reali benefici all’ecosistema se non ci priviamo della nostra più dannosa perversione: il capitalismo neoliberista, che in meno di quarant’anni ha fatto uno sfacelo di tutto. Cambiamo il clima, ma cambiamolo nei villoni di chi nuota nell’oro. Leviamogli tutto, tiriamoli fuori dalle stanze dei bottoni, spianiamo le stanze e bruciamo i bottoni: impediamo loro di nuocere ancora, di comandare concentrare capitalizzare depredare ancora. E di chiuderci il gas.

Ce lo dobbiamo chiudere da solə, il gas, ma NON PRIMA di aver ripreso e vinto una nuova e attualizzata lotta di classe. Perché nella nostra classe, oggi, ci sono pure i ghiacciai.
Notizia bomba: si può essere ecologistə e contemporaneamente non farsi inculare dai veri inquinatori. Anzi, questa è l’unica strada possibile per un vero ecologismo. Scienziati arroganti ma competenti e masse stomacate dalla propaganda stanno in realtà dalla stessa parte. Bisogna lo capiscano e valorizzino il fronte comune. Dopodiché, quando ci saremo riconosciutə e, nelle nostre differenze, avremo coordinato gli sforzi per riprenderci (cura di) tutto, i potenti servi del capitale non saranno più nulla, non potranno nulla, non serviranno a nulla, e tutt’al più potremo chiedere loro solo e soltanto una cosa: ORA DOVE VI NASCONDERETE?

 

 

Giulia

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