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La Bottega del Barbieri

Gli imperi al tramonto sono troppo pericolosi

articoli e video di Vittorio Rangeloni, Vincenzo Costa, Manlio Dinucci, Alessandro Marescotti, Enzo Jannacci, Carola Frediani, Calp, Gianandrea Gaiani, Valeria Poletti, Peacelink, Benito Mussolini, Alberto Bradanini, Alberto Negri, Lula, Giacomo Gabellini, Fernando Moragón, Sascha Picciotto, Stefano Orsi, Antonio Mazzeo, Lucio Caracciolo, Banjamin Abelow, Nicolai Lilin, Antonello Tomanelli, Clara Statello, Alexey Albu, Giuseppe Masala, Seymour Hersh, Diana Johnstone, Pepe Escobar, Jeffrey Sachs, Guido Viale, Michele Santoro, Gilberto Trombetta, Eirenefest, Jacques Prevert

 

Occidente contro resto del mondo: quando alzi la posta sai che non è a rischio zero – Vincenzo Costa

L’Occidente è stato tirato su a valori astratti e diritti universali, con l’idea che il mercato è il telos della storia. Visioni che oggi impediscono di leggere la storia, di capire ciò che accade. Il mondo sta andando in un’altra direzione.

Occidente contro resto del mondo

Borrell dice che ci sono gesti che distruggono il sistema di sicurezza internazionale. Credo sia l’unico a pensare che esista ancora qualcosa di simile. E mi piacerebbe pensare che lo dica per propaganda, e spero sia così, perché sarebbe tragico se lo credesse veramente. Avremmo uno sprovveduto, l’uomo sbagliato nel posto sbagliato.

Spero che sia solo propaganda, e che sappiano dove stiamo andando, che siano coscienti che si sta creando un fronte enorme: il resto del mondo contro l’Occidente.

Chi segue l’evoluzione in Africa sa come le potenze occidentali siano progressivamente estromesse, che tipo di legami e relazioni si stanno creando. La Francia è oramai un relitto del passato.

In Asia oramai è chiaro a tutti che si tratta di liberarsi dai ricatti occidentali, di seguire una via di modernizzazione che conti il meno possibile sull’occidente. E in meno di dieci anni l’arma usata di continuo, le sanzioni, avranno valore zero, mentre si potrebbero invertire i ruoli.

Non mi stupirei se in un futuro non troppo remoto fosse l’Europa ad essere sanzionata.

Le nuove forme di cooperazione internazionale hanno il senso di costruire un mercato con crescenti margini di autonomia dall’Occidente.

In Messico si nazionalizza il litio, il Brasile fa capire che, quale che sia il governo in carica, la direzione di politica estera non cambia, perché gli interessi nazionali restano gli stessi.

La Cina probabilmente inizierà a mandare armi alla Russia. I cinesi sanno che un crollo o anche un eccesso di difficoltà per Mosca sarebbe un pericolo per loro. Da un lato sanno che una volta liquidata la Russia toccherebbe a loro, e molti negli Usa premono per chiudere in un modo qualsiasi la partita con Putin per volgersi verso la Cina. Gioco spuntato.

La guerra in Ucraina ha chiarito alle due potenze asiatiche che insieme stanno e insieme cadono, almeno nel periodo dei prossimi decenni. Ma al di là di questo, una destabilizzazione asiatica come quella che vi sarebbe in caso di disgregazione della Federazione Russa sarebbe mortale per la Cina.

Del resto, la disgregazione della Federazione Russa resta una pia illusione. Le sanzioni avrebbero dovuto fare crollare l’economia russa, avrebbero dovuto ridurre nel giro di settimane o mesi la sua capacità bellica, i più scemi credevano vi sarebbe stato un golpe filoccidentale e che Putin sarebbe stato estromesso. Tutte scemenze, farneticazioni.

La realtà sta davanti a tutti. Sul lungo periodo favoriscono sviluppo interno e produzione nazionale, mentre il nostro PIL e i nostri risparmi ci salutano.

Il problema vero è che la classe dirigente occidentale è stata tirata su a valori astratti e diritti universali, con l’idea che il mercato è il telos della storia. Una classe dirigente e diplomatica incapace di comprendere le dinamiche storiche, i vincoli, i processi irreversibili, che crede ancora di essere negli anni ‘90, quando l’Occidente credeva di avere in mano le chiavi della storia e di poter essere il gendarme del pianeta.

Questi ancora hanno in mente le castronerie di Rawls sulle società liberali, quelle decenti e gli Stati fuorilegge. Scemenze che potevano avere un senso nel 1993 o 1999, ma che oggi sono foriere del disastro. Impediscono di leggere la storia, di capire ciò che accade.

La questione aperta è come si arriverà a un nuovo sistema di sicurezza europeo e mondiale.

Ci si può arrivare per la via del negoziato, che richiede una nuova concettualità, una diplomazia educata a comprendere il punto di vista degli altri, i movimenti storici, le costrizioni geopolitiche invece di rifarsi a schemi che il tempo ha usurato in breve. Oppure ci si arriverà con una tragedia immane.

Perché nessuno può più perdere, e il rischio è che la posta si alzi sempre un po’. E per dirla con Stoltenberg: quando alzi la posta sai che non è a rischio zero.

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L’invio delle armi in Ucraina è stato un fallimento – Alessandro Marescotti

Invece di far diminuire le vittime le ha accresciute al punto tale che oggi è ufficialmente vietato dalle autorità fornire i dati. La retorica dell’aggressore e dell’aggredito sta saltando. Siamo di fronte alla logica della faida, non alla guerra di difesa.

Mai come ora, dopo l’inutile strage di Bakhmut, la guerra si sta dimostrando un fallimento, per entrambi gli attori.

Su Youtube si susseguono dibattiti e approfondimenti fra esperti militari. C’è modo di documentarsi da una pluralità di fonti bucando il muro della propaganda a reti unificate. Si trova di tutto su Internet, con aggiornamenti quotidiani. Cartine digitali dell’Ucraina, mappe geolocalizzate del Donbass, dettagliate ricostruzioni dei combattimenti con l’uso dei satelliti. E poi testimonianze oculari raccolte da giornalisti freelance, inchieste di approfondimento della stampa internazionale. Dopo mesi e mesi di attenta ricerca, osservazione e verifica ho imparato a distinguere le fonti più affidabili da quelle che non lo sono. 

Top secret il numero dei morti

Tantissimi elementi consentono di comprendere quello che avviene sui campi di battaglia. Possiamo conoscere giorno per giorno i movimenti delle truppe con una precisione straordinaria. I morti invece no: quelli non ce li dicono. Sono segreto militare. Né i governi occidentali li chiedono. Non li conoscono i parlamentari, i quali votano l’invio delle armi come puro atto di fede, senza alcuna possibilità di sapere se quelle armi hanno effettivamente salvato le vite umane degli aggrediti tenendo alla larga gli aggressori. Se non si hanno i dati dei morti in guerra nessuna verifica è possibile circa l’efficacia dell’invio delle armi, né si può verificare la coerenza degli effetti dell’invio delle armi rispetto ai fini auspicati in origine. Piaccia o non piaccia, anche la guerra ha una sua scienza statistica e si possono fare sofisticati calcoli prendendo come riferimento copiosi database con i dati delle vittime subite e di quelle inferte.

Il vero scopo dell’invio delle armi

Il fatto che non ci vengano comunicati i dati delle vittime la dice lunga sui veri fini della guerra e dell’invio delle armi. Che non sono più quelli di una romantica difesa della popolazione. Si combatte in realtà per sconfiggere la Russia, per ottenerne la capitolazione così come avvenne nella prima guerra mondiale quando la potente Germania nel 1918 stramazzò nella polvere, stremata, assieme all’Austria, il cui impero finì per smembrarsi. Se questo è il vero scopo della guerra in Ucraina, è ovvio che vengono messe nel conto vittime a non finire, da non conteggiare per non deprimere il morale della popolazione ucraina che dovrà immolarsi per una vittoria strategica dell’Occidente, il tutto in palese contraddizione con quanto dicono di voler fare i nostri governanti europei con l’invio delle armi.

 

Quello che emerge è drammaticamente evidente nell’assurdità di ciò che si è consumato a Bakhmut. Quelle armi inviate dall’Occidente sono servite per mandare allo sbaraglio e alla morte un numero impressionante e imprecisato di giovani, spesso privi di esperienza.

Lo sgomento degli esperti militari

Mai come ora gli esperti militari sono imbarazzati di fronte all’insensata serie di scelte fatte in questa lunghissima battaglia condotta alla fine per mere ragioni di immagine, senza rilevanza militare. Con effetti persino controproducenti rispetto agli obiettivi dichiarati e perseguiti settimana dopo settimana. Gli esperti e gli stessi militari – di ottimo livello tecnico – che partecipano a questi webinar sono stupiti e avviliti per l’insensata sequenza di scelte compiute con enormi sacrifici umani. Scelte compiute a volte varcando il labile confine che divide la ragion militare dall’idiozia. Noi pacifisti questa strage la vediamo sotto il profilo della “crudeltà”. Loro, gli esperti della guerra, la vedono sotto il profilo dell’inefficacia ai fini pratici del successo militare. Perché questa guerra è un affastellarsi di frustrazioni dall’una e dall’altra parte, con risultati attesi che non arrivano a fronte di enormi perdite umane e di mezzi. 

Dall’una e dall’altra parte vengono annunciate offensive e controffensive che si traducono in avanzate di poche centinaia di metri alla settimana e in capovolgimenti militari di modesta rilevanza che le vanificano. E nel frattempo si scavano doppie e triple linee di trincee. Lo spettro che si profila è quello di una guerra infinita. Altro che difesa della popolazione civile, si raschierà il fondo andando ad arruolare vecchi barbuti e giovani imberbi per buttarli nel tritacarne.

La guerra: da medicina amara a veleno

Quello che sta accadendo è il disvelamento dell’assurdità. La guerra, proposta come medicina amara ma necessaria, si sta rivelando veleno. Dopo averla trangugiata fa morire il paziente invece di guarirlo.

C’è materia di riflessione per gli interventisti democratici che, dopo oltre un secolo dalla fine della prima guerra mondiale, ricalcano oggi pari pari gli errori di cent’anni fa. L’interventismo democratico che spaccò il fronte del socialismo pacifista europeo risorge oggi per commettere gli stessi errori, come se la storia non fosse mai stata studiata…

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La bizzarra storia dei Discord leaks – Carola Frediani

…Dalle comunicazioni e le richieste di aiuto pubbliche rivolte su Twitter da rappresentanti del governo ucraino (indimenticabili gli scambi tra Elon Musk e il ministro della Trasformazione Digitale ucraino Mykhailo Fedorov, ne avevamo scritto qua su Guerre di Rete) alla “cyberguerra” condotta con un reclutamento online di volontari da parte di Kiev, con obiettivi e attacchi snocciolati in canali Telegram pubblici (come raccontai ampiamente all’epoca qua), a cybercriminali che professano lealtà politiche a Mosca (o si dividono in faide che a loro volta producono fughe di informazioni interne, come abbiamo raccontato su Guerre di Rete) ai leak di documenti militari disseminati con nonchalance tra piattaforme di gamer come se non importasse più nulla. Alla faccia di Tor, del nascondersi dietro i mitologici “sette proxies“, dell’anonimato, dei corridoi appartati.

In fondo quando si tratta di fare guerra informativa non c’è nulla di più efficace che nascondersi in bella vista, specie se la vista è affollata da una quantità sempre più frammentata di piattaforme, giurisdizioni, ma soprattutto di informazioni e soggetti in grado di rilanciarle, rielaborarle, modificarle. (Del resto anche questa ultima fuga di dati inizialmente era sembrata fasulla perché almeno un documento era stato modificato da qualcuno. Alla luce di come sono stati diffusi i documenti, in cui il leaker originario ha progressivamente perso il controllo sugli stessi, si può capire meglio perché alcuni sono poi apparsi manipolati). Col risultato di dare l’impressione, a singoli individui, di poter muoversi in questa matassa con un senso di invisibilità e impunità che si squaglia però velocemente quando si va a toccare interessi di intelligence…

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L’Italia va alla guerra – Valeria Poletti

Gli italiani comuni, lavoratori e cittadini, saranno chiamati a pagare le spese vive di questa guerra attraverso la compressione della spesa sociale. Nonostante l’istintivo rigetto della guerra, non si è ancora prodotto un vasto e costante movimento di opposizione sociale alla campagna bellica.

Per quanto la cosiddetta “opinione pubblica” si sia assuefatta all’idea che il Paese sia attore sempre più direttamente coinvolto nella guerra in Ucraina e che il conflitto opponga in realtà la NATO alla Russia, non c’è percezione comune di quanto l’Italia sia compromessa negli eventi bellici

Nello scenario di una guerra di lunga durata che minaccia di espandersi sul territorio europeo, l’Italia ha una posizione strategica nel Mediterraneo ed è deputata a ricoprire un ruolo di primaria importanz

Il nostro Paese è coinvolto in maniera sempre più diretta nel conflitto in corso in Ucraina.
Cacciabombardieri italiani sono allocati in Romania a Costanza sul Mar Nero e la nostra Marina militare è presente nel Mediterraneo allargato, in particolare sul fronte orientale.

Da prima del 24 febbraio dalle base di Sigonella decollano pattugliatori della Marina Militare degli Stati Uniti, droni USA e NATO, pattugliatori dell’aeronautica Militare italiana che svolgono attività di monitoraggio e di intelligence fornendo informazioni strategiche per le operazioni di attacco delle forze armate ucraine.

Da Pisa e da Pratica di Mare (provincia di Roma) partono gli aerei cisterna che riforniscono anche i bombardieri strategici B52 e i caccia di US Air Force; la scorta e la protezione aerea di questi velivoli è stata fatta dai cacciabombardieri F-35 dell’Aeronautica militare italiana partiti dalla base di Amendola (Foggia).

Ancora da Pratica di Mare partono gli aerei spia Gulfstream G550, di produzione statunitense-israeliana, che abbiamo acquistato e che svolgono un ruolo di intelligence determinante

Il nostro Paese sarà, inoltre, tra i protagonisti dello sviluppo di programmi ad altissimo contenuto tecnologico per l’industria militare, un piano in ambito NATO che coinvolgerà non soltanto l’apparato produttivo delle maggiori imprese del settore, ma anche le nostre università.

Gli italiani comuni, lavoratori e cittadini, saranno chiamati a pagare le spese vive di questa guerra attraverso la compressione della spesa sociale e l’aumento dell’impegno economico statale finanziato dalla tassazione, ma saranno anche penalizzati, nel quotidiano, dalla ristrutturazione del tessuto produttivo, dell’organizzazione del lavoro e della gerarchia di accesso ai consumi e al benessere che l’economia di guerra impone

Che la guerra abbia portato ad una generale contrazione del potere di acquisto dovuto all’ulteriore aumento dei costi energetici e al conseguente balzo dei prezzi al consumo di molti generi di merci – in primis i beni agricoli – è un dato di fatto sotto gli occhi di tutti. Così come è consapevolezza comune il fatto che l’incremento delle spese militari sottrae risorse per la spesa pubblica, la sanità, la cura dell’ambiente. Così come è percezione comune che l’impoverimento sociale che ne deriva sta diventando una condizione stabile, tanto che un penoso senso di impotenza pervade i singoli quanto le associazioni che rappresentano o raggruppano lavoratori e cittadini. Nonostante l’istintivo rigetto, largamente condiviso, al nostro coinvolgimento nella guerra, non si è prodotto un movimento di opposizione alle operazioni di concreta adesione del nostro Paese alla campagna bellica.

L’adeguare l’economia e la politica economica alle necessità della guerra non impone solamente di rendere disponibili risorse per gli armamenti e per aumentare l’efficienza degli eserciti, ma richiede di riorganizzare la produzione privilegiando le imprese competitive sul mercato dei sistemi d’arma, dell’innovazione tecnologica del comparto militare-industriale.

Si tratta di investire capitali enormi, capitali troppo ingenti per essere mobilitati dall’industria privata e dunque erogati dallo Stato alle sue imprese partecipate (come Leonardo-Finmeccanica e Fincantieri) e, attraverso queste, distribuite anche ad una filiera di imprese private disettori tecnologicamente avanzati alle quali viene garantito un mercato ed alti profitti tanto su quello interno quanto su quello estero.

Si tratta di trasferire ricchezza pubblica ai privati privilegiando i settori ad alto utilizzo di tecnologia e basso impiego di manodopera, aumentando la disoccupazione.

Si tratta di finanziare con denaro pubblico la ricerca bellica nelle università, sottraendo fondi alla ricerca di base e a quella indirizzata ad impieghi civili o alla salvaguardia dell’ambiente.

I costi di una simile riorganizzazione dell’economia globale e locale gravano interamente sulle classi meno abbienti e sulla classe media anche in Occidente: deindustrializzazione, disinvestimenti in favore della speculazione finanziaria, inflazione, aumento del debito pubblico sono fattori che inducono in tempi brevi un peggioramento sensibile delle condizioni di vita per una parte consistente della società…

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Genova: Impedire il passaggio di armi non è associazione a delinquere. Archiviata inchiesta sul Calp

Il giudice archivia l’inchiesta sui portuali del Calp di Genova, lottarono contro le navi delle armi: “La loro è attività politica”. Erano stati indagati per associazione a delinquere finalizzata alla resistenza, all’ accensione di fumogeni, al lancio di oggetti pericolosi e all’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti

Il Collettivo autonomo lavoratori portuali non è un’associazione per delinquere nata con la finalità di commettere reati, ma un gruppo che svolge attività politica “anche se spesso con modalità che trascendono i limiti posti all’espressione della libertà di pensiero”. Il gip ha disposto l’archiviazione su richiesta dal pm Marco Zocco per otto persone appartenenti al Calp e a Genova Antifascista. Al centro dell’inchiesta in primo luogo la campagna di boicottaggio e protesta lanciata dal gruppo contro il transito di armi nel porto di Genova e contro le cosiddette “navi della morte”, della compagnia saudita Bahri. Una mobilitazione accompagnata da presidi e cortei, che ottenne anche l’appoggio di Papa Francesco. La procura accusava però gli indagati di avere strumentalizzato la protesta, utilizzando razzi di segnalazione modificati

In particolare agli indagati erano state contestate le modalità di manifestazioni e i presidi contro le navi della flotta Bahri, accusata di trasportare armi della guerra dirette in Yemen, e poi le attività antifasciste con gli imbrattamenti e l’acciaio liquido alle sedi di Casapound di Forza Nuova.

Il pm, dopo le indagini della Digos, ha stabilito che non ci sarebbe una associazione criminale perché “ciò che caratterizza il vincolo, sicuramente esistente tra gli associati, non è la finalità di commettere reati ma piuttosto la finalità di svolgere l’attività politica anche se spesso con modalità che trascendono palesemente i limiti posti all’espressione della libertà di manifestazione del pensiero dal momento che, ferma la legittimità della protesta anche in forme accese, non è consentito a nessuno affermare le proprie idee mettendo in pericolo. offendendo o ledendo i diritti degli altri consociati tutelati dalle norme del codice penale”.

E poi, “la commissione di reati nel corso delle attività sociale è di fatto considerata un eventualità dell’azione del gruppo non la finalità principale”. Le tesi del pubblico ministero sono state accolte dal gip che ha archiviato.

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Il 14 aprile 2023 è passato dalla stazione di Udine un lungo convoglio con obici semoventi inviati in Ucraina nell’ambito del programma di invio di armamenti predisposto dal governo italiano.

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Iran e Medio Oriente, intrecci regionali e grandi potenze – Alberto Bradanini

La doverosa attenzione alla nozione di complessità consiglia cautela quando si tenta un’analisi della scena mediorientale, dove sedimentazioni storiche e interessi delle Grandi Potenze (ex o attuali) si mescolano con sovrastrutture religiose, arretratezza culturale, assenza di prospettive di vita e lavoro per popolazioni giovani e frustrate, cui si aggiunge un acuto, e non senza ragione, risentimento contro l’Occidente, quello del passato coloniale e del presente neocoloniale.

Davanti alla Grande Menzogna (globalista, militarizzata e americano-centrica) che anche in Medio Oriente controlla la narrazione degli eventi far emergere qualche aspetto di plausibile riflessione non è impresa facile. Ci si limiterà qui a qualche misurata ponderazione, con un cauto sguardo sull’orizzonte.

Come altrove, anche in Medio Oriente i fattori identitari sono costituiti da lingua, etnia, colore della pelle, religione (o anche famiglie religiose), tutti intrecciati tra loro e su cui soffiano i detentori di privilegi e le Grandi Potenze, in primis gli Stati Uniti, per estrarre benefici politici e ricchezze materiali.

A seconda di tempi e luoghi, alcuni fattori prevalgono su altri. La religione – per sua natura messaggera di orizzonti messianici – occupa un posto centrale, vittima e insieme protagonista di fanatismi, arretratezze socioculturali e posture antimoderne, su cui prosperano gerarchie ecclesiastiche e oligarchie di ogni risma. È invece storicamente deficitaria un’agenda di rivendicazioni sociali alla luce dell’emarginazione politica e culturale nella quale sono relegate le classi subalterne.

Il cammino verso l’uscita dal sottosviluppo, oltre che da scarsa consapevolezza, è ostacolato dalla perenne instabilità politica, deliberatamente alimentata dalle istanze dominanti per impedire l’emergere di priorità centrate sullo sviluppo umano e la giustizia sociale. Invece di aggredire la polarizzazione dei redditi, la precarietà, l’assenza di lavoro e le misere prospettive di vita, gli strati sociali emarginati vengono sedotti dall’ideologia dell’appartenenza etnica o religiosa, divenendo vittime di fanatismo, sfruttamento e miraggi migratori. La regione è così divenuta teatro di predazione delle corporazioni occidentali sostenute dai rispettivi eserciti, spesso in complicità con le oligarchie locali.

Anche il terrorismo, filiazione di tale intelaiatura, affonda le radici nel lago delle frustrazioni politiche, delle ingiustizie sociali e delle interferenze (neo-)coloniali delle potenze occidentali attratte dalle ricchezze della regione. Il terrorismo è un fenomeno politico e sociale. Combatterlo al meglio, come pure occorre fare, senza affrontare tali aspetti, non sarà sufficiente.

Oggi, nella regione della turbolenza che va dal Caspio al Mediterraneo fino al Nord-Africa, la collocazione degli schieramenti sfida la logica aristotelica. Vediamo. Israele è contro i palestinesi, in verità più contro Hamas che contro l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). ANP e Hamas si fronteggiano a Gaza, ma sono unite (con modalità diverse) contro lo Stato Ebraico. L’Egitto appoggia l’ANP, ma non Hamas, e ha relazioni politiche con Israele. Hamas e Iraq hanno lo stesso nemico, Israele, ma non hanno buone relazioni tra di loro. La Turchia sostiene Hamas, ma ha rapporti distesi con Israele (il tragico episodio della Mavi Marmara del 2010 è archiviato)…

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Fermare la guerra, il cessate il fuoco in Ucraina forse non è più un tabù – Alberto Negri

Sarà pure opinabile che il capo dei mercenari Wagner, Yevgeny Prigozhin, abbia davvero proposto – con le stesse espressioni riportate dai media – a Putin di fermare la guerra in Ucraina. Intanto traspare dalle sue parole e dalla sua «postura» il timore evidente di un conflitto infinito per la tenuta della leadership di Mosca. Ma è assai certo che dall’altra parte dell’Atlantico si sollevano forti dubbi se sia il caso di continuare una guerra dove le perdite stanno diventando una catastrofe, con la barbarie dei russi che evocano quanto si è visto nei Balcani e con l’Isis in Medio Oriente, mentre le distruzioni belliche hanno messo in ginocchio le risorse ucraine.

SECONDO LA PRESTIGIOSA rivista americana Foreing Affairs: Stati uniti ed Europa devono sostenere la sovranità dall’Ucraina ma questo obiettivo non implica di recuperare, a breve termine, il controllo di Crimea e Donbass. L’Occidente e l’Ucraina, scrivono Richard Haass and Charles Kupchan, diplomatici di rilievo dei governi americani, hanno già raggiunto il loro obiettivo respingendo il tentativo della Russia di soggiogare il Paese e attuare un cambio di regime. Mosca ha incassato una sconfitta strategica e anche gli altri Stati revisionisti (dei confini) hanno compreso che la conquista militare può diventare assai costosa e potenzialmente fallimentare.

STATI UNITI ED EUROPA hanno alcune buone ragioni per abbandonare la loro politica dichiarata di sostenere l’Ucraina per «tutto il tempo necessario», come ha affermato il presidente Biden. Da una parte è fondamentale ridurre al minimo i guadagni territoriali russi e dimostrare che l’aggressività non paga ma questo obiettivo deve essere commisurato ad altre priorità.

LA REALTÀ È CHE IL SUPPORTO su larga scala e incondizionato nel tempo a Kiev comporta notevoli rischi strategici. La guerra sta erodendo la prontezza militare dell’Occidente ed esaurisce le sue scorte di armi, mentre l’industria bellica non tiene il passo con le necessità dell’Ucraina di mezzi e munizioni. Argomenti per altro già illustrati dal capo di stato maggiore americano Mark Milley in un’intervista al Financial Times del febbraio scorso e comparsi anche nei famosi “leaks” del Pentagono trafugati da un giovane riservista dell’esercito. Ma è anche lo scenario internazionale che si sta complicando a sollevare dubbi sulla tenuta occidentale. Se il conflitto prosegue a lungo si moltiplicano i rischi per i Paesi della Nato di uno scontro diretto con la Russia mentre gli Stati uniti devono prepararsi a una potenziale azione militare in Asia per scoraggiare o rispondere a qualsiasi mossa cinese contro Taiwan e in Medio Oriente (contro l’Iran o reti terroristiche). E il Medio Oriente non sta mandando segnali positivi a Biden con gli accordi tra Arabia saudita e Iran, il ritorno di Assad, alleato di Mosca, nel grembo arabo, le ambiguità di un Egitto tentato in difficili equilibri tra l’Occidente e la cooperazione con Mosca.

LA GUERRA – NOTA Foreign Affairs – sta imponendo costi elevati anche all’economia mondiale. Ha interrotto le catene di approvvigionamento, contribuendo all’inflazione elevata, al rialzo dei prezzi energetici (il petrolio potrebbe arrivare a 100 dollari a fine 2023 secondo Goldman Sachs) mentre i Paesi del Sud del mondo risentono in modo drammatico della carenza di cibo: l’export di grano di Russia e Ucraina rappresenta il 12% delle calorie mondiali e Mosca fornisce all’Africa il 50% dei fertilizzanti. Disordini politici e instabilità sono all’ordine del giorno.

La guerra sta polarizzando pericolosamente il sistema internazionale. Con la rivalità geopolitica tra l’Occidente e l’asse cinese-russo (Brics compresi) si accentua il ritorno a un mondo diviso in blocchi dove la maggior parte del globo preferisce il non allineamento piuttosto che rimanere intrappolato in una nuova era di scontro Est-Ovest. Due terzi dell’umanità, inutile sottolinearlo, vive in stati che non hanno messo sanzioni a Mosca.

In questo contesto né l’Ucraina né i suoi sostenitori della Nato possono pensare che l’unità occidentale sia immutabile. La determinazione americana è cruciale per alimentare quella europea e Washington deve affrontare un aumento di pressioni politiche per ridurre la spesa mentre e ora che i repubblicani controllano le Camere sarà più difficile per l’amministrazione Biden garantire consistenti pacchetti di aiuti per Ucraina. La politica nei confronti dell’Ucraina, con le elezioni presidenziali del 2024 alle porte, potrebbe cambiare.

ED ECCO QUELLO che Foreign Affairs definisce il Piano B, alternativo a una «vittoria totale» che appariva già improbabile mesi fa. Data la traiettoria della guerra, gli Usa la Nato devono iniziare a formulare un finale di partita diplomatico sin da ora. Anche se si intensifica il sostegno a una controffensiva ucraina, Washington dovrebbe avviare consultazioni con i suoi partner europei e con Kiev per un’iniziativa diplomatica da lanciare nel corso dell’anno.

IN POCHE PAROLE si tratta di proporre un cessate il fuoco in cui Ucraina e Russia ritirerebbero le loro truppe e le armi pesanti da una nuova linea di contatto creando una zona smilitarizzata monitorata dall’Onu o dall’Osce. Per rendere efficace la tregua, l’Occidente dovrebbe rivolgersi ad altri paesi influenti, tra cui Cina e India: certo tutto questo complica le trattative diplomatiche ma aumenterebbero le pressioni sul Cremlino. Supponendo che un cessate il fuoco regga, dovrebbero seguire colloqui di pace su due binari: uno tra Russia e Ucraina con mediatori internazionali, l’altro tra Nato e Russia per un dialogo strategico sul controllo degli armamenti.

Questo approccio può essere troppo per alcuni e non abbastanza per altri. Ma a differenza delle alternative e di un massacro senza fine, ha il vantaggio, secondo i suoi ispiratori di oltreatlantico, di fondere ciò che è desiderabile con quanto è realmente fattibile.

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Lula si scaglia contro il dollaro: “Perché non possiamo commerciare con la nostra moneta?”

Da Lula arriva un nuovo colpo al dollaro e al dominio egemonico declinante degli Stati Uniti. Il Presidente brasiliano si è scagliato contro il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e altre istituzioni finanziarie tradizionali per aver imposto le loro regole ai Paesi in via di sviluppo, oltre a criticare l’uso diffuso del dollaro, che a suo avviso minaccia il futuro dell’umanità, e ha chiesto la creazione di una moneta unica per il blocco BRICS.

“Perché tutti i Paesi hanno bisogno di commerciare con il dollaro? Perché non possiamo commerciare con le nostre valute? Chi ha deciso che debba essere il dollaro?”, ha chiesto Lula durante la cerimonia di insediamento di Dilma Rousseff come presidente della Nuova Banca di Sviluppo (NDB) dei BRICS, creata da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica…

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L’imperialismo d’Oriente e quello d’Occidente: dalla padella alla brace

Gli applausi non mancano (anche se qualcuno nasconde le mani dietro la schiena…) approvando i recenti accordi commerciali stipulati fra l’impero “socialista” cinese e alcuni Stati in via di sviluppo (…come il Brasile) verso quel modo e quei rapporti di produzione che vengono spacciati per socialismo secondo l’interpretazione di Pechino e della banda politica di Xi Jinping. Contribuirebbero – ci raccontano alcune anime belle che si spacciano per intellettuali o esponenti del moderno pensiero di… “sinistra”! – a risanare gli sconvolgimenti del mondo attuale. Assesterebbero una serie di colpi, certamente non graditi, a quel dollaro americano che starebbe per essere messo in secondo piano da parte dello yuan e del _rea_l brasiliano in una serie di importanti transazioni commerciali.

Gli estimatori delle imprese pechinesi – a cui dovrebbe andare l’entusiastico appoggio di un… multiforme movimento “comunista” sparso nel mondo – vanno in brodo di giuggiole davanti agli affari collegati agli scambi di merci tra Cina e Brasile: ben 150 miliardi di dollari nel 2022. E sarebbero stati più di 70 miliardi (sempre e ancora dollari dell’imperialismo Usa!) gli investimenti cinesi in America Latina tra il 2007 e il 2020… Alla ricerca di quote di quel plusvalore – derivante dallo sfruttamento di forze-proletarie sparse nel mondo del capitale – che la Cina accumula per… costruire il socialismo!

Altri accordi sono stati stipulati con Argentina e Russia, con lo scopo – sempre nei racconti ufficiali – di minare la centralità economica occidentale e assestare una serie di sonori schiaffi alla “arroganza statunitense”, facendo aumentare la…. semplicità e la modestia del “capital-socialismo” cinese.

Per questi obiettivi, il PCc non fa che incitare le imprese affinché possano acquisire una maggiore forza produttiva e competitiva, entrando nella fascia alta della catena del valore globale. Dalle sfere del governo arrivano in continuazione appelli, e direttive, affinché si faccia solida la base “per costruire una superpotenza economica, quella di una nazione socialista modernizzata ricca, forte, democratica, civile, armoniosa”… Si potenziano così le nazionali “catene del valore” , si riducono le dipendenze dai mercati esteri e si amplia la competizione (rigorosamente “mercantile”) a livello globale.

Dopo di che si alza l’ammirazione per i successi dell’economia dei BRICS, un “sistema” (?) che viene valutato superiore a quello occidentale e che quindi farebbe ben sperare in un capitalismo “riveduto e corretto”, capace – in connessione con la Shanghai Cooperation Organization (SCO) – di rinnovare e rafforzare il commercio internazionale… capitalista. Semplicemente cambiando la valuta (yuan invece che dollari) per il comando degli scambi di merci.

Dunque – avanti verso il “socialismo del XXI° secolo”. Un capitalismo non più unipolare bensì multipolare, capace finalmente di espandersi con uno sviluppo accelerato… Buon ultima l’adesione, a pensieri di questo livello, da parte di personaggi (è la volta di Ferrero, ex segretario di Rifondazione ed ex ministro) che dichiarano di scavare nel “pluralismo economico” di questa ”fase di passaggio” che starebbe attraversando il capitalismo (di grazia: verso cosa?). E vedono, al posto della Madonna, centri imperialisti come Cina e Russia che reclamano spazi nel campo di quella finanza che – dato il ruolo centrale (“di comando nel modo di produzione capitalistico”…) – avrebbe anche nel “socialismo del XXI° secolo”.

Si tratterebbe di “un mutamento degli equilibri di potere”, oltre che di “un fatto politico”…: verso il socialismo? Già, una “posizione di rendita” che Pechino e Mosca reclamano e non vogliono lasciarsi sfuggire nella conquista di un loro più elevato posto della gerarchia mondiale imperialistica. Nel nome – s’intende… – di una “nuova cooperazione tra i popoli e paesi”. Sempre, e questo sia chiaro, restando immutati i rapporti di produzione che oggi stanno portando verso un baratro senza fondo il futuro degli uomini e della stesso pianeta che li ospita.

Basta – dunque – con i “vantaggi politici, militari, commerciali e geostrategici “ degli Usa. Vogliamo – si richiede a gran voce – mercati normali e liberi, che consentano anche alla Cina (che “ha forza, saggezza storica e una crescente capacità di stringere alleanze”) e alla Russia (che “stava ricostruendo la sua economia, il suo tessuto produttivo, il suo efficiente complesso militare-industriale”) di soddisfare i “reciproci interessi e vantaggi”. Che diamine, le merci si scambiano a questo scopo! Avanti, dunque, verso una riorganizzazione del capitalismo nel nome degli interessi nazionali di ciascun paese e – soprattutto – verso un obiettivo che la “nuova sinistra” definisce di portata storica: la fine del dominio politico-militare e culturale dell’Occidente affinché prevalga e s’imponga quello dell’Oriente: da un centro imperialistico ad un altro. Lunga vita al capitale!

A noi il difficile compito di risparmiare al proletariato una tragica caduta in quest’altra trappola mortale, che il capitale tinto in giallo sta allestendo, questa volta ad Oriente!

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Il militarismo come valore: Cercasi studenti universitari per stage in esercitazione di guerra – Antonio Mazzeo

L’Università Cattolica del Sacro Cuore di Gesù di Milano cerca otto studentesse/studenti per uno “stage” a bordo delle unità da guerra della Marina Militare in occasione dell’esercitazione “Mare Aperto” che si terrà nelle acque del mar Tirreno e del Canale di Sicilia tra aprile e maggio 2023

“Si tratta di un tirocinio formativo a 0 CFU riservato agli studenti iscritti al Corso di Laurea in Scienze Politiche e delle Relazioni internazionali (Facoltà di Scienze politiche e sociali) e alla Facoltà di Giurisprudenza”, scrive l’ufficio stampa dell’Ateneo. “Lo stage prevede l’imbarco su una nave della Marina Militare (porto di partenza da definire, su tutto il territorio italiano), dal 13 aprile al 6 maggio 2023. Gli studenti selezionati avranno la possibilità di imbarcarsi con la Marina Militare e di affiancare i POLAD (Political Advisor) e i LEGAD (Legal Advisor) del CINCNAV (Comando in capo della squadra navale) in una simulazione di minaccia estera. Gli studenti faranno parte di un gruppo di studio il cui compito sarà quello di fornire una legittimazione politica e un inquadramento giuridico alle decisioni prese dal CINCNAV durante l’esercitazione”.

Mentre la Marina Militare italiana coprirà i costi di vitto e alloggio sulla nave da guerra, gli spostamenti per raggiungere gli imbarchi e “altri costi accessori” saranno a carico degli studenti.

Il bando della Cattolica di Milano ha previsto la scelta di cinque studenti (più tre “riserve”) sulla base del merito e dell’”ottima” conoscenza della lingua inglese,parlata e scritta.

All’edizione di “Mare Aperto” tenutasi nell’autunno dello scorso anno hanno preso parte 50 studenti di 13 università statali e private: gli atenei di Bari, Bologna, Catania, Genova, Milano, Trieste, la Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il Politecnico di Milano, la Federico II di Napoli, il Sant’Anna di Pisa, La Sapienza di Roma, la LUISS – Libera Università Internazionale degli Studi Sociali di Roma, l’Università per Stranieri di Siena.

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LA CGIL A ODESSA E QUEI SORRISI SENZA VERGOGNA – Antonello Tomanelli

Una delegazione della CGIL si è unita ad una carovana della Pace per recarsi a Odessa e consegnare alla FPU, la Federazione dei Sindacati Ucraini, cinque generatori di corrente da 25 kw ciascuno, da installare in alcuni centri di accoglienza profughi gestiti dalla FPU stessa.

Che la Cgil avesse smarrito la propria strada si era capito da un pezzo. Ma pochi si sarebbero aspettati quella foto ricordo dell’evento, con i delegati della CGIL nazionale Sergio Bassoli e Federico Libertino salutare e sorridere da Piazza Kulikova, quasi ai piedi della scalinata della Casa dei Sindacati, dove il 2 maggio 2014 almeno 40 manifestanti filo-russi ebbero la pessima idea di rifugiarsi per sfuggire alla caccia all’uomo scatenata dai neonazisti di Pravy Sector, con la benedizione del governo filo-occidentale appena insediatosi.

Ne morirono circa 60, secondo alcuni molti di più, quasi tutti bruciati vivi. I militanti di Pravy Sector nell’occasione diedero il peggio di sé, sfogandosi sui superstiti che all’interno del palazzo erano riusciti a sfuggire al fuoco e al fumo. Come quella donna incinta, stuprata e infine strangolata con un cavo telefonico, o quel ragazzo di 16 anni finito a colpi di pistola.

Il fatto è che comunque quel tragico venerdi in quel palazzo vi erano anche sindacalisti ucraini che stavano lavorando. E che rimasero vittime della ferocia di Pravy Sector. Un fattaccio che avrebbe meritato quanto meno un discorsino ufficiale, una piccola commemorazione da parte dei sindacalisti italiani presenti.

Invece niente. Basta sorridere e si dimentica tutto.

Si dimenticano anche le condizioni dei lavoratori ucraini, notevolmente peggiorate con la scusa dello sforzo bellico. Libertà più o meno assoluta di licenziamento, numero di ore lavorative imposte secondo l’arbitrio del datore di lavoro, che decide anche numero e collocazione dei giorni di ferie; malattia non retribuita; contratti a chiamata con l’obbligo del lavoratore di rimanere ad esclusiva disposizione di quel datore di lavoro.

Insomma, è molto più importante far vedere che si regalano alcuni generatori di corrente, piuttosto che denunciare un sistema che rende il lavoratore ucraino quasi uno schiavo e l’uccisione di alcuni sindacalisti per mano di macellai considerati bravi ragazzi dall’attuale regime.

Del resto, a pensarci bene tutto questo non deve meravigliare. La deriva dei nostri sindacati è stata perfettamente fotografata poco prima di Pasqua anche dal Tribunale di Milano, che si è occupato della loro principale funzione, la contrattazione collettiva, i cui risultati sono ampiamente al di sotto dei livelli che la nostra Costituzione esige, proprio come quei 3.96 Euro l’ora garantiti ad una receptionist di una società di vigilanza privata, e che quel giudice ha considerato una vergogna.

Come si fa, dunque, a rimanere sorpresi per quelle facce poco serie ritratte in Piazza Kulikova?

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Lettera aperta alla CGIL di un sopravvissuto al massacro di Odessa – Clara Statello

Alexey Albu è un esponente dell’organizzazione politica della sinistra ucraina Borotba, perseguitata dal governo di Kiev dopo il 2014. E’ stato deputato regionale di Odessa prima del Maidan ed è uno dei sopravvissuti e testimoni della strage del 2 maggio 2014, nella quale una quarantina di esponenti di sinistra e antifascisti vennero trucidati da bande di neonazisti ed ultrà afferenti a Pravy Sector all’interno della Casa dei Sindacati. Alcuni giorni fa una delegazione italiana ha posato davanti al luogo del massacro di Odessa. Dopo aver visto la foto Albu ha scritto una lettera aperta in cui pone delle specifiche domande alla CGIL. 

La cooperazione tra le organizzazioni sindacali, la creazione di legami orizzontali tra i rappresentanti della classe operaia di diversi Paesi non può che essere accolta con favore. Tuttavia, quando ho visto una foto congiunta dei rappresentanti del sindacato italiano CGIL e del sindacato ucraino FTU sono stato colpito da una scossa elettrica: dopotutto, è stata scattata sullo sfondo della Camera dei Sindacati di Odessa, diventata una tomba collettiva per più di quattro dozzine di persone.

Io stesso ho vissuto questo terribile massacro compiuto dai radicali di estrema destra il 2 maggio 2014 a Odessa. Sono miracolosamente fuggito dall’edificio in fiamme, ma sono stato aggredito e mi sono ritrovato con la testa rotta e numerose ferite. Pertanto per me la Casa dei Sindacati rimarrà per sempre il simbolo di una mostruosa tragedia, uno degli eventi più disgustosi del 21° secolo.

Oggi, la Camera dei Sindacati rimane una prova nelle indagini sull’omicidio di massa degli abitanti di Odessa. Tuttavia, è ancora utilizzata dall’organizzazione regionale di Odessa FTU per i propri scopi, il che è una grande bestemmia contro i morti.

Nella foto vedo una mia vecchia conoscenza, Vyacheslav Buratynsky. L’avevo incontrato nel Consiglio Regionale di Odessa, nel 2010, perché i nostri vicepresidenti erano vicini. Questa fotografia ha immediatamente resuscitato nella mia memoria i ricordi della Casa dei Sindacati in fiamme. Mi sono ricordato di aver chiamato quest’uomo mentre cercavo una via d’uscita dall’edificio. Gli chiesi come potevamo trovare la porta sul retro. Come potevamo uscire dall’edificio in fiamme? Tuttavia, tutto ciò che ho sentito in risposta è stata una forte indignazione e lamentele sul fatto che non avevamo il diritto di entrare nel suo territorio. Invece di salvare vite umane, il signor Buratynsky pensava a salvare la proprietà e ha rivolto la sua indignazione non a coloro che hanno organizzato e compiuto un crimine mostruoso, ma a coloro che cercavano di sfuggire a sadici e sociopatici con una visione del mondo radicale di destra. Capisco che possa aver agito in base all’emozione e che, come molti, non avesse idea di come sarebbe finito il massacro. Non aveva idea delle dimensioni della tragedia, ma il fatto rimane e non lo dimenticherò mai.

Quando ho visto nella foto i rappresentanti del sindacato CGIL, in un primo momento ho pensato che non sapessero dove venivano fotografati. Tuttavia, ho ricordato centinaia di eventi commemorativi organizzati dagli antifascisti italiani. Ho ricordato come nella città di Ceriano Laghetto l’amministrazione, mostrando le sue migliori doti umane di compassione ed empatia, abbia intitolato una delle piazze della città “Ai martiri di Odessa”. Inoltre è stato eretto un monumento “In memoria dei martiri di Odessa”.

A seguito di questa polemica, ho una domanda che voglio porre pubblicamente ai rappresentanti della CGIL: Quando siete stati fotografati sullo sfondo del massacro di Odessa, sapevate dove eravate?

Spero che darete una risposta onesta e pubblica.

Alexey Albu

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Zitti tutti, parlano i guru della finanza! – Giuseppe Masala

E’ davvero interessante leggere le previsioni economiche di due tra i maggiori guru occidentali in materia di economia e finanza.

Il primo è il cosiddetto Oracolo di Omaha, dalla cittadina del Nebraska dove nacque. Mi riferisco ovviamente a Warren Buffett, il leggendario investitore statunitense con un patrimonio stimato di oltre 100 miliardi di dollari e gestore della mega holding d’investimento Berkshire Hathaway.

Il secondo è invece l’economista e filosofo Jacques Attali, uomo delle idee e consigliere del principe per eccellenza che in passato è stato il Macchiavelli del presidente francese François Mitterrand che “regnò” tra gli anni ottanta e gli anni novanta del secolo scorso. Attualmente, stando alle cronache è invece il mentore – e deus ex machina – dell’attuale presidente francese Emmanuel Macron.

L’oracolo americano in una intervista ha seraficamente annunciato che la crisi bancaria negli Stati Uniti è destinata a continuare e che altre banche falliranno nel prossimo futuro ma che i depositanti non hanno nulla da temere per i propri risparmi essendo coperti dal FDIC (ovvero il fondo americano di garanzia per i depositi bancari).

La tesi di Buffett è la seguente: i banchieri hanno (come al solito) esagerato nella ricerca del profitto ed esponendo così le banche ad eccessivi rischi che sono venuti alla luce in questa fase storica (1). Secondo l’Oracolo di Omaha queste situazioni sono sempre capitate in passato e capiteranno nuovamente in futuro e dunque sostanzialmente non c’è nulla di cui doversi preoccupare. Ci si deve sostanzialmente rassegnare a queste situazioni come del resto accettiamo il vento e la pioggia che sempre ci saranno fino a quando saremo su questa terra. Ovviamente, lascia intendere Buffett, bisogna fidarsi e affidarsi alle autorità costituite che certamente risolveranno il problema. E non sono forse gli Stati Uniti il paese del 7° Cavalleggeri che al suono di tromba vanno alla carica e sconfiggono i cattivi (immancabilmente gli indiani)?

Al di là dell’ironia non mi pare azzardato dire che la posizione di Buffett sia comunque una posizione minimizzante, tipica di chi ha enormi interessi nell’oggetto di cui si discute. E’ chiaro ed evidente che una persona che ha enormi investimenti nel mercato finanziario sarà restia a parlare di crisi sistemica e dalle necessarie soluzioni dolorose. Meglio come il Padre Provinciale di manzoniana memoria prodursi nella famosa pratica del “troncare e sopire” in attesa che tutto si sistemi o che, quantomeno, si metta al sicuro il tesoretto personale, poi per quanto riguarda i risparmi del popolino ci si affiderà alla buona sorte.

Molto più articolata e problematica è invece la posizione di Jacques Attali che viene esposta in un lungo post dal titolo eloquente – “Une immense crise financière menace” – pubblicato sul suo sito internet personale (www.attali.com).

Secondo l’economista e filosofo francese saremmo alla vigilia di una grande crisi finanziaria che potrebbe già esplodere durante la prossima estate. Il suo eventuale tamponamento – argomenta Attali – con manovre di tipo monetario procrastinerebbe un destino già segnato e dunque ineludibile: la crisi esploderà comunque a distanza di qualche tempo.

Secondo il guru francese la causa originaria della tempesta finanziaria che ci attende sarebbe dovuta alla crisi del dollaro come moneta standard per gli scambi internazionali: se in passato questa posizione di preminenza era legittimata da uno strapotere economico, militare e politico, ora Washington sarebbe minacciata da una grave crisi politica, finanziaria, climatica e di bilancio.

Per Attali innanzitutto gli Stati Uniti soffrirebbero di un problema di sovraindebitamento, sia sul versante del debito pubblico (ormai pari al 120% del Pil) e gravato da enormi garanzie concesse ai vari fondi pensione ma anche sul versante del debito privato che ha raggiunto i 16.900 miliardi di dollari, cioè 2.750 miliardi in più rispetto a prima della crisi del Covid-19 e che è equivalente $ 58.000 per ogni adulto americano. Questo enorme debito sarebbe non assorbibile come invece accadde negli anni 50 al debito emesso per lo sforzo bellico e ciò, alla lunga potrebbe causare instabilità sociale e politica che ben presto coinvolgerebbe l’Europa e farebbe soffrire anche il resto del mondo.

Questo scenario, nella visione di Attali, può essere evitato solo con scelte radicali: uno stimolo monetario (che sposterebbe solo in avanti il problema), la guerra che darebbe qualche possibilità ai pochi sopravvissuti (a volte Attali si produce in un black humor inconsapevole davvero delizioso!) oppure si dovrebbe porre in essere un riorientamento dell’economia mondiale che ponga in discussione il nostro rapporto sia con i beni di consumo che con la proprietà degli immobili così da avere una minore impronta climatica e che aiuti a ridurre l’indebitamento complessivo (2).

A me pare che Attali esamini in maniera molto interessante i problemi che abbiamo di fronte ma che ometta di dire che sono problemi fondamentalmente riguardanti il mondo occidentale; il resto del mondo non ha grossi problemi di indebitamento e i paesi africani (che in parte li hanno) possono essere tranquillamente sostenuti da Cina e Russia che sono creditori netti sul resto del mondo (nel caso di Pechino per cifre siderali ma anche Mosca è messa bene). Per quanto riguarda l’energia pulita, la Russia ne ha da vendere (è proprio il caso di dirlo) e la Cina, grande beneficiaria delle sanzioni occidentali per la guerra ucraina, ora ha risolto i suoi problemi legati all’impronta climatica del mix energetico adottato.

Semmai è l’Europa ad avere un problema enorme visto che ha perso il metano, che è una delle energie più pulite, e che per gli obblighi climatici assunti non può fare troppo affidamento sul fuligginoso carbone come sostituto. E’ chiaro che l’Europa ha un deficit energetico che ben difficilmente sarà compensato dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. Non ci rimane che imparare ad essere frugali (case e automobili in multiproprietà suggerisce obliquamente Attali) e sperare nella buona sorte.

Forse Attali queste verità allarmanti per il bulimico consumatore europeo le ha dette in maniera soft per non generare troppo allarme. Ma intanto le mani avanti le ha messe.

Note

(1) MilanoFinanza, Banche, secondo Warren Buffett dopo Svb ci saranno altri fallimenti. Ma i depositi sono al sicuro, pag. 6 del 13/04/2023 https://www.milanofinanza.it/news/banche-secondo-warren-buffett-dopo-svb-ci-saranno-altri-fallimenti-ma-i-depositi-sono-al-sicuro-202304121502336077?refresh_cens

(2) Jacques Attali, Une immense crise financière menace, 12 Aprile 2023. https://www.attali.com/finance/crise/

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DAI MARI DEL NORD ALLA SARDEGNA, GIOCHI DI GUERRA NATO ANTI-RUSSIA – Antonio Mazzeo

War games di primavera delle forze armate USA e NATO in Europa, dal Mar Baltico, la Finlandia e la Norvegia fino al Tirreno e all’isola-poligono della Sardegna. Parallelamente all’escalation del conflitto fratricida russo-ucraino, proseguono nel vecchio continente i processi di riarmo e militarizzazione ordinati dai vertici dell’Alleanza atlantica in funzione anti-Mosca.

Il 4 aprile scorso, giorno in cui è stato celebrato il 74° anniversario della fondazione della NATO e la Finlandia ha fatto ufficialmente ingresso nell’organizzazione militare, si è conclusa un’esercitazione su “vasta scala” nello spazio aereo del Mar Baltico a cui hanno partecipato una ventina di cacciabombardieri di Stati Uniti d’America, Regno Unito, Estonia, Francia, Germania, Paesi Bassi e Finlandia. Per una settimana hanno operato incessantemente dalla base estone di Amari i velivoli da guerra L-39 “Albatrosses”, F-15 “Eagles”, “Eurofighter Typhoons”, F/A-18 “Hornets”, Dassault “Rafale” ed F-35 “Lightning II” e alcuni aerei cisterna per il rifornimento in volo.

“Questa esercitazione è stata finalizzata ad integrare le più recenti capacità  acquisite dai paesi partner in modo da rafforzare l’abilità nel condurre i combattimenti aerei con una potenza ancora maggiore della somma dei singoli partecipanti”, ha dichiarato il comandante delle forze aeree britanniche Scott Smith MacColl. “L’abilità nel cooperare in un dominio multinazionale, rafforza la nostra difesa collettiva e dimostra la nostra capacità di intervenire efficacemente nella regione del Baltico e in tutto il territorio odierno e futuro della NATO”. Notevole l’enfasi espressa dai vertici militari per la presenza alle attività addestrative dei velivoli dell’aeronautica finlandese. “L’evento ha rappresentato un momento davvero importante specie per il ritorno dei caccia della Finlandia nella base aerea di Amari dopo il lungo break dovuto alla pandemia”, ha aggiunto il comandante MacColl.

Un’esplicita conferma dell’adesione de facto di Helsinki alla NATO ben anteriore all’invasione russa dell’Ucraina del 24 febbraio 2022 è arrivata dall’ambasciatore della Finlandia in Estonia, Vesa Vasara. “L’Aeronautica militare finlandese opera regolarmente con i partner NATO per rafforzare la nostra sicurezza e stabilità in Europa, in particolare con lo svolgimento di esercitazioni e attività addestrative congiunte nella regione del Mar Baltico e dell’Alto Nord”, ha riferito il diplomatico…

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Seymour Hersh: “Zelensky fa affari con il nemico”

Il governo ucraino, guidato da Volodymyr Zelensky, ha utilizzato i fondi dei contribuenti americani per pagare a caro prezzo il carburante diesel, di vitale importanza per mantenere in movimento l’esercito ucraino nella sua guerra con la Russia. Non si sa quanto il governo Zalensky stia pagando a gallone per il carburante, ma il Pentagono pagava fino a $ 400 a gallone per trasportare benzina da un porto in Pakistan, tramite camion o paracadute, in Afghanistan durante la decennale guerra americana.

Un’altra cosa che non si sa è che Zelensky ha acquistato carburante dalla Russia, il paese con cui lui e Washington sono in guerra, e che il presidente ucraino e molti nel suo entourage hanno sottratto un’incalcolabile quantità di milioni di dollari dai fondi americani stanziati per il pagamento del diesel.

Secondo una stima degli analisti della Central Intelligence Agency, l’anno scorso i fondi sottratti ammontavano almeno a 400 milioni di dollari; un altro esperto ha paragonato il livello di corruzione a Kiev a quello della guerra in Afghanistan, “anche se dall’Ucraina non emergeranno mai audit fatti in modo veramente professionale”. “Zelensky sta acquistando gasolio scontato dai russi”, mi ha detto un esperto funzionario dell’intelligence americana. “E chi paga il gas e il petrolio? Siamo noi.  Putin e i suoi oligarchi ci guadagnano milioni”.

Molti ministeri del governo di Kiev sono stati letteralmente “in competizione”, mi è stato detto, per istituire società di facciata per contratti di esportazione di armi e munizioni con trafficanti di armi privati in tutto il mondo, che forniscono tutti tangenti. Molte di queste società sono in Polonia e Repubblica Ceca, ma si pensa che ve ne siano altre nel Golfo Persico e in Israele. “Non sarei sorpreso di apprendere che ce ne sono altri in posti come le Isole Cayman e Panama, e che ci sono molti americani coinvolti”, mi ha detto un esperto americano di commercio internazionale.

La questione della corruzione è stata sollevata direttamente con Zelensky in un incontro lo scorso gennaio a Kiev con il direttore della CIA William Burns. Il suo messaggio al presidente ucraino, mi è stato detto da un funzionario dell’intelligence con conoscenza diretta dell’incontro, era tratto da un film sulla mafia degli anni ’50. Gli alti generali e i funzionari del governo di Kiev erano arrabbiati per quella che vedevano come l’avidità di Zelensky, così ha detto Burns al presidente ucraino, perché “stava prendendo una quota maggiore del denaro sotratto di quella che andava ai generali”.

Burns ha anche presentato a Zelensky un elenco di trentacinque generali e alti funzionari la cui corruzione era nota alla CIA e ad altri membri del governo americano. Zelensky ha risposto alle pressioni americane dieci giorni dopo licenziando pubblicamente dieci dei funzionari più ostentati della lista e facendo poco altro. “I dieci di cui si è sbarazzato si vantavano sfacciatamente dei soldi che avevano, guidando per Kiev con la loro nuova Mercedes”, mi ha detto il funzionario dell’intelligence.

La risposta poco convinta di Zelensky e la mancanza di preoccupazione della Casa Bianca sono state viste, ha aggiunto il funzionario dell’intelligence, come un altro segno di una mancanza di leadership che sta portando a una “rottura totale” della fiducia tra la Casa Bianca e alcuni elementi della comunità dell’intelligence…

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Tedeschi sotto & russi fuori – Diana Johnstone

Lo scopo della NATO: “Tenere gli americani
dentro, i russi fuori e i tedeschi sotto”
(frase attribuita a Lord Hastings Ismay, segretario
generale della NATO 1952-1957)

«Divide et impera» è la regola eterna dell’Impero

Soprattutto, non permettere ai ragazzi più grossi di far comunella. Cerca piuttosto che si azzuffino tra loro fino a prendersi per la gola l’uno contro l’altro. Mezzo secolo fa, bloccato nell’impossibilità di vincere la guerra del Vietnam, il Presidente Richard M. Nixon ascoltò il consiglio di Kissinger che lo esortava ad un’apertura delle relazioni con Pechino al fine di approfondire le divisioni tra Unione Sovietica e Cina.

Ma ora chi sono i ragazzi più grossi e da quando lo sono? Evidentemente le priorità sono cambiate. Otto anni fa, uno dei più influenti analisti geostrategici americani, George Friedman, definì quale fosse l’attuale principale priorità del divide et impera, quella che ora troviamo all’opera in Ucraina.

“L’interesse primario degli Stati Uniti è la relazione tra Germania e Russia, perché insieme rappresentano la sola forza che ci può minacciare,” spiegava Friedman.

L’interesse principale della Russia è sempre stato quello di avere una zona cuscinetto di paesi neutrali nell’Europa dell’Est. Lo scopo degli Stati Uniti invece è di costruire un cordon sanitaire di stati che le siano ostili, dal Baltico al Mar Nero, a far da barriera di separazione definitiva tra Russia e Germania.

“La Russia lo sa. La Russia pensa che gli Stati Uniti vogliano fare uno spezzatino della Federazione Russa,’ diceva Friedman, aggiungendo scherzosamente di ritenere che l’intenzione non doveva essere quella di uccidere la Russia, ma solo di farla soffrire.

Parlando ad un gruppo di élite a Chicago il 13 aprile 2015, Friedman osservava che il comandante dell’esercito americano in Europa, generale Ben Hodges, aveva poco prima fatto una visita all’Ucraina, decorando soldati ucraini e promettendo di addestrarli. Lo stava facendo, notava Friedman, al di fuori della NATO, perché nella NATO occorreva l’accordo del cento per cento dei membri e l’armamento all’Ucraina rischiava di subire un veto, così gli Stati Uniti stavano andando avanti da soli.

Quello che gli Stati Uniti hanno a lungo temuto, diceva Friedman è la combinazione tra capitale e tecnologia tedesca da un lato e risorse e lavoro russo dall’altro. Il gasdotto Nord Stream esattamente andava in quella direzione, quella degli scambi reciproci e delle intese sulla sicurezza, cosa che avrebbero reso superflui sia il dollaro che la NATO.

“Per la Russia,” diceva Friedman, “lo status dell’Ucraina è una minaccia esistenziale. I russi non possono consentire che vada avanti.” Per gli Stati Uniti invece è un mezzo per arrivare ad un fine: separare la Russia dalla Germania.

Friedman concludeva dicendo che la grande domanda era, come reagiranno i tedeschi?

Fin qui, i dirigenti tedeschi stanno reagendo come leali amministratori di un paese sotto occupazione degli Stati Uniti – com’è in effetti…

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Waiting for the End of the World – Pepe Escobar

[Traduzione a cura di Nora Hoppe]

We were waiting for the end of the world. Waiting for the end of the world, waiting for the end of the world
Dear Lord, I sincerely hope You’re coming. ‘Cause You really started something

 

– Elvis Costello, “Waiting for the End of the World”, 1977

Non possiamo nemmeno immaginare gli effetti a catena che derivano dal terremoto geopolitico del 2023 che ha scosso il mondo: Putin e Xi, a Mosca, hanno di fatto segnalato l’inizio della fine della Pax Americana.

Questo è stato l’ultimo anatema per le rarefatte élite egemoniche anglo-americane per oltre un secolo: una partnership strategica completa, firmata e sigillata di due concorrenti alla pari, che intreccia una massiccia base manifatturiera e la preminenza nell’approvvigionamento di risorse naturali – con un valore aggiunto russo di armamenti all’avanguardia e del nous diplomatico.

Dal punto di vista di queste élite, il cui Piano A è sempre stato una versione svilita del Divide et Impera dell’Impero Romano, questo non sarebbe mai dovuto accadere. Infatti, accecati dall’arroganza, non se lo aspettavano. Storicamente, questo non si qualifica nemmeno come un remix del “Torneo delle Ombre”; è piuttosto un “Impero Pacchiano lasciato nell’ombra”, “con la schiuma alla bocca” (copyright Maria Zakharova).

Xi e Putin, con una mossa alla Sun Tzu, hanno immobilizzato l’Orientalismo, l’Eurocentrismo, l’Eccezionalismo e, non ultimo, il Neocolonialismo. Non c’è da stupirsi che il Sud Globale sia rimasto ammaliato da ciò che si è sviluppato a Mosca.

Come se non bastasse, abbiamo la Cina, l’economia di gran lunga più grande del mondo se misurata in termini di parità di potere d’acquisto (PPA), nonché il più grande esportatore. E c’è la Russia, un’economia che in termini di parità di potere d’acquisto (PPA) è equivalente o addirittura più grande di quella tedesca, con l’ulteriore vantaggio di essere il più grande esportatore di energia al mondo e di non essere costretto a deindustrializzarsi.

Insieme, in sincronia, sono concentrati sulla creazione delle condizioni necessarie per bypassare il dollaro USA.

Ecco una delle battute cruciali del Presidente Putin: “Siamo favorevoli all’uso dello yuan cinese per gli accordi tra la Russia e i Paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina.”.

Una conseguenza fondamentale di questa alleanza geopolitica e geoeconomica, accuratamente progettata nel corso degli ultimi anni, è già in atto: l’emergere di una possibile triade in termini di relazioni commerciali globali e, per molti aspetti, di una Guerra Commerciale Globale.

L’Eurasia è guidata – e in gran parte organizzata – dal partenariato Russia-Cina. La Cina giocherà un ruolo chiave anche nel Sud Globale, ma anche l’India potrebbe diventare molto influente, agglutinando quello che sarebbe un Movimento dei Non Allineati (NAM) sotto steroidi. E poi c’è l’ex “nazione indispensabile” che domina i vassalli dell’UE e l’Anglosfera riunita nei Five Eyes.

Cosa vogliono davvero i cinesi

L’Egemone, nell’ambito del suo “ordine internazionale basato sulle regole”, non ha essenzialmente mai fatto diplomazia. Il Divide et Impera, per definizione, esclude la diplomazia. Ora la loro versione di “diplomazia” è degenerata ulteriormente in insulti grossolani da parte di una schiera di funzionari statunitensi, europei e britannici intellettualmente sfiduciati e francamente idioti.

Non c’è da stupirsi che un vero gentiluomo, il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, sia stato costretto ad ammettere che “la Russia non è più un partner dell’UE… L’Unione europea ha ‘perso’ la Russia. Ma la colpa è dell’Unione stessa. Dopo tutto, gli Stati membri dell’UE… dichiarano apertamente che la Russia dovrebbe subire una sconfitta strategica. Ecco perché consideriamo l’UE un’organizzazione nemica.”

Eppure il nuovo concetto di politica estera russa, annunciato da Putin il 31 marzo, lo dice chiaramente: la Russia non si considera un “nemico dell’Occidente” e non cerca l’isolamento.

Il problema è che dall’altra parte non c’è praticamente nessun adulto con cui parlare, ma piuttosto un branco di iene. Questo ha portato Lavrov a sottolineare ancora una volta che si possono usare misure “simmetriche e asimmetriche” contro chi è coinvolto in azioni “ostili” contro Mosca.

Quando si parla di Eccezionalistan, questo è evidente: gli Stati Uniti sono indicati da Mosca come il principale istigatore anti-Russia e la politica complessiva dell’Occidente viene descritta come “un nuovo tipo di Guerra Ibrida”…

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Europa colonia (USA) da depredare. Con l’eccezione francese? – Giuseppe Masala

La fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si
ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c’è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo.
 
José Saramago

Neanche nelle fasi più concitate della guerra fredda che vide contrapporsi l’URSS agli USA l’Europa occidentale – formalmente alleata con pari dignità degli Stati Uniti – è stata messa in un tale stato di soggezione tale che tutti i leader europei calpestano gli interessi dei popoli amministrati.

Non c’è in questa fase storica, alcun legittimo interesse o diritto sovrano dei popoli europei che non possa – e non debba – essere sacrificato di fronte alla volontà e all’interesse americano.  Una situazione inedita per l’Europa sia intesa come stati nazionali che come entità semi-statuale denominata Unione Europea. Per trovare qualcosa di simile bisogna andare in dietro nel tempo fino ai governi fantoccio dei territori occupati dai nazisti. Ecco, siamo governati da degli epigoni di quel Vidkun Quisling fondatore del partito fascista norvegese e posto a capo di un governo fantoccio una volta che la Norvegia fu occupata dalla Germania nazista.

Innumerevoli sono le dichiarazioni di intenti e i provvedimenti dei governanti europei totalmente allineati sugli interessi americani e contrari agli interessi dei popoli del vecchio continente. Pensiamo per esempio al continuo flusso di armi dagli stock presenti negli arsenali europei e diretti verso l’esercito ucraino. Al di là del valore delle armi (che comunque i paesi europei dovranno rimpiazzare, aumentando gli stanziamenti per la difesa) ciò che è maggiormente contrario ai propri interessi è che così si rinfocola un grave conflitto alle porte di casa causando instabilità e insicurezza.

Non parliamo poi delle folli sanzioni imposte dagli USA contro la Russia che hanno di fatto quadruplicato il costo della nostra energia e reso praticamente impossibile lo sviluppo futuro della nostra economia visto che il nostro fornitore più importante è stato estromesso dal mercato europeo su diktat americano. Se qualcuno pensa che riusciremo a mandare avanti le nostre acciaierie, cantieri navali e industrie chimiche con le pale eoliche e con il rivolo di gas algerino credo dovrà fare di nuovo i propri conti.

Pensavamo che questa mossa suicida dell’Europa in materia di politiche energetiche avesse rappresentato l’acme dell’autolesionismo europeo per compiacere i Master di Washington armati di frusta e invece ci siamo sbagliati, il peggio doveva ancora venire. Mi riferisco ovviamente al sabotaggio dei gasdotti NorthStream che dalla Russia facevano affluire il gas alla Germania passando sui fondali del mar Baltico.

E’ stupefacente vedere i leader europei che fanno finta di non capire che a ordinare e programmare il sabotaggio non può che essere stato chi ne trae il maggior profitto magari con l’aiuto di qualche servo zelante. Mi riferisco naturalmente agli USA e alla assai probabile manovalanza norvegese e polacca come autori materiali. E per fortuna che gli stessi dirigenti di Washington (per esempio la Nuland e anche Biden) hanno dichiarato pubblicamente con tanto di registrazione audiovisiva che “il NorthStream 2 in un modo o in un altro sarà stato bloccato”.

Tutti hanno capito – compreso il giornalista americano Premio Pulitzer Seymour Hersh che in una inchiesta ha accusato apertamente il governo del suo paese di essere stato autore e mandante del sabotaggio (1) – tranne i  Quisling che governano l’Europa, ormai completamente “azzerbinati” sulle posizioni di Sleepy Joe Biden manco fossimo una colonia africana del 1800.

Da notare poi che sulla politica energetica non è finita qui: la Task Force paritetica USA-UE sulla Sicurezza Energetica si è riunita a Washington il 3 di Aprile stabilendo (sono gli americani per la verità a stabilire, gli europei eseguono da buoni camerieri) che i paesi europei dovranno acquistare nel 2023 a “consegna garantita” altri 50 miliardi di metri cubi di gas GNL dagli USA al prezzo degli acquisti del 2022 (2).

Che sono, inutile ricordarlo, quattro o cinque volte più alti di quelli praticati dai russi.

In buona sostanza gli USA ci stanno trattando come una colonia da depredare ma in prospettiva stanno anche minando la competitività europea: quale area economica può reggere un costo dell’energia quattro o cinque volte superiore rispetto a quelli sostenuti dai propri concorrenti?

In questo panorama francamente desolante l’unica luce di speranza arriva da Emmanuel Macron il presidente francese che al rientro dal suo viaggio diplomatico a Pechino ha dichiarato che “Il grande rischio che corre l’Europa è di essere travolta da crisi che non sono le nostre” sottintendendo chiaramente che ormai l’Europa sta agendo da “truppa cammellata” dei padroni d’oltreatlantico (3).

Parole queste che peraltro vanno appaiate con un’altra dichiarazione di Macron a Pechino sulla necessità che nessun paese tenga armi nucleari fuori dai propri confini. In apparenza – certo – si tratta di una frase che in prima battuta è una critica alla Russia di Putin che sta dislocando armi nucleari tattiche in Bielorussia, ma che in controluce è anche una severa critica agli USA che tengono in Europa centinaia di ordigni nucleari (specificamente in Turchia, Italia, Belgio, Olanda e Germania).

Un’ultima nota di colore ma anche dall’enorme portata simbolica se fosse confermata. Il Berliner Zeitung ha pubblicato la notizia che Xi Jinping avrebbe imposto a Ursula von der Leyen di lasciare la Cina attraverso il normale transito aeroportuale dei passeggeri (4). Una umiliazione che attesterebbe la totale ininfluenza della UE ormai ridotta a semplice dipartimento affari economici della Nato.

 

NOTE

(1) Seymour Hersh,  How America Took Out The Nord Stream Pipeline, 8 Febbraio 2023 https://seymourhersh.substack.com/p/how-america-took-out-the-nord-stream

(2) The White House, Joint Statement on U.S.-EU Task Force on Energy Security, 3 Aprile 2023. https://www.whitehouse.gov/briefing-room/statements-releases/2023/04/03/joint-statement-on-u-s-eu-task-force-on-energy-security/

(3) Politico, Europe must resist pressure to become ‘America’s followers,’ says Macron, 9 Aprile 2023 https://www.politico.eu/article/emmanuel-macron-china-america-pressure-interview/

(4) Berliner Zeitung, Ursula von der Leyen muss in China durch Ausgang für normale Passagiere, 7 Aprile 2023 https://www.berliner-zeitung.de/wirtschaft-verantwortung/ursula-von-der-leyen-muss-in-china-durch-ausgang-fuer-normale-passagiere-li.336085

da qui

 

 

Facciamo corpi di pace

Il Contributo della società civile europea per la istituzione dei Corpi Civili di Pace Europei, per porre fine alla guerra in Ucraina e per impedire la perpetuazione delle condizioni che l’hanno provocata. Tre proposte.

Di fronte alla guerra di aggressione russa i membri del Movimento Europeo di Azione Nonviolenta, assieme agli esponenti della società civile ucraina e in sintonia con la voce dell’opposizione russa alla guerra, hanno a lungo discusso e riflettuto su due domande: “Come avremmo potuto evitarla?”, “Cosa fare per porre fine alla guerra al più presto senza perpetuare le condizioni che l’hanno resa possibile?”

La nostra riflessione si propone di far uscire la società civile pacifista da un dibattito polarizzato sull’opportunità o meno dell’invio delle armi per farle ritrovare l’indispensabile unità di intenti e d’azione necessaria al cammino di una pace giusta.

Un po’ di storia sui Corpi Civili di Pace

Dal 1994 in poi, cioè da quando per la prima volta Alex Langer ha proposto al Parlamento Europeo la istituzione dei Corpi Civili di Pace col compito di intervenire nei territori di crisi per evitare l’escalation dei conflitti, il governo e parlamento europeo hanno continuato a lavorare su questa idea e sulla falsariga dei CCPE, hanno promosso più di venti “missioni” civili di cui dodici in corso (per es. in Bosnia-Erzegovina nel 2003,in Georgia nel 2008 e da ultimo in Armenia nel febbraio 2023).

L’azione dell’OSCE in Ucraina dal 2014 ed il fallimento della Special Monitoring Mission (SMM) 

Nel 2014, come parte degli accordi di Minsk, l’Osce ha lanciato una “Special Monitoring Mission (SMM) in Ukraine.”

Il mandato di questa missione, approvata dai 57 Paesi membri dell’Osce, era la riduzione della tensione e la promozione di stabilità e sicurezza in Ucraina, promuovendo e facilitando il dialogo fra tutte le parti e assicurando in particolare il rispetto dei diritti delle minoranze in tutto il Paese. La missione, composta da 700-1000 unità civili, copriva tutta l’Ucraina ma si concentrava in particolare nel Donbass. Si è conclusa il 31 marzo del 2022 dopo l’aggressione della Russia quando il suo mandato non è stato rinnovato per il veto di Mosca.

Per rispondere alle due domande di cui sopra, è assolutamente fondamentale capire cosa non ha funzionato nel dispositivo degli interventi civili di pace così come finora sono stati pensati e messi in atto dalle Istituzioni europee, e cosa va cambiato per inquadrarli in un progetto coerente e permanente di Corpi Civili di Pace, in grado di adempiere per davvero al compito loro assegnato e sempre ribadito, che è quello complesso e delicatissimo di preparare il terreno e promuovere l’implementazione degli accordi di pacificazione…

continua qui

 

 

Sachs spiega come stanno cambiando gli equilibri economici mondiali per l’ascesa della Cina. Lo sviluppo tecnologico e l’investimento in ricerca e sviluppo rappresentano il motore dello sviluppo della Cina. Il costo del lavoro ridotto ha favorito un rapidissimo sviluppo dell’industria manifatturiera. Vent’anni fa era di basso livello tecnologico oggi è diventata di alto livello. Gli US sono una potenza in crisi in un periodo di declino economico e politico da cui non si riprenderanno in un breve periodo. La guerra in Ucraina ha accelerato questo cambiamento e lo ha reso irreversibile con la formazione di una alleanza tra Russia e Cina e con una triste constatazione per noi europei: essere governati da una classe dirigente che spazia tra incapaci e irresponsabili. Il risultato è che gli US sono in completo sbando economico e politico, la Cina e la Russia (questa ultima sia pur con grande difficoltà anche per via della guerra) sono in ascesa e l’Europa ha assunto il ruolo di una subpotenza che ha perso ogni tipo di ruolo politico oltre che economico.

da qui

 

https://www.youtube.com/watch?v=NNo6fCHfqD4&ab_channel=JeffreySachsOfficial

 

 

Per la guerra perpetua – Guido Viale

È verosimilmente doloroso per tutti constatare quanto nel corso degli anni i nostri modi di pensare si siano allontanati non solo tra di loro, ma anche da quanto davamo per scontato, forse avventatamente, in un periodo di intenso coinvolgimento collettivo, non solo politico, ma anche personale ed esistenziale. Certo, dopo il dissolvimento di quella stagione, ciascuno ha preso la sua strada; strade differenti e spesso divergenti, contrassegnate per anni da figure e personaggi inconsistenti e spesso ridicoli, incapaci di creare incomprensioni reciproche radicali. Anche perché poi di fatto il loro operare non divergeva granché. Ma ora che di mezzo c’è il massacro dei migranti, la guerra mondiale alle porte e l’imminente distruzione della vita umana sulla terra, ritrovare quell’afflato che ci aveva tenuti uniti è più difficile per tutti. Ora ci vien detto di difendere i valori occidentali contro la barbarie che viene dall’Est; nel frattempo, sul fronte sud che ci separa dal mondo dei sommersi, facciamo valere quegli stessi valori affidando la soppressione di migliaia e migliaia di vite ai silenzi del deserto e del mare (il quale a volte urla, inascoltato, quando i naufragi avvengono troppo vicino alle “nostre” coste). Mentre sulla “rotta” dei Balcani affidiamo a polizie nazionali, intergovernative (Frontex) e private un corpo a corpo con quei nemici dei nostri valori fatto di bastonate, furto di soldi e miseri valori, distruzione di documenti e cellulari, abbandono nella neve di gente nuda e scalza, graffiata dal filo spinato che ha già cercato decine di volte di passare, insieme a mogli e figli, a vecchi e bambini. Siamo pieni di Lager, non solo in Libia, ma anche ai confini interni dell’Europa, e facciamo finta di non vederli.

Do comunque per scontata – c’è chi lo richiede – la regola di non ridurre ciò che precede a causa di ciò che segue; altrimenti –
si è detto – dovremmo risalire a Caino (che forse aveva i suoi “buoni
motivi”, ma non per questo una giustificazione) e Abele (che forse
qualcosa avrà fatto pure lui…). Quindi, tabula rasa del passato,
anche se per me il primo aggressore in questo conflitto non è stata la
Russia di Putin contro l’Ucraina, ma questa contro la sua stessa
popolazione del Donbass, perché di lingua, cultura e sentimenti
filorussi. Dal 2014 ci sono state in Donbass 14mila vittime di guerra.

Alcune, certo, tra le milizia (naziste) di Kiev; altre nel suo esercito;
molte tra le milizie (non esenti da presenze naziste anch’esse) delle
regioni che aspiravano all’autonomia; altre ancora tra le truppe russe
di supporto. Ma la maggior parte tra la popolazione civile di quei
territori, ucraina ma russofona, costretta per otto anni a vivere come
topi nella cantine di case bombardate un giorno sì e l’altro anche. E
da chi? Da chi stava aspettando, anzi, si stava adoperando, perché la Russia di Putin scendesse in guerra. D’altronde la Nato stava da tempo armando l’Ucraina come se fosse già un suo membro e la stessa Merkel (non una “guerrafondaia”) ha ammesso che gli accordi di Minsk, che prevedevano una forte, ancorché indeterminata, autonomia del Donbass, erano stati sottoscritti e disattesi “per prendere tempo”: in attesa di una guerra provocata dagli Stati già inclusi nella Nato, “abbaiando” ai confini della Federazione russa. Ma da oltre un anno le truppe ucraine sparano 9mila cannonate al giorno tanto da esaurire persino le scorte di proiettili degli Stati uniti su un territorio che considerano loro. E le truppe russe ne sparano altrettante al di là del fronte, contro un paese che considerano nemico, anche se non gli hanno mai dichiarato guerra. Sappiamo, ce lo raccontano ogni giorno TV e quotidiani, i danni e i morti che provocano i russi; anche deliberatamente. Ma i 9mila proiettili ucraini (cioè della Nato) colpiscono invece solo obiettivi militari? Non distruggono anche loro edifici e infrastrutture, non ammazzano persone, non inquinano campi, fiumi e falde, ora anche con proiettili all’uranio impoverito? Proprio quelli che hanno provocato 8mila cancri e 400 morti ai soldati italiani impegnati a suo tempo in Serbia; e chissà quanti – si dice 30mila all’anno, da allora e “per sempre” – tra la
popolazione civile. Gli stessi con cui sono stati devastati per sempre
anche l’Iraq e la sua popolazione… Che senso ha, allora, difendere – anzi, voler riconquistare – i confini di un territorio proprio mentre lo si sta distruggendo? Che “amor di patria” è mai quello che spinge a trasformarne una parte in una gigantesca Chernobil? Vediamo in TV molti testimoni delle persecuzioni inflitte dai russi, per lo più a popolazioni che anche il governo ucraino si era già premurato di perseguitare. Ma come verranno trattati i profughi ucraini russofoni, “rifugiati” in Russia per amore o per forza, se mai potranno fare ritorno in quei territori martoriati, una volta che vengano restituiti alla loro matrigna madrepatria? E quando? E come?

Si invoca il diritto all’autodifesa. Sacrosanto. Ma difesa di che? Di un territorio che intanto viene distrutto e reso inabitabile da chi lo rivendica, facendo pagare il prezzo di questa distruzione anche a chi, da questa parte del fronte, subisce un trattamento corrispondente ad opera dell’artiglieria e dei razzi russi? Che cosa rimarrà dell’Ucraina dopo una vittoria che più viene invocata e più si profila lontana?

Il fatto è che si discute di questo conflitto, che sta costando centinaia di migliaia di morti (Quanti? Non si sa. Abbiamo le stime, spesso farlocche, diffuse dal governo ucraino; ma anche quelle dei servizi segreti Usa trafugate dai russi, anch’esse probabilmente farlocche) come se l’alternativa fosse solo tra “vittoria” e “resa”. Quale vittoria? La resa di Putin? Il suo disarcionamento ad opera di Prigozin e soci? La dissoluzione della Federazione russa e la sua trasformazione in una immensa Libia a disposizione degli appetiti di Nato, Cina, Turchia, Pakistan e – perché no? – Isis? O, estrema ratio – ma non più tanto estrema – una bomba atomica che scateni l’Armageddon? O quale resa? L’occupazione militare permanente di una popolazione che ci viene raccontata indomita da parte di truppe mercenarie, o inconsapevoli, o insofferenti, reclutate ai margini dell’impero russo? Una Grozny permanente al centro dell’Europa, destinata poi a moltiplicarsi per cento, fino alle coste atlantiche del
Portogallo? È fin troppo chiaro, allora, perché nessuno si spinga a spiegare che cosa significa vittoria e che cosa significa resa in questo
frangente. Quello che in questo modo non viene messo in discussione è un dogma: non quello della pace perpetua di Kant, ma l’idea che a ogni guerra non ci sia altra alternativa che più guerra.

Invece le alternative ci sono. Intanto il cessate il fuoco: il risparmio di decine se non centinaia di migliaia di altre vite umane e dei pochi habitat ancora vitali. E l’allontanamento dell’”opzione” atomica. Poi la mediazione: ieri gli accordi di Minsk; oggi una soluzione che salvaguardi le condizioni minime di vivibilità delle popolazioni restituite ai loro territori. Con una garanzia internazionale della loro autonomia, in attesa che l’ossessione dei confini si allenti. Poi, forse, la ricostruzione. Ma quale, su un suolo irreversibilmente inquinato? E pagata da chi? E come? Con una nuova Versailles a spese della popolazione russa? E le armi? Truppe, mezzi e
atomiche lungo questa nuova cortina di ferro che divide l’Europa da se
stessa? Ma che non divide più capitalismo (e “democrazia”) da comunismo (e “totalitarismo”), bensì due imperi, non meno nocivi uno dell’altro per le popolazioni a essi soggetti: dalla Siberia alla Terra del fuoco. E poi? Non siamo forse alle soglie di una catastrofe climatica e ambientale? Ed è forse con le bombe, i cannoni, i tanks e i razzi che intendiamo sventarla? E non è forse questo – sventarla – il compito prioritario di chi ci governa? Ovunque e comunque? Ma quanti “convinti ambientalisti se ne sono dimenticati…

da qui

 

 

 

Si avvicina la seconda edizione di Eirenefest, Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza

EireneFest, il Festival del Libro per la Pace e la Nonviolenza, si svolgerà il 26, 27 e 28 maggio 2023, in diversi spazi del quartiere di San Lorenzo, a Roma.

Giunto quest’anno alla sua seconda edizione, EireneFest rappresenta il primo festival del libro, in Italia, interamente dedicato alla promozione della cultura della pace e della nonviolenza e costituisce un’opportunità preziosa, unica nel suo genere nel nostro Paese, per associazioni, istituzioni culturali, case editrici, per fare conoscere le proprie iniziative e novità editoriali e per condividere un luogo di scambio e di riflessione sulle tematiche della pace e della nonviolenza, dei diritti umani, della nondiscriminazione, della cura del Pianeta.

EireneFest è un luogo aperto e plurale, in cui si alternano presentazioni di libri e proiezioni di film e documentari, dialoghi tra autori e autrici, conferenze e laboratori per adulti e bambini, nel corso dei quali approfondire le grandi questioni che fanno da filo conduttore della rassegna, quest’anno organizzata intorno a quattro assi tematici: riconciliazione personale e sociale; libertà e diritti; conflitto e conflitti; conoscenza e futura umanità.

Sostenuto, nella sua edizione 2023, con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese, EireneFest è realizzato su base interamente volontaria e tutte le sue attività sono a ingresso libero e gratuito. Sono sette gli spazi che ospiteranno gli oltre settanta eventi della rassegna di quest’anno: i Giardini del Verano, la Biblioteca Tullio de Mauro, la Casa Umanista, l’Associazione ENGIM, l’Associazione AMKA, la Galleria delle Arti, e la Libreria Antigone.

In un’epoca di conflitti, c’è sempre più bisogno dei libri per la pace e la nonviolenza che ci consiglino, che ci guidino, che ci ispirino verso un mondo con al centro l’essere umano, le sue idee, i suoi sentimenti, le sue azioni.

Tutte le info al sito ufficiale di EireneFest: https://www.eirenefest.it

dove è possibile iscriversi gratuitamente e partecipare.

da qui

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

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