«Gilet gialli»: e se invece fossero di sinistra?

Un’analisi di Alain Bihr e due documenti sulle richieste del movimento

Non è più necessario ricordare l’ampiezza di un movimento senza eguali, come è senza eguali la sorpresa generale che il suo scoppio ha prodotto, una sorpresa prolungata dalla sua durata e radicalizzazione. D’altra parte, la sua stessa esistenza e il suo futuro continuano a porre alcune domande teoriche e politiche. Le caratteristiche sociologiche del movimento I reportage giornalistici a caldo, così come le testimonianze di attivisti che hanno preso parte al movimento dei blocchi stradali, evidenziano la sua eterogeneità in termini di composizione di classe, cosa che contrasta con la sua concentrazione spaziale [1]. La sua composizione multi-classe è indubbia, però il grosso di esso è formato dal proletariato (operai e impiegati, salariati e non), e in più da membri degli strati inferiori dei quadri di impresa (capisquadra, tecnici), da appartenenti alla piccola borghesia (essenzialmente artigiani, ma anche contadini e persino intellettuali, per esempio, infermieri/e) e perfino da piccoli imprenditori. La presenza di donne e pensionati è molto più grande di quella che c’è nelle mobilitazioni a cui siamo abituati. Se questa eterogeneità non ha ostacolato il movimento, è perché tutti condividono un certo numero di punti comuni che hanno reso possibile la convergenza. Si tratta delle vittime delle politiche di austerità praticate da tutti i governi per quasi quattro decenni. Queste politiche hanno provocato il deterioramento delle loro condizioni contrattuali, di lavoro e di retribuzione; la crescente difficoltà a “far quadrare i conti alla fine del mese”; la crescente angoscia per ciò che accadrà il giorno dopo per se stessi e per la propria famiglia (specialmente i bambini); il degrado o persino la scomparsa dei servizi pubblici e delle strutture pubbliche a cui potrebbero accedere; la sensazione di non essere rappresentati (tenuti in conto e considerati) da nessuno (compresi i sindacati, i professionisti, i politici), con la sola eccezione di qualche sindaco (che però ha ben poco potere); la sensazione di essere abbandonati, lasciati a se stessi e disprezzati da governanti che non hanno occhi, orecchie e voce se non per quelli che stanno in alto. E tuttavia questi “espropriati” hanno ancora la forza collettiva della solidarietà locale, basata sulla parentela e sul vicinato, fatta di reciproca conoscenza e riconoscimento, ma anche di un’intera “economia sommersa” di mutuo soccorso, scambio di servizi, donazioni e contro-donazioni, che garantisce, oltre la sopravvivenza, la possibilità di cavarsela. Altrimenti, non si spiegherebbe come mai molti uomini e donne hanno partecipato alle operazioni svolte dai “gilet gialli” nel freddo di novembre per diversi giorni consecutivi e fino a più di dieci giorni in alcuni casi. La seconda caratteristica sociologica di rilievo del movimento è che si è sviluppato nelle zone rurali intorno ai centri urbani. Il fatto è che le categorie sociali sopra indicate sono sempre più espulse dai centri urbani e dalle periferie urbane più vicine alle aree metropolitane, per effetto dell’aumento dei prezzi dei terreni e degli immobili e della ripartizione spaziale delle città. D’altra parte, nello spazio peri-urbano, la dipendenza dall’auto individuale è massima: è indispensabile almeno un’auto per famiglia non solo per andare a lavorare, ma anche per fare acquisti, per portare i bambini a scuola ed alle attività extrascolastiche, per andare dal medico ed effettuare le procedure amministrative necessarie, per partecipare alle attività della comunità locale, ecc., a causa della crescente concentrazione di strutture e servizi, pubblici o privati, nei centri e nelle periferie urbane, e dell’assenza o carenza di mezzi di trasporto pubblico, e della preferenza accordata ad alloggi singoli che produce la dispersione delle abitazioni. Di qui, il carattere obbligato delle spese di carburante per queste famiglie [2] e, quindi, dato il loro budget precario, l’estrema sensibilità di tali fasce della popolazione ai prezzi dei carburanti. E proprio il loro continuo aumento negli ultimi mesi, a seguito dell’aumento del prezzo del petrolio sul mercato mondiale, e l’annuncio di un ulteriore loro prossimo aumento (dal 1° gennaio: + 6,5 centesimi al litro il gasolio, + 2 9 centesimi al litro il SP95) a seguito dell’aumento dell’imposta sui consumi interni dei prodotti energetici (TICPE), è stato la miccia che ha dato fuoco alle polveri! Tanto più perché, poiché il gasolio è stato a lungo tassato meno degli altri carburanti, il numero di autovetture individuali a diesel rappresenta ancora oggi oltre il 60% del totale. Da qui anche la scelta delle modalità di azione dei manifestanti (bloccare o filtrare il traffico per sensibilizzare gli automobilisti) e la scelta del simbolo della protesta (il famoso gilet giallo).

Caratteristiche politiche e ideologiche del movimento

La composizione sociale del movimento è per l’essenziale sufficiente a spiegare i suoi limiti originari a livello politico e ideologico. Le sue rivendicazioni immediate si sono limitate a chiedere un calo del prezzo dei carburanti, comprese le tasse che rappresentano il 60% di questo prezzo. Ma questa rivendicazione attacca solo un aspetto minore della politica fiscale del governo, senza mettere in discussione l’insieme di quest’ultima, in particolare l’aumento delle imposte indirette e la riduzione di quelle dirette, e all’interno di queste ultime l’aumento della tassazione sui redditi da lavoro a beneficio dei redditi da capitale, e dunque dei redditi più alti e e dei grandi patrimoni: vedi l’abbassamento dell’imposta sulle società (IS), la flat tax sui redditi da capitale, l’abolizione delle aliquote più elevate (IRPP), l’abolizione della tassa di solidarietà sulla ricchezza (ISF) [3]. I “gilet gialli” non hanno neppure messo immediatamente in discussione la ripartizione delle entrate fiscali (la componente della spesa pubblica) a beneficio del capitale (vedi ad esempio il credito d’imposta per la competitività e l’occupazione – CICE – pari a circa centodieci miliardi in cinque anni) e a scapito del lavoro (tagli netti al finanziamento dei servizi pubblici e dei beni pubblici, una parte dei quali è salario indiretto o differito). Ma non c’è da sorprendersi per tali limiti se si pensa a tutti quelli, tra i dimostranti, che non avevano avuto finora, ed è la stragrande maggioranza, nessuna esperienza o formazione politica, e per i quali questa protesta è stata la loro prima mobilitazione. Approfittando dei limiti immediati del movimento, diverse voci si sono levate per gettare discreto su di esso o, almeno, per avanzare dei sospetti. Vada per il disprezzo ordinario delle “alte sfere” per il “popolo basso”. Più sorprendenti e inquietanti le voci da sinistra e anche dall’estrema sinistra. Il movimento è stato descritto come poujadista. Nella seconda metà degli anni 1950, il poujadismo è stato un movimento composto principalmente da elementi della piccola borghesia (anche commerciale) e da possessori di piccoli capitali minacciati dalla penetrazione del grande capitale (oligopolistico) in alcuni rami di industria, del commercio e dei servizi, e dalla creazione di istituzioni caratteristiche del compromesso fordista tra capitale e lavoro salariato (in particolare, la sicurezza sociale). Il movimento attuale, invece, è composto prevalentemente da elementi del proletariato minacciati dal continuo smantellamento delle conquiste del compromesso fordista. L’unica cosa in comune è l’antifiscalismo; ma mentre questo era un punto fermo per il movimento poujadista, l’attuale movimento dei “gilet gialli” è già andato oltre, come vedremo in seguito. Le “anime belle” della sinistra e di parte dell’estrema sinistra hanno anche accusato questo movimento di essere al traino della destra e dell’estrema destra. Queste accuse sono state lanciate sulla base dell’osservazione di slogan o comportamenti sessisti e razzisti all’interno dei collettivi di “gilet gialli”; della presenza in gruppi di dimostranti di simboli o marcatori della destra o dell’estrema destra nazionalista (la bandiera tricolore, la marsigliese); del sostegno immediato ai “gilet gialli” da parte dei leader dell’estrema destra o della destra estrema (Le Pen, Dupont-Aignan, Vauquiez) che cercano di recuperare il movimento per i propri fini, e della partecipazione dei militanti dell’estrema destra ad alcuni dei loro collettivi. 

Anche se molte volte i “gilet gialli” si sono dichiarati “apolitici” (ed è vero che l’apoliticismo è piuttosto di destra), si può comunque rispondere a simili accuse. A parte il fatto che le azioni e le parole razziste o sessiste sono rimaste proprie di una minoranza, i “gilet gialli” non hanno purtroppo il monopolio del sessismo o del razzismo. Da questo punto di vista, gli attivisti e le organizzazioni di sinistra e di estrema sinistra farebbero bene a spazzare il terreno davanti alla loro porta. Inoltre, aspettare che un movimento popolare spontaneo sia ideologicamente puro per sostenerlo e intervenire, equivale a condannare se stessi all’impotenza, e mettere il carro davanti ai buoi: richiedere come punto di partenza ciò che può essere solo un punto di arrivo. Inoltre, sostenere che marcatori come il tricolore e la marsigliese siano dei contrassegni solo della destra o dell’estrema destra, è assai discutibile. Si può facilmente ricordare il retaggio rivoluzionario ad essi collegato, che rimane l’unico a disposizione delle popolazioni private di ogni altra eredità rivoluzionaria. Ultima, ma non meno importante, è la considerazione che nel movimento dei “gilet gialli” non è tanto la presenza di elementi nazionalisti di destra o di estrema destra che deve allarmarci, quanto l’assenza della sinistra e dell’estrema sinistra per controbilanciarli e cacciarli dal movimento.

Critica dell’atteggiamento dei sindacati e della politica della sinistra e di una parte dell’estrema sinistra

Infatti nel loro insieme queste organizzazioni si sono tenute fuori da questo movimento, almeno all’inizio. Sul versante politico, c’è stato un sostegno a fior di labbra da parte del Partito socialista (che non si è ancora ripreso dal crollo dello scorso anno) e del Partito comunista (impegnato nel suo congresso); un maggiore sostegno da parte di France Insoumise, dell’NPA (Nouveau parti anti-capitaliste) e di AL (Alternative Libertaire), ma senza alcuna chiamata alla massiccia partecipazione al movimento – a parte alcuni singoli (Ruffin, Besancenot, Poutou). Per quanto riguarda i sindacati, hanno presentato un gradiente di atteggiamenti che va dalla indifferenza al sospetto all’aperta diffidenza fino all’ostilità (il primato, come al solito, va alla CFDT, il cui segretario generale ha visto nel movimento “una forma di totalitarismo”) – con l’eccezione di alcune strutture locali o federali (CGT metallurgia, le branche industria e poste di Sud-Solidaire, e il ramo trasporti di Force ouvrière) e, naturalmente, dei loro membri o soci che più o meno rapidamente hanno fatto una scelta contraria a quella delle loro direzioni. Le ragioni di tale atteggiamento sono molteplici. Hanno avuto la loro parte le precedenti critiche del movimento, insieme con l’accusa di spianare la strada al padronato … dell’industria del trasporto su gomma, che ha sostenuto il movimento nella sua rivendicazione-chiave, prima di ritirargli rapidamente il suo appoggio e protestare contro i blocchi stradali. Andando più in profondità, c’è da chiamare in causa l’ostilità di principio nei confronti dei movimenti sociali spontanei (il movimento di “gilet gialli” è partito da una petizione che è circolata nelle “reti sociali”) da parte degli stati maggiori sindacali che hanno l’abitudine di far sfilare le proprie truppe solo dove e quando hanno deciso loro di farlo. Infine, è necessario sottolineare la loro esternità rispetto a tutta quella parte degli strati popolari in cui queste organizzazioni non hanno più nessuna presenza e che è diventata perciò per loro estranea e invisibile tanto quanto lo è per il potere. Il che dice molto sulla loro mancanza di radicamento nel “paese reale”, e ha costretto queste sedicenti avanguardie a ritrovarsi al traino del movimento popolare, almeno ai suoi inizi. Ovviamente, un tale atteggiamento non è solo un errore, è una grave colpa politica. Il movimento dei “gilet gialli” è certamente composito, diviso tra tendenze divergenti, e porta dentro di sé possibili linee di evoluzione opposte. La sua piattaforma iniziale era decisamente povera di contenuti e il suo orizzonte politico limitato (se non inesistente). Ma il suo potenziale di lotta era e rimane enorme, come già dimostrato dall’arricchimento della prima e dall’allargamento del secondo [4]. Ed è compito proprio delle organizzazioni sindacati e politiche anti-capitaliste intervenire all’interno di esso e al suo fianco per amplificare questo duplice processo e orientare il movimento in un modo generalmente favorevole agli interessi di classe dei suoi membri. Resta da determinare come.

Proposte per sostenere, estendere e rafforzare il movimento

Anzitutto non intervenire con la presunzione di dare lezioni e, ancor meno, dando l’impressione di voler recuperare il movimento a vantaggio di una qualsiasi organizzazione o di un programma politico definito. Al contrario, si tratta di difendere l’autonomia integrale del movimento in relazione al mondo esterno e alla sua democrazia interna. Ci si accontenti di difendere, al suo interno, una serie di proposte – io ne fornisco qui alcune per la discussione.

Per quanto riguarda le forme di organizzazione

 Promuovere la democrazia assembleare nei collettivi. Fare di ogni riunione un luogo di discussione e di deliberazione. Difendere l’autonomia dei collettivi locali sostenendo il più ampio coordinamento possibile tra i collettivi locali su una base territoriale definita da loro. Dare un mandato vincolante ai delegati ai coordinamenti in questione. Non accettare l’istituzione dei cosiddetti rappresentanti nazionali incaricati di negoziare con il governo. Ma, per quanto possibile, favorire l’avvicinamento con le organizzazioni e i movimenti che hanno sostenuto il movimento, senza nessun tentativo di un utilizzo strumentale dall’una parte o dall’altra, a cominciare da quelle/i (principalmente le organizzazioni sindacali e i movimenti delle scuole e degli studenti) che sono già impegnati in azioni di protesta sul loro stesso terreno. Nel paese il potenziale di malcontento e di ribellione è enorme, come dimostrano i fatti di sabato 1° dicembre, con sommosse a Parigi, ma anche nelle province (Marsiglia, Saint Etienne, Le Puy-en-Velay, Tours), che non hanno avuto per protagonisti solo i soliti “casseur”.

Per quanto riguarda il contenuto della protesta

Proporre l’elaborazione di una piattaforma rivendicativa che incorpori le richieste immediate del movimento, mentre difende la necessità di espanderle e approfondirle. Qualche esempio:

* Immediato ribasso del prezzo del carburante attraverso un intervento sul TICPE, che è attualmente la quarta fonte di entrate fiscali per lo stato (dopo IVA, IRPP e SI). Fissazione di un prezzo amministrato del carburante al fine di evitare il suo incremento alla pompa.

* Forte rivalutazione delle principali entrate di cui vivono gli strati popolari che si sono mobilitati: portare lo SMIC (salario minimo) e le pensioni di anzianità al livello del salario medio attuale (circa € 1.700); operare una equivalente rivalutazione di tutte le prestazioni sociali; aumentare i minimi sociali al di là dell’attuale soglia di povertà (ad esempio a € 1200).

* Adozione e attuazione urgente di un piano per combattere la povertà. Trasferimento di tutti i senzatetto nelle abitazioni vuote come è permesso dalla legge.

* Stabilire una regolamentazione degli affitti. Lanciare un programma pluriennale, finanziato con fondi pubblici, per isolare tutti gli alloggi, sociali o meno, a partire da quelli occupati dalle famiglie in uno stato di precarietà energetica.

* Riduzione delle imposte indirette (ad esempio ampliamento del paniere di beni e servizi soggetti all’aliquota IVA ridotta, con l’imposizione di un prezzo massimo – per evitare che i commercianti intaschino la differenza). Riduzione della tassazione diretta sul lavoro. Aumento della tassazione diretta sul capitale, sui redditi alti e sulle grandi fortune: reintroduzione degli scaglioni più alti dell’IRPP; aumento della tassazione dei redditi da capitale a titolo di protezione sociale; forte tassazione degli utili distribuiti sotto forma di dividendi; aumento del tasso dell’IS; reintroduzione dell’ISF. Rimozione del CICE e di tutte le scappatoie fiscali, il cui importo servirà a finanziare le misure ecologiche e sociali indicate altrove.

* Adozione di una moratoria sul debito pubblico. Apertura di una procedura di audit per questo debito per determinarne la parte illegittima, che non sarà rimborsata.

* Elaborazione di un cahier contro il degrado dei servizi pubblici e per il loro rafforzamento, in particolare nel settore dei trasporti (riapertura di linee ferroviarie locali chiuse, trasporto pubblico gratuito), della sanità (istituzione di un periodo di presenza obbligatoria di giovani medici nei territori privi di presidi medici, riapertura degli ospedali e dei servizi ospedalieri chiusi, fornendo loro risorse aggiuntive) e dell’istruzione (nessuna chiusura di classi nella scuola primaria, istituzione di una distanza minima da percorrere per gli alunni della scuola secondaria e di un sistema di scuolabus, risorse aggiuntive per le attività extracurricolari).

* Abrogazione di tutte le misure volte allo smantellamento della protezione sociale: abrogazione delle misure che non prevedono il rimborso del costo delle medicine; piano di emergenza per attribuire agli ospedali pubblici risorse aggiuntive, con l’abbandono di qualsiasi sussidio alle cliniche private; introduzione di un diritto alla pensione per tutti dopo 30 anni di lavoro, sulla base del 75% del miglior reddito lordo di attività limitato a due volte lo SMIC [5].

Per quanto riguarda le forme di azione

Senza abbandonare le operazioni di blocco o di filtraggio del traffico intorno alle città (per discutere con gli automobilisti, incoraggiarli ad aderire al movimento, e far conoscere loro le rivendicazioni), adottare forme di azione coerenti con le precedenti rivendicazioni (ad esempio, il blocco o l’occupazione di servizi pubblici per sostenere le rivendicazioni del personale di questi servizi e informare il pubblico delle loro rivendicazioni; coinvolgimento dei sindaci, dei consigli dipartimentali e regionali; fare pressione su deputati e senatori per costringerli a rilanciare le precedenti rivendicazioni). Ma, soprattutto, mi sembra necessario privilegiare azioni decentralizzate e coordinate nelle province piuttosto che puntare sulle azioni centralizzate a Parigi: questo, per permettere al massimo numero di persone di partecipare; per permettere ai collettivi locali di mantenere il controllo delle loro decisioni e del loro programma; per paralizzare gradualmente il paese; per esaurire il governo e le sue cosiddette “forze di polizia” costringendoli a moltiplicare i loro punti di intervento e i loro spostamenti.
Al di là delle precedenti proposte, che possono e devono essere discusse collettivamente all’interno del movimento, è soprattutto la necessità e l’urgenza di intervenire al suo interno per consentirgli di andare il più lontano possibile, che non deve più essere messo in discussione nelle organizzazioni sindacali e politiche anti-capitaliste. E, qualunque sia il risultato, questo movimento avrà rivelato l’esistenza di un immenso campo di strati popolari che deve costituire una campo di intervento per queste organizzazioni nei mesi e negli anni a venire. In caso contrario, non ci sarà da sorprendersi né da lagnarsi nel vedere questi strati popolari cedere ancora un po’ di più di oggi alle sirene dell’estrema destra che, a sua volta, sapranno suscitare risentimento, seminare la xenofobia e il razzismo, e promuoverlo il ripiegamento identitario. (2 dicembre 2018)

NOTE

[1] A queste due fonti di informazione, mi permetto di aggiungerne una terza, più ristretta nello spazio ma anche più diretta e completa, di carattere più soggettivo. Da diversi anni passo due terzi del mio tempo in un piccolo villaggio della Déodatie (la regione di Saint-Dié-des-Vosges), e questo mi ha permesso di osservare direttamente molti fenomeni che chiarificano lo scoppio del movimento dei “gilet gialli”. Durante il primo fine settimana di mobilitazione, nel raggio di dieci chilometri dal villaggio, si sono verificati non meno di cinque blocchi stradali (i due ingressi principali a Saint Die, uno a Moyenmoutier, uno a La Petite Raon, uno a Raon-L’Étape). I Vosgi hanno conosciuto nel fine settimana circa ottanta blocchi, per lo più concentrati nella regione orientale, ai piedi dello stesso massiccio dei Vosgi, alcuni in località che sarebbe difficile trovare su una carta geografica: Provenchères-sur-Fave, Frapelle, Anould, The Union, ecc.
[2] Come giustamente ha ricordato Michel Husson, http://alencontre.org/economie/les-fondements-microeconomiques-de-la-connerie.html

[3] Secondo una stima del OFCE sarà il 5% più ricco delle famiglie il principale beneficiario della politica socio-fiscale del governo attuale, che (a parte altri fattori) avrà già guadagnato un aumento del potere d’acquisto entro il 2019 del 2,2% rispetto al 2017, mentre quello del 5% delle famiglie povere sarà cresciuto solo dello 0,2%, undici volte di meno! Cf. M. e R. Aereo Sampognaro, Policy Brief OFCE, n ° 30, gennaio 2018. https://www.ofce.sciences-po.fr /pdf/pbrief/2018/Pbrief30.pdf

[4] Si veda ad esempio la piattaforma rivendicativa adottata il 28 novembre in previsione di un incontro di un certo numero di delegati a palazzo Matignon, la residenza del primo ministro francese (che alla fine non è si è fatto)  https://www.francetvinfo.fr/economie/transports/gilets-jaunes/zero-sdf-retraites-superieures-a-1-200-euros-salaire-maximum-a-15-000-euros-decouvrez-la-longue-liste-des-revendications-des-gilets-jaunes_3077265.html?fbclid=IwAR0JFfwjPHMqH28JEzSiLtdKp3_YuHGxEPoZAIhNBznMn6OIC4qaZXydFeA

Cf. anche il video visibile al seguente indirizzo:

https://www.youtube.com/watch?v=gJV1gy9LUBg.

E la lista delle rivendicazioni contenuta nei «cahiers de doléances» publicati, questo 2 dicembre 2018, sul sito di alencontre.org [https://alencontre.org/europe/france/france-debat-les-cahiers-de-doleances-des-gilets-jaunes.html]

[5] Molte di queste misure fanno già parte della piattaforma di richieste riportate nella nota precedente.

Le rivendicazioni dei “gilet gialli”

Quello che segue è un elenco non esaustivo di rivendicazioni, così come sono state rilevate da Robert Duguet fino al 30 novembre.

Zero senzatetto.

Maggiore progressività nell’imposta sul reddito, cioè più scaglioni.

Salario minimo a 1.300 euro netti al mese.

Favorire il piccolo commercio nei villaggi e nei centri urbani.

Fermare la costruzione di grandi aree commerciali intorno alle grandi città, che uccidono il piccolo commercio, e più parcheggi gratuiti nei centri urbani.

Grande piano di isolamento delle abitazioni per ragioni ecologiche, permettendo al contempo alle famiglie di risparmiare.

Che le mega-imprese, Mac Donald’s, Google, Amazon e Carrefour, paghino più tasse e i piccoli artigiani ne paghino di meno.

Identico sistema di sicurezza sociale per tutti, compresi gli artigiani e i piccoli imprenditori.

Fine del regime sociale dei lavoratori autonomi.

Il sistema pensionistico deve rimanere solidale, e quindi socializzato.

No al pensionamento a punti.

Fine dell’aumento delle imposte sul carburante.

Nessuna pensione inferiore a 1.200 euro.

Ogni rappresentante eletto avrà diritto al salario medio. I suoi costi di trasporto saranno monitorati e rimborsati solo se giustificati. Diritto al ticket-restaurant e al buono vacanza.

I salari di tutti i francesi, nonché le pensioni e le indennità devono essere indicizzati in rapporto all’inflazione.

Proteggere l’industria francese. Proibire le dolocalizzazioni. Proteggere la nostra industria è proteggere il nostro know-how e i nostri posti di lavoro.

Fine del lavoro distaccato.

È anormale che una persona che lavora in territorio francese non benefici dello stesso stipendio e degli stessi diritti di chi è francese. Chiunque sia autorizzato a lavorare in territorio francese deve essere alla pari con un cittadino francese e il suo imprenditore deve pagare contributi pari a quelli dovuti da un imprenditore francese.

Per la sicurezza del lavoro, limitare il numero dei contratti di lavoro a tempo determinato (CSD) per le grandi aziende. Vogliamo più contratti di lavoro a tempo indeterminato (CDI).

Fine del credito d’imposta per la competitività e l’occupazione (CICE). Utilizzo di questi soldi per il lancio di un’industria automobilistica francese che produca auto a idrogeno, che è davvero rispettosa dell’ambiente, a differenza delle macchine elettriche.

Fine della politica di austerità.

Cessazione del rimborso degli interessi sul debito dichiarato illegittimo, e inizio del pagamento del debito senza prendere denaro dai poveri e dai meno poveri, ma recuperando gli ottanta miliardi di euro (annui) di evasione fiscale.

Le cause delle migrazioni forzate debbono essere trattate.

I richiedenti asilo siano trattati bene. Dobbiamo loro alloggio, sicurezza, cibo e istruzione per i minori. Collaborare con l’ONU affinché i campi di accoglienza siano aperti in diversi Paesi in tutto il mondo, in attesa dell’esito della domanda di asilo. I richiedenti asilo la cui domanda è stata respinta, siano riportati al loro Paese di origine.

Implementare una vera politica di integrazione. Vivere in Francia comporta di diventare francesi, con corsi di francese, lezioni di storia francese e corsi di educazione civica con certificazione alla fine del corso.

Salario massimo fissato a quindicimila euro al mese.

Creare posti di lavoro per i disoccupati.

Aumentare i cntributi per i disabili.

Regolamentazione degli affitti.

Più alloggi a canoni calmierati, soprattutto per gli studenti e i lavoratori precari.

Divieto di vendere beni di proprietà della Francia, dighe e aeroporti.

Mezzi adeguati per il sistema giudiziario, la polizia, la gendarmeria e l’esercito. Gli straordinari delle forze dell’ordine siano pagati o recuperati.

Tutto il denaro guadagnato dai pedaggi autostradali deve essere utilizzato per la manutenzione delle autostrade e delle strade in Francia, e per la sicurezza stradale.

Poiché il prezzo del gas e dell’elettricità è aumentato dopo la privatizzazione, vogliamo che gas ed elettricità diventino di nuovo pubblici e che i rispettivi prezzi scendano in modo significativo.

Fine immediata della chiusura delle piccole linee ferroviarie, e degli uffici postali, scuole e reparti di maternità (chiusi).

Assicurare il benessere ai nostri anziani. Divieto di fare soldi sugli anziani. L’oro grigio è finito. Inizia l’era del benessere grigio.

Massimo di venticinque studenti per classe, dalla scuola materna fino all’ultimo anno.

Mezzi adeguati per la psichiatria.

Il referendum popolare deve entrare nella Costituzione.

Creare un sito leggibile ed efficace, sotto la supervisione di un organismo di controllo indipendente, dove le persone possono fare proposte di legge. Se un disegno di legge ottiene settecentomila firme, questo disegno di legge dovrà essere discusso, completato o modificato dall’Assemblea nazionale che avrà l’obbligo, un anno dopo il conseguimento delle settecentomila firme, di sottoporlo al voto dei francesi.

Ritorno al mandato di sette anni per il presidente della repubblica.

L’elezione dei deputati a due anni dall’elezione del presidente della repubblica permetterà di inviare un segnale positivo o negativo al presidente della repubblica sulla sua politica. E contribuirebbe quindi a far sentire la voce della gente.

Pensionamento a sessant’anni e, per tutti quelli che hanno lavorato in un mestiere usurante, il muratore o l’addetto alla macellazione degli animali, ad esempio, diritto di andare in pensione a cinquantacinque anni.

Promuovere il trasporto di merci su rotaia.

Nessuna ritenuta alla fonte.

Fine delle indennità presidenziali per la vita.

Divieto di far pagare ai commercianti una tassa quando i loro clienti usano la carta di credito. Tassa sull’olio combustibile marino e sul cherosene.

(dal sito www.alencontre.org)

COSA VOGLIONO I GILET GIALLI

Abbiamo tradotto l’elenco delle rivendicazioni che il movimento francese dei Gilets Jaunes ha presentato, lo scorso 29 Novembre, ai media. Molto si è detto, in queste settimane, su questo movimento, anche a sinistra.

Se inizialmente la sola France Insoumise aveva sostenuto la protesta di piazza, successivamente anche sindacati come la CGT si sono ricreduti, ed oggi, 1 Dicembre, in molte parti della Francia sono scesi in piazza insieme, Gilets Jaunes et « rouges », nel rispetto della reciproca autonomia.

L’illuminazione sulla via di Damasco, tuttavia, non ha colto tutti : sono numerosi, infatti, i settori del movimento di sinistra francese che continuano a snobbare o avversare questo movimento, innanzitutto considerandolo come qualcosa di diverso dalle proteste che negli ultimi due anni hanno sconvolto la Francia ; ancora, enfatizzando gli ultramediatizzati episodi di intolleranza che, qua e là nei presidi, hanno fatto fare alla stampa mainstream l’equazione gilets jaunes=estrema destra.

L’elenco delle 41 rivendicazioni – che noi abbiamo rozzamente organizzato per temi per facilità di comprensione – mostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, un ritratto completamente diverso. Le istanze del movimento sono tipiche delle classi lavoratrici o della piccola borghesia impoverita e impaurita : un blocco sociale che, in assenza di direzione, può rivolgersi a destra come a sinistra, ma che in sé rappresenta oggettivamente esigenze di classe.

Quelle che attengono alle condizioni materiali di vita – lavoro, casa, welfare, tasse – sono indiscutibili, al di là della maggiore o minore « correttezza » formale, ed esprimono in alcuni casi una radicalità che stentiamo a ritrovare nelle teorie più accorsate di moda a sinistra (nessuno, dalle nostre parti, osa più difendere, ad esempio, il sistema di calcolo retributivo delle pensioni, o la « scala mobile »).

Quelle riguardanti la politica esprimono una sfiducia che noi, in Italia, ben conosciamo, e che si concretizza però non solo in una generica rivendicazione di riduzione dei costi e dei benefici per i deputati, ma anche in una domanda di maggiore democrazia, diretta e dal basso (la Costituzione francese è, ad oggi, una delle meno democratiche dell’Europa occidentale).

I punti che riguardano le migrazioni sono il frutto di una paura e di un rimosso, esprimono un costrutto ideologico più che dei bisogni concreti, eppure, nonostante ciò e nonostante il rifiuto esplicito di caratterizzarsi, non trasudano il razzismo che invece dalle nostre parti è alimentato dalla totalità dei partiti dell’arco parlamentare.

Non aggiungeremo ulteriori commenti, perché riteniamo che l’accesso diretto a questo breve testo sia più chiarificante di mille parole. Consigliamo, a chi volesse farsi un’idea complessiva della vicenda, l’ottimo e ricco contributo di Aurélie Dianara, coordinatrice nazionale di Potere al Popolo !, che vive e lavora a Parigi. Buona lettura !

Elenco delle rivendicazioni presentate dal movimento detto dei Gilets jaunes a deputati e media

Lavoro e salario

1. Più progressività nell’imposta sui redditi, che significa più scaglioni

2. Salario Minimo a 1300 euro netti

3. Il sistema pensionistico deve restare solidale e quindi socializzato. No al sistema contributivo.

4. Nessuna pensione al di sotto di 1200 euro

5. I salari di tutti i francesi, le pensioni e i sussidi devono essere indicizzati all’inflazione

6. Proteggere l’industria francese : vietare le delocalizzazioni. Proteggere la nostra industria significa

Proteggere le nostre competenze e il nostro lavoro

7. Fine del lavoro distaccato. Non è normale che una persona che lavori sul territorio francese non benefici dello stesso salario e degli stessi diritti. Ogni persona autorizzata a lavorare sul territorio francese dev’essere sullo stesso piano di un cittadino francese e il suo datore di lavoro deve versare la stessa quantità di contributi di un datore di lavoro francese

8. Per un lavoro sicuro : limitare di più il numero dei contratti a termine per le grandi imprese. Noi vogliamo più contratti a tempo indeterminato.

9. Salario massimo fissato a 15000 euro.

10. Creare posti di lavoro per i disoccupati.

11. Pensione a 60 anni e per tutti coloro che hanno svolto lavori usuranti, diritto alla pensione a 55 anni.

Diritto alla casa

12. Zero Senza Fissa Dimora : URGENTE

13. Limitare il costo degli affitti. Più alloggi a prezzi calmierati, in particolare per studenti e precari.

14. Grande piano di isolamento termico delle abitazioni per praticare l’ecologia facendo fare dei risparmi alle famiglie Welfare, investimenti, infrastrutture, politiche pubbliche

15. Favorire i piccoli commerci dei paesi e dei centri urbani. Stop alla costruzione di grosse zone commerciali intorno alle grandi città che uccidono il piccolo commercio e più parcheggi gratuiti nei centri urbani

16. Aumentare i sussidi per i disabili

17. Dal momento che un bambino di sei anni non si sorveglia da solo, occorre continuare col sistema di aiuti PAJEMPLOI fino ai dieci anni.

18. Stesso sistema di welfare per tutti, compresi artigiani e lavoratori autonomi. Fine della cassa separata per gli autonomi

19. Stop immediato alla chiusura delle piccole linee di trasporto, degli uffici postali, delle scuole e dei reparti di maternità.

20. Benessere per le persone anziane, basta con i soldi guadagnati sugli anziani. L’oro grigio è finito, inizia l’era del benessere grigio.

21. Massimo 25 alunni per classe dalla materna alle superiori.

22. Strumenti adeguati per la psichiatria.

23. Divieto di vendere beni appartenenti alla Francia (dighe, aeroporti…)

24. La giustizia, la polizia, la gendarmeria e l’esercito devono avere strumenti adeguati. Le ore di straordinario devono essere pagate o recuperate.

25. Tutto il denaro ricavato dai pedaggi delle autostrade deve servire alla manutenzione di strade e autostrade e alla sicurezza stradale.

26. Il prezzo del gas e dell’elettricità sono aumentati da quando c’è stata la privatizzazione, noi vogliamo che ritornino nelle mani del pubblico e che i prezzi scendano di conseguenza.

27. Favorire il trasporto delle merci su ferro.

Fisco e politiche economiche

28. Tasse : che i grandi (MacDonald, Google, Amazon, Carrefour) paghino tanto e i piccoli (artigiani, piccole imprese) paghino poco

29. Fine dell’aumento delle tasse sui carburanti

30. Nessun prelievo di denaro a monte. (in Francia le tasse, anche per il lavoro dipendente, si pagano “a valle”)

31. Basta col credito d’imposta per le imprese. Usiamo questo denaro per il lancio di un’industria francese delle auto a idrogeno (che sono davvero ecologiche, al contrario di quelle elettriche.

32. Basta con l’austerity. Smettiamola di rimborsare gli interessi sul debito che sono dichiarati illegittimi e cominciamo a rimborsare il debito senza prendere i soldi dai poveri e dai meno poveri, ma cercandoli tra gli 80 miliardi di frode fiscale

33. Divieto di far pagare ai commercianti una tassa quando i loro clienti utilizzano una carta per gli acquisti. Tassare il carburante marittimo e il cherosene.

Democrazia e costi della politica

34. Ogni rappresentante eletto avrà diritto al salario mediano. Le sue spese di trasporto saranno controllate e rimborsate se sono giustificate. Diritto al ticket restaurant e allo cheque vacanze

35. Il referendum popolare deve entrare in Costituzione. Bisogna creare un sito leggibile ed efficace, gestito da un organismo indipendente di controllo, dove le persone possano fare una proposta di legge. Se questa proposta ottiene 700.000 firme dev’essere discussa, completata, emendata dall’Assemblea Nazionale che avrà l’obbligo (un anno dopo l’ottenimento delle 700.000 firme) di sottometterla al voto dell’insieme dei Francesi. (attualmente la Costituzione Francese non prevede un referendum)

36. Ritorno ad un mandato di 7 anni per il presidente della Repubblica. L’elezione dei deputati due anni dopo quella del presidente della Repubblica permette di mandare un segnale positivo o negativo a quest’ultimo, riguardo la sua politica. Ciò contribuirebbe dunque a far sentire la voce del popolo (al momento le elezioni parlamentari si svolgono un mese dopo le presidenziali, proprio per garantire maggioranze “coerenti” col voto del Presidente della Repubblica)

37. Stop alle indennità presidenziali a vita

Integrazione e migrazioni

38. I richiedenti asilo devono essere accolti degnamente. Noi dobbiamo fornire loro alloggio, sicurezza, cibo ed educazione per i minori. Bisogna lavorare con l’ONU per far sì che dei centri di accoglienza siano aperti in numerosi paesi del mondo, nell’attesa del risultato della domanda di asilo.

39. Bisogna affrontare le cause che determinano le migrazioni forzate.

40. Coloro a cui è stato negato il diritto di asilo devono essere riportati ai loro paesi d’origine.

41. Una vera politica d’integrazione dev’essere messa in essere. Vivere in Francia significa diventare francese (corso di lingua francese, corso di storia della Francia e corso di educazione civica con un certificato a fine percorso).

I PRIMI DUE TESTI sono ripresi da www.ilpungolorosso; il terzo (che è una rielaborazione ragionata del secondo documento) dal sito di “Potere al popolo”. Tutte le vignette sono di Mauro Biani.

Redazione
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