Gli invisibili mali della Sardegna

Segreti e bugie era il titolo d’un bel film inglese. Potrebbe chiamarsi così questo scomodo ma necessario libro di Carlo Porcedda e Maddalena Brunetti: «Lo sa il vento» (228 pagine per 14 euri) con il sottotitolo «il male invisibile della Sardegna» uscito da Edizioni Ambiente nella collana Verdenero inchieste. Già la copertina è uno choc: la Sardegna strangolata lentamente in una tagliola-clessidra.

Da quasi 30 anni la «sindrome di Quirra» – alla quale è dedicata buona parte del libro – appare e scompare sui media. Polemiche infinite; nel frattempo ci si ammala e si muore nell’Isola. Non solo di poligoni (qui c’è il 60 per cento del demanio militare italiano) ma anche di ciminiere e scarichi. C’è la collina dei veleni a Minciaredda; vi sono le bonifiche mai fatte a Ottana ormai chiusa; i polmoni anneriti dalla Saras dei Moratti; i picchi di malattie a Portovesme e Portoscuso. Se davvero sant’Efisio ha sconfitto la peste tornerebbe utile riaverlo ora contro quest’altra morte nell’aria, portata da untori perlopiù invisibili.

Mali minori non mancano. Per dirne tre: gli sventramenti per l’oro fasullo di Furtei; i terreni al cianuro intorno al cavalcavia al chilometro 47 della Carlo Felice; i 50 km di strade Waelz ovvero ricoperte con scarti dei forni Waelz, ottimi per riempire buchi ma contenenti piombo, zinco e arsenico. Il vento del titolo torna più volte anche in forma di speranza; però nel senso di energia eolica nell’Isola ha portato speculazioni più che lavoro.

Naturalmente per molte di queste vicende c’è chi grida che sono allarmismi o mette in guardia a dubitare degli allarmi. Porcedda e Brunetti danno voce al partito del «tranquilli, è tutto sotto controllo» ma mostrano anche i depistaggi, le ricerche parziali e discutibili, i controllati che si fanno i controlli da soli, i campionamenti con metodi e numeri ridicoli, le promesse mai mantenute sui quali gli “ottimisti” si basano. Non nascondono che una certa passività ha aiutato a celare i crimini. A chi si nasconde o esita potrebbe rispondere Luca Melis che a Quirra si è ammalato e ha visto morire suo fratello: «Siamo pastori, non pecore. Anche se a qualcuno farebbe più comodo che lo fossimo. Penso con la mia testa, ragiono su quello che la vita purtroppo mi ha insegnato». E chi dice che l’importante è avere un lavoro a ogni costo forse dovrebbe ascoltare don Gianni Cuboni: «Se uno stipendio deve servire a pagare un funerale il prezzo è troppo alto».

Non è una bella Sardegna quella che compare in questo libro: 112 mila famiglie in stato di povertà; quinto posto per illegalità ambientali (nel libro bianco «Mare monstrum» di Legambiente); un terzo dei sardi fra i 15 e i 65 anni senza lavoro. L’ultimo anno è da incubo: in calo anche il turismo, riprende l’emigrazione. Il futuro è un tubo di gas che spaccherà in due l’isola. E si teme che un’altra fittizia via d’uscita sia cercata in nuove cementificazioni.

«No ti torrat su tempus a nou», il tempo non torna, ricorda nella sua bella prefazione Paolo Fresu. Ma è ancora possibile limitare i danni, dire no a «un progresso scomodo». Prendere esempio dalle tante «storie dei sardi che dicono sì alla vita» che non barattano la salute per lavori mortali.

UNA PICCOLA NOTA

Come già per altri pezzi, questa mia recensione – in una versione ridotta – era da tempo ferma. Capita, per le più disparate ragioni, che alcuni miei articoli (talora concordati) non escano e ovviamente mi dispiace… Ho la soddisfazione (magra?) di poterli recuperare – e ampliare – qui. Quanto alla «sindrome di Quirra» citata, in blog se n’è parlato più volte. (db)


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