«Guerre sante»: un racconto di Nino Martino

Una narrazione sospesa fra le vecchie-nuove guerre e intorno ad altri domani possibili.

Il caffè sta uscendo borbottando. Sono seduto davanti alla mia solita colazione. Nella mia cucina spoglia di oggetti c’è appesa al muro una gabbia e dentro la gabbia c’è un canarino malinois. È straordinario che in questa società che sembra destinata al disastro totale ci sia ancora chi allevi canarini.

Ero andato a prenderlo in un posto sperduto di montagna, all’Alpe Devero. Una volta era un luogo isolato sì, ma di pregiata villeggiatura. Si fermava la macchina prima del pianoro, si saliva a piedi e poi si camminava, si sciava.

L’allevatore di canarini era un giovane barbuto, Ernesto si chiamava.

Ma come fai a vivere quassù — gli avevo chiesto.

E tu come fai a vivere laggiù.

Io son costretto a vivere in città. Perché…

Non mi interessa perché. Io vivo qua, cerco di sopravvivere qua. Quando tutto andrà in malora io spero di cavarmela.

Allevi canarini.

I canarini cantano. E io sono felice del loro canto.

Sono in gabbia.

Tutti siamo in gabbia.

Ma vogliamo uscirne.

Il canarino non vuole uscirne, fuori non sopravviverebbe.

Stai perpetuando una specie che vuole stare in gabbia.

Allora perché tu vuoi comprarne uno?

Perché mi piace il loro canto, mi rasserena al mattino.

Vedi?

Quanto vuoi?

Te lo regalo.

Perché?

Non vivo vendendo canarini. Io sono qui, coltivo quello che mi è necessario. Non c’è rimasto nessuno qui.

Nessuno, proprio nessuno?

Ci sono un paio di vecchi e una ragazza che ha scelto come me di stare lontano da ogni guerra. Anche la specie umana è una specie che vuole stare in gabbia, sai.

Che gabbia?

In gabbia. Ci sono molti modi per stare in gabbia e ci sono molti tipi gabbia. A ciascuno il suo.

Quella ragazza che dicevi è la tua ragazza?

No. Ci vediamo. Ogni tanto. Si è sempre soli all’alba.

E così me lo aveva regalato. Io ero andato fin lassù perché in rete c’era voce che ci fosse un allevamento di canarini, una notizia balorda, tra l’infinità di notizie balorde. Ne avevo subito approfittato.

Nessuno saliva più all’Alpe Devero. Non era abbastanza di lusso illusorio per i ricchi e gli altri dovevano pensare a sopravvivere. Poteva destare curiosità e sospetto uno che saliva all’Alpe, senza motivo.

Invece c’era veramente questo Ernesto, fortunatamente, e il pretesto era diventato perfetto. In realtà avevo piazzato, scendendo, un’antenna speciale per le comunicazioni infrabanda della black network, camuffata da tronchetto d’albero. Un altro tassello di comunicazione era così sistemato. Il posto era ideale per coprire un grande pezzo della pianura padana e per la comunicazione con la base spaziale sulla Luna, quando dall’Alpe si vedeva la Luna. Non c’è molto pulviscolo all’Alpe Devero, non ci sono interferenze per l’infrabanda.

Ora la stanza si rischiara, il sole non è ancora sorto, ma il primo chiarore invade il cielo e il canarino incomincia il suo lungo trillo modulato, gorgheggia, passa a un suono “in gola”, torma a trillare.

L’olovisione è davanti a me ed è spenta.
Se fossi un bravo cittadino dovrei accenderla. In realtà ho collegato un dispositivo che simula l’accensione. Non possono sapere che io ho violato la legge rinunciando a essere informato.

Il caffè ora è pronto e il canarino ha smesso il suo canto. Lo guardo becchettare il suo mix di semi. Mi alzo e dal frigo prendo una foglia di cicoria selvatica e la metto tra le sbarre. Il canarino adora l’erba amara.

Prendo la caffettiera e mi verso il caffè, una grande tazza.

Sulla tazza c’è un motivo particolare in azzurro: un paio di pavoncelle affacciate. È una tazza fatta in Sardegna. Ricaccio i ricordi. Non è il momento di ricordare.

Fuori incomincia ora la luce dell’alba e con la tazza in mano mi avvicino alla finestra. Sono all’ultimo piano del palazzo e vedo i tetti della città e i due grattacieli e la torre delle telecomunicazioni e la cattedrale sull’isolotto in mezzo al fiume.
L’alba oggi è rossa. Un rosso violento. Ci sono poche nuvole e anche loro sono rosse nella luce dell’alba. Bella a vedersi, ma la causa è il forte pulviscolo atmosferico, che dona albe e tramonti magnifici e poetici.
Un altro giorno inizia e non so cosa porterà.

Bach, suite n. 4, sarabande, Casals — pronuncio a voce sommessa.

Guardo la città svegliarsi, le luci delle strade spegnersi fila dopo fila. Qualche finestra rimane illuminata a scacchiera nel mosaico infinito. Comincia il traffico.

Nella stanza risuona il violoncello di Pablo Casals. Amo il suo inno alla vita, il suo vigore, la sua determinazione, il ritmo che riesce a dare.

Pablo Caslas è meno che polvere, assorbito da flusso del tempo, era un grande violoncellista spagnolo del XX secolo.

Ora il canarino trilla più forte, vuole sovrapporsi al canto della sarabanda.

A lato della gabbia incomincia a pulsare una luce blu a mezz’aria.

Collegamento— ordino e appare l’ologramma in mezzo alla stanza.

Rafaela è seduta alla sua scrivania, la testa leggermente piegata sulla spalla nuda, i capelli ricci le coprono una parte del viso. Gli occhi sono nerissimi come i suoi capelli. Occhi che sono franchi, aperti. Il suo sorriso è bianco sul viso scuro.

Che la forza dell’alba sia con te… — sussurra ironicamente. So cosa pensa delle varie sette che in vario modo omaggiano l’alba e lo fa apposta. La pensiamo allo stesso modo, a questo proposito.

Da te dovrebbe essere ancora notte.

Notte avanzata.

Indossa un pareo verde che fa risaltare la sua carnagione scura. Ha sempre avuto una forte presenza, impossibile non notarla, anche tra la folla, anche in un’assemblea affollata.

Cosa ti spinge a cercarmi nella notte?

Non certo il desiderio di te — mi ride in faccia buttando indietro la testa.

Non ne dubitavo.

Chi lo sa. Comunque, da te è l’alba, non ti ho certo svegliato, sarai stato mattiniero come al solito. E poi stai ascoltando Bach, mi sembra di sentirlo in sottofondo.

Una suite per violoncello solo.

Tu sei malato — e ride ancora.

Perché ascolto musica antica?

Non è musica antica, è del XX secolo.

Alcuni la considerano antica.

Sarà il tuo Pablo Caslas, Pau Casals, come una volta mi hai precisato.

Catalano, antifranchista. Anche se questo probabilmente non ti dice niente.

Sì, a volte dici cose senza senso per me. Leggi troppo.

Non leggo troppo.

Il suo volto si rabbuia.

No, non leggi troppo. Lo so. Non si legge mai abbastanza.

Spegni Bach — ordino.

Svanisce la musica e di fronte a me è ormai alba piena e tutte le luci della città e di ogni finestra ormai si sono spente. Il grande fiume che scorre lento in mezzo alla città, tagliandola in due, è avvolto da una leggera nebbiolina dorata lungo il suo corso. Vedo i numerosi ponti.

Bach ora non c’è più, ma il tuo canarino canta al suo posto. Sei proprio balordo. Un canarino! Di questi tempi!

Non sono balordo.

Sospira brevemente:

No che non lo sei.

Scrolla la testa, si ferma, mi fissa. Gli occhi sono spaziati nel suo viso forte.

Ci sono novità importanti dalla nostra base lunare e dalla nostra spedizione su Marte — afferma.

Non ne so ancora niente.

In questa umanità, così spaccata in due, accanto a continue guerre e tentativi di guerre totali, accanto allo sfruttamento delle risorse altrui, alla miseria, alle lotte fratricide, c’è poi la nostra base lunare con ricerche estremamente avanzate e sviluppo di tecnologie, ci sono i primi tentativi di esplorazione spaziale con i nuovi motori. E c’è anche la nostra black network, ramificata, diffusa, con una rete tutta nostra di IA d’altissimo livello.

La comunicazione è arrivata ora. Dovresti andare dove sai. Probabilmente sarà necessario un intervento.

Mi puoi anticipare?— rispondo.

Ti sto avvisando. La situazione è molto complessa. Richiederà tutta la potenza della nostra rete di IA.

Addirittura. Mai successo.

Emergenza — sospira.

Sorrido:

E vengo avvisato dal Brasile.

Un posto vale l’altro. È la rete. Abbiamo trasmesso tutto il materiale alla vostra sede. Sei tu che hai il secondo codice per l’eventuale operazione.

I doppi codici? Una cosa seria, dunque.

Abbastanza.

Vado immediatamente, cara Rafaela. Forse non sei una simulazione, forse sei viva e sei veramente in Brasile.

Ride. Mi piace anche il suo modo di ridere. Curioso come a volte bastino piccole cose per …

Magari un giorno o l’altro ci vedremo di persona, mi hai sempre incuriosito— dice

Anche tu.

Certo, risposta ovvia e banale. Non mi potevi rispondere altrimenti, non sarebbe stato gentile. Chissà se è vero.

Ti sbagli a dubitarne — le sorrido.

Ma sì, oggi è sempre più difficile distinguere il vero dal falso, non è così? Torna al tuo Bach.

Sai che ora non posso. E chissà quando potrò …

Lo ascolteremo insieme e guarderemo dalla tua finestra la grande città, di cui mi hai parlato.

Lo spero.

Non sperarlo, fa che si realizzi — e aggiunge ancora ironicamente — Che la forza del giorno sia con te.

Svanisce l’ologramma e la stanza è vuota. Il malinois trilla lungamente e il suo canto la riempe.

Gli do un’ultima occhiata, bevo l’ultimo caffè, mi vesto rapidamente. Scendo in strada e la strada è larga fra grandi palazzi che nascondono una parte del cielo. Il traffico è rumoroso e l’aria sembra vibrare al suo fluire continuo. Persone vanno al lavoro, portano informazioni che vanno a prendere o a dare o a costruire. Inizia la lotta di tutti i giorni e la vita continua, piena d’incertezze, bombardata da notizie che si accavallano. Difficile distinguere il vero dal falso, mi ha detto Rafaela.

Cerco di evitare le strade larghe, mi infilo in traverse e scorciatoie. Nelle vie strette, tra gli alti palazzi è più difficile inserire gli apparati per le pubblicità olografiche, per il bombardamento mediatico.

Sono costretto a passare per una via più larga e immediatamente una donna nuda si muove accanto a me.

Solo tu conti veramente — mi sussurra sensuale — osa partire dalla tua voglia di scoprire, di vincere, Pherormon Golden non aggiunge niente a quello che sei, ma comunica la tua voglia di vivere, di essere irresistibile. Sii veramente te stesso.
Io non le do attenzione, e la donna vibra, si sfarina, diventa un uomo nudo che cammina accanto a me, abbronzato.

Liberati dai pregiudizi, ormai il mondo può essere tuo, libero, per uomini liberi. Pherormon Golden, comunicherà il tuo fascino, farà capire chi sei veramente.

Poi si sfarina anche lui e appare un altro uomo seduto a una scrivania. Io cammino e l’uomo e la scrivania mi seguono a mezz’aria.

Il Congo si è rifiutato di partecipare all’incontro per lo sfruttamento delle risorse, si sente sicuro dell’appoggio della federazione orientale, il premier ha rilasciato una dichiarazione, a te Josephine.

Appare Josephine, con il vestito che è in realtà un unico tatuaggio, e parla, comincia a fare un resoconto, ma finalmente riesco a ficcarmi in un vicolo laterale e l’ologramma svanisce.

Liberi in un’informazione libera è il mantra. E anche la pubblicità è informazione. Tutto è informazione. L’iperinformazione che cancella la realtà.

Nel mattino avanzante aumenta la folla. Non tutto è in smart working. Residuo di antiche tradizioni? Voglia di contatto fisico al di là della potenza tecnologica?

Molti rifiutano di proposito l’uso di tecnologie avanzate. Dicono che tutto il male del mondo dipende dalle grandi tecnologie. E hanno già perso in partenza, come sempre succede. A loro non importa, si sono scavati la nicchia d’illusione, e questo basta, per fingere di essere vivi e di contare, per fingere di aver capito, di essere contro.

Molti altri vivono invece nelle strade cercando di sbarcare il lunario come possono. Non abito nel quartiere ricco, quello sulla riva destra, dove i palazzi non sono così alti, non sono questi formicai da cui gente continuamente esce o entra. Là i palazzi sono ancora come una volta, con i tetti di ardesia lucida di brina mattutina, puliti, restaurati, curati, con fiori alle finestre, circondati da cancellate con le punte dorate.

Sono quasi arrivato quando un uomo con la felpa che gli copre a metà il viso mi si avvicina.

Dammi tutto quello che hai, amico, se vuoi passare da qua, eh…

In mano ha un coltello a serramanico.

Non fare il cretino.

Cretino a chi?

Fa scattare il coltello. La lama luccica brevemente.

Apro il risvolto del mio cappotto-impermeabile. Mostro la luce lampeggiante blu di appartenenza ai blumen. Se è veramente del quartiere dovrebbe capire.

Un bluman, io non … — bofonchia — devi darmi tutto lo stesso.

Ma sei pazzo? — gli urla un altro di un gruppo di felpe vicine.

L’individuo rimette velocemente il coltello in tasca.

Ho fame, amico — mi dice allora.

Tienitela — dico seccamente e continuo a camminare.

Gli altri lo raggiungono, parlottano. Mi attaccheranno tutti insieme? No, si dileguano velocemente in un altro vicolo. In fondo la nostra rete è riconosciuta come potere alternativo del quartiere.

Questa è la riva sinistra.
È un po’ come se si fosse sempre in guerra. Certo, ormai ci sono guerre dappertutto e la guerra vera, con i suoi bombardamenti, eccidi, razzie, non è arrivata qui, per il momento.

Qui viviamo un altro tipo di guerra, quella quotidiana per vivere, per lavorare, per guadagnarsi la giornata. Sono i media ad alto livello tecnologico che ci immergono in altre guerre, genocidi, scontri armati e scontri verbali.
Oggi l’umanità è davvero schizofrenica, divisa in due mondi completamente diversi ma costretti a convivere. Improvvisamente desidero vedere di persona Rafaela, passeggiare in riva al mare. Stupide romanticherie di un’epoca che non c’è più.

Mi fermo davanti a un portone. Sembra di legno, ma in realtà so che è pesantemente blindato. Non ci sono campanelli, sensori o altro. Ma dietro al legno sbrecciato un sensore mi ha già esplorato e riconosciuto. Una piccola porticina prima invisibile si apre, mi fa entrare e si richiude rapidamente alle mie spalle.

Passo altre tre protezioni, scendendo sempre di più nelle viscere della città, quelle che una volta erano les égouts, i canali delle antiche fognature.

Entro finalmente nella sala piena di schermi olografici che si accendono, si spengono, svaniscono fluttuando. Sono ora nell’altro mio ambiente e Bach e il malinois sono lontani.

Ambra è seduta nella sua solita poltroncina, ha gli occhiali spessi, che le cerchiano gli occhi azzurri. In realtà sono occhiali fatti non solo per la miopia ma soprattutto per la realtà aumentata. Ha il mento piccolo, il naso aquilino e un sorriso radioso.

Ciao. Ci sono novità.

Lo so. Eccomi. Buone novità? Se fossero buone sarebbe veramente una novità, eh…

Infatti. Non sono buone. Comunque la battuta è pessima. Ne fai di migliori.

Il sorriso le si spegne mentre parla, si leva gli occhiali, si strofina gli occhi.

Stanno organizzando una cosa pazzesca. Non hai visto l’olovisione stamattina?

No.

Alza lo sguardo sorpresa.

Come fai a non … è obbligatoria.

Già, il diritto-dovere di ogni bravo cittadino di una felice democrazia.

Mi guarda e poi si mette a ridere.

Hai hackerato l’olovisione, hai usato i nostri protocolli per farlo!

Non dovevo?

Eh, ma così perdi magari delle notizie importanti.

Sono sempre le solite. Stiamo conducendo una grande battaglia per la civiltà e la democrazia. Vuoi che continui?

Continua, mi diverti molto quando ti metti a recitare. Sei troppo forte.

Nel Congo un gruppo di ribelli isolato sta impedendo lo sfruttamento delle miniere di terre rare e il lavoro dei cittadini preposti, portando il proprio popolo alla miseria e alla fame. Le nostre truppe della federazione …

Basta così, imiti anche il tono. Forte.

Dimmi cosa mi sono perso, dammi la notizia.

Ce ne sono due, in realtà. Una riguarda una scoperta su Marte dei nostri scienziati che lavorano sulla base Luna, e l’altra sulla guerra imminente. Quale vuoi per prima? Abbiamo una mezz’ora a disposizione prima di dover intervenire.

Intervenire? sì, me ne ha parlato Rafaela.

Rafaela, eh? Che la forza della rete sia con te… Poi ti dico, quale scegli delle due novità?

Marte.

Sempre romantico, proiettato verso la scienza, l’esplorazione, vero?

Marte — insisto.

Su Marte sono stati trovati innumerevoli depositi di nickel 60. Sono i risultatati dell’esplorazione condotta dalla squadra mandata dalla nostra base attiva sulla Luna.

Non mi sembra una grande notizia, non abbiamo bisogno di nickel, qua sulla terra ce n’è. Magari se ce ne fosse bisogno facciamo una piccola guerra per portare la civiltà e ne prendiamo tutto quello che vogliamo.

Il nickel 60, stabile, si forma come decadimento del cobalto 60.

Incomincio ad allarmarmi.

Ma il cobalto 60…

Sì, è così. Abbiamo scoperto perché Marte è quello che è, il grande deserto di Marte.

Ma…

La cosa ormai è certa, hanno trovato, partendo da quello, diversi indizi di assoluta conferma. Chissà quando, migliaia, decine di migliaia di anni fa, forse centinaia di migliaia, c’è stata una grande guerra nucleare. Abbiamo scoperto il segreto di Marte.

#

Questa è stata dunque la sua fine? Il mio sguardo vaga per la nostra sala, sembra di essere su un’astronave. Luccicano gli ologrammi, cifre scorrono, codici, segnalazioni. La grande rete, la black network, la resilienza a questa società che si sta frantumando, sbriciolando.

L’altra notizia?

Non è una vera e propria notizia. I troll in rete stanno invadendo i media di fake news su un imminente attacco della federazione orientale. Le solite cose. Dobbiamo difendere la civiltà e la democrazia dalla barbarie. Si sono moltiplicati i video fasulli di morti abbandonati nelle strade. Si parla di popolazioni ridotte allo stremo, a fenomeni di cannibalismo. Molte di queste testimonianze sono generate da IA, abbiamo il modo di analizzarle. I video e le immagini seguono algoritmi, sono troppo precisi, non ci sono le irregolarità casuali della realtà. La federazione orientale quindi ci attaccherà a breve, dicono. L’importante è colpire per primi. La nostra è una guerra santa.

Lo dicono anche loro.

Tutti hanno sempre una guerra santa da compiere — dice Ambra.

Guardo i suoi capelli lisci colorati di azzurro.

Oggi sono azzurri.

Sì. Oggi sono azzurri. L’azzurro del cielo, non trovi?

Il cielo non è più azzurro da un po’.

Ma questo era il suo colore.

Non tornerà più azzurro.

Pessimista? Ma ancora non sai il peggio.

Spara.

Hanno allertato la rete missilistica nucleare. Abbiamo le informazioni dirette dalla nostra base sulla Luna.

#

La nostra base lunare. L’umanità spaccata in due, la colonizzazione della Luna e gli avamposti su Marte. L’indipendenza. E da lassù si controlla in ogni istante e con tutta la tecnologia sviluppata quello che succede sulla madre Terra. Per il sogno di una Terra diversa. E sulla Terra c’è la crescita della black network, la resilienza. Le federazioni non immaginano nemmeno il grado del nostro sviluppo.

Forse è giunta l’ora di attivare la nostra rete di super IA— dico io.

Con tutti i rischi che comporta.

Non so. Forse non è ancora il momento. Possibile che si sia arrivati a questo punto?

Si accende improvvisamente un ologramma rosso in mezzo alla stanza. Un fuoco vivo e turbinante. Il segnale d’emergenza. Poi appare Rafaela, improvvisamente, con il volto serio.

È stato lanciato un missile nucleare. Che gli storni volino.

Doppio codice:

Che gli storni volino — dico anch’io.

Nella sala si accende una marea di luci scintillanti. Flussi di elettroni si propagano in rete. Le nostre IA si collegano a catena, si attivano. Da tempo ormai ci stavamo preparando a queste evenienze.

Interviene ancora Rafaela, il viso livido e tirato.

La rete IA ha analizzato il lancio e dalla Luna confermano. Non è possibile siano arrivati a tanto.

Sospende un attimo, ha un singulto e poi riprende decisa:

Che ci crediate o no il missile è partito dal mare aperto, da un sottomarino della vostra federazione ed è diretto su…

Sulla federazione orientale — dico io.

No. Su Parigi. Vogliono colpire Parigi, l’obiettivo è vicino a Parigi, nella campagna, ma ci saranno comunque morti e feriti. In questo momento la rete ha elaborato le informazioni comparando le fake news dei troll che si sono immediatamente attivati. Vogliono addossare la colpa agli altri mobilitando l’opinione pubblica, per sferrare l’attacco. Se ci riescono è la fine. Viviamo in un mondo folle.

Tutta la nostra rete si è attivata. Virus latenti si attivano dappertutto, abbiamo lanciato un Grande Attacco Informatico. C’è una remota possibilità, non eravamo ancora del tutto pronti. Ma forse riusciremo a prendere il controllo del missile. È un missile supertecnologico, guidato da una IA militare, ma a volte la supertecnologia presenta dei punti deboli, è esposta a …

In un grande schermo olografico in mezzo alla sala c’è la grande mappa. Io e Ambra e in rete Rafaela vediamo luci blu accendersi una dopo l’altra.

La Grande Operazione che speravamo di non dover mai fare. Perché scopre le nostre carte forse troppo presto. Il nostro obiettivo era neutralizzare completamente l’apparato militare di entrambe le federazioni, basato ormai, da ambo le parti, su IA militari. Ora siamo costretti a intervenire troppo presto. Ci sarà inevitabilmente una reazione, ci saranno conseguenze.

Ambra lancia improvvisamente un grido.

Hanno perso il controllo, il missile è caduto in mare! Ci siamo riusciti!

E lo stesso grido è raccolto da Rafaela e chissà in quanti altri posti, e fra 1,3 secondi lo saprà anche la Luna.

Le luci blu si moltiplicano, ognuna è una IA attivata che prende il comando, neutralizza dispositivi, aggira firewall dichiarati impenetrabili. Ci siamo impadroniti temporaneamente del missile, l’abbiamo fatto cadere. Una missione che era pensata impossibile, semplicemente ridicola. Bisogna impedire ogni attacco e contrattacco.

Intanto in rete viene mandato un messaggio. Siamo noi che ci prendiamo la responsabilità, per evitare ritorsioni da una parte o dall’altra, ma rimanendo ancora nell’ombra.

L’ologramma è una marea montante di lucciole blu. La Grande Guerra è fallita sul nascere. Per il momento.

Ci siamo riusciti— dico ancora incredulo.

L’ologramma di Rafaela ci sorride e poi scuote la testa.

Adesso incomincerà la parte difficile. Le nostre IA sono ormai allo scoperto, si sono strette in rete e hanno impedito il movente per la Grande Guerra. Ma ora, miei cari…

Tocca a noi. — dico io.

Questa è la parte difficile, dall’esito incerto. La storia è piena di fallimenti. Ma tentare è sempre un dovere morale.

Guardo Rafaela scuotere la testa, assentire a se stessa.

Sarà necessario venirti a trovare — dice rivolgendosi a me e sento Ambra ridacchiare alle mie spalle.

Nella vecchia Europa, dove molte cose hanno sempre tentato di nascere, di cominciare senza mai riuscirci — dico io.

No. Finora no.

Ti porterò, finché sarà possibile, all’Alpe Devero, lontano dalla grande città, lontano da Parigi. Ti farò conoscere un giovane a suo modo un po’ folle che alleva canarini e gode della natura solitaria.

Mi piace l’idea di vedere quel posto, me ne hai parlato spesso. Magari regalerà un canarino anche a me.

Prego, continuate pure, è bello sentirvi parlare e fare progetti, eh… — interviene Ambra.

Lo so, Ambra — sospiro — a volte cercare serenità e momenti di bellezza sembra sia un delitto, è qualche cosa che provoca un senso di colpa.

Sai, io penso che sia giusto così, — dice Rafaela — è giusto sognare e nello stesso tempo provare un senso di colpa per la libertà di sognare che ci si è presa. Questo mi spinge avanti, ci spinge.

Allora è deciso, mi vieni a trovare — dico io.

Sei sicuro di volermi conoscere? Che ne sai di chi sono io veramente? È facile in rete costruirsi un’immagine.

Appunto. Scopriamo le carte.

Ho sempre voluto vedere Parigi. Ora ne ho il pretesto.

Pretesto? Io sarei un pretesto?

Il pretesto è tutto il casino che succederà, ora. In fondo è sempre stato così, mescolare sogni, lotte, sconfitte, amori…

E l’Alpe Devero, una passeggiata nel pianoro, in un intermezzo di lotta?

Questo lo do per scontato. Chissà come andrà a finire quest’umanità. Tutto è sempre in bilico, basta un niente e …

Intanto però, per il momento, non faremo la fine di Marte.

Rafaela mi guarda sorridendo, nella mia stanza c’è un canarino malinois. L’Alpe Devero è un posto stupendo che nessuno più conosce. Lassù al Devero un giovane un po’ folle alleva canarini, coltiva piante, guarda il sole sorgere fra le cime. I media impazziscono: hanno lanciato un missile contro Parigi no il missile è caduto in mare chi ha lanciato il missile tutti si rimpallano le possibilità e sotterraneamente dispacci d’intelligence dicono la possibile scomoda verità ad ambo le parti. È intervenuto qualcun altro.

Sì, sono sicuro che nella stanza deserta il canarino sta cantando. Forse veramente non faremo la fine di Marte.

UNA BREVE NOTA DELLA “BOTTEGA”

Questo racconto si collega a «La stretta di mano del Führer» di Diego Rossi e altre narrazioni (dei sabati precedenti) che usano la fantascienza come grimalello per scardinare il futuro prossimo, così vicino al nostro presente ma, a volte, indecifrabile. Racconti contro le vecchie-nuove guerre e intorno ad altri domani possibili. Grazie a chi parteciperà … o anche solo leggerà. Le parole sono davvero poco nei momenti più drammatici eppure ogni volta riscopriamo che possono servire: nell’agire dell’oggi e nell’immaginare futuri.

 

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

2 commenti

  • Parlare di Nino, del suo modo di scrivere necessiterebbe di ore e ore. Mi permetto solo una piccolissima citazione da uno dei romanzi che mi è più caro “Goodbye Majorana”
    «Riempio questi fogli di simboli “strani”, ma scrivo anche le vostre storie.»
    «Tu hai detto che cerchi di scrivere il mondo.» «Questo ho detto?»
    «Che i tuoi segni cercano di scrivere il mondo, ma tu quando scrivi le storie non li usi.»
    «È diverso.»
    «Come può essere diverso? Sempre scrivere è.»
    «È diverso. È più facile scrivere storie che non scrivere il mondo.»
    «E tu me lo spieghi? Se tu mi spieghi magari capisco.»
    «Tu vuoi capire il mondo?»
    «Non è giusto capire?»
    «Per essere giusto è giusto…»
    «Allora spiegamelo.»
    «Ti ho già detto che è difficile.»
    «Ma se non ci provi come fai a sapere che non capirò quello che dici?»…
    Grazie mille Nino.

  • Pingback: Racconti contro le vecchie-nuove guerre e intorno ad altri domani possibili. – Ideeinformazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *