Harriet Tubman che inventò «la ferrovia sotterranea» contro…

… contro la schiavitù negli Usa.

di db

Il meglio (FORSE) del blog-bottega /322…. andando a ritroso nel tempo (*)

Ha preso meritatamente l’Oscar «12 anni schiavo» di Steve McQueen e per un po’ se ne parlerà. Una vicenda vera quella di Solomon Northup e purtroppo sola una fra le tante. Chissà quante/i faranno caso ai titoli di coda del film di Steve McQueen dove si cita la «ferrovia sotterranea». Una storia da noi sconosciuta e che vale raccontare oggi, visto che il 10 marzo è l’anniversario della morte della “generalessa” Harriet Tubman, da noi sconosciuta. Lo farò saccheggiando (ma doverosamente citando) un bell’articolo di Francesca Amè pubblicato sul settimanale «Diario» – ahinoi, estinto – del 2 luglio 2004.

«La chiamavano il generale. Del resto Harriet Tubman imparò subito a prendere la vita per il bavero. Doveva far fronte ad alcune non piccole sfortune, come quella di nascere nel Maryland, donna, nera e schiava nei primi mesi del 1820. Ma il generale si è affrancata, ha vissuta libera e ha salvato tanti suoi connazionali dalla schiavitù» così inizia l’articolo.

Il vero nome della Tubman era Araminta Ross. Schiava nei campi di cotone del Maryland. «A 9 anni – racconta Francesca Amè – il fatto che segnerà per sempre la sua vita». Il padrone del campo alza le mani su uno schiavo che sbatte su una trave, la quale cade su Araminta, lasciandole una lieve disabilità. Nel 1844 sposa John Tubman, nero ma… uomo libero. Secondo la leggenda una notte d’estate del 1849 fugge dalla piantagione seguendo la Stella Polare. Come fu, arriva a Filadelfia. Un anno dopo torna in Mayland per far scappare una sorella. «Nel viaggio successivo organizza la fuga di un fratello. Poi si reca dal marito ma aprendo la porta scopre di essere stata rimpiazzata senza troppe remore. Testimoni dicono che senza versare una lacrima sfruttò l’occasione per portare al Nord i due neri che abitavano vicino» riassume Francesca Amé: «Sono 19 i viaggi che in 10 anni l’irrefrenabile Harriet compie tra Filadelfia e il Maryland. Qualcuno comincia a chiamarla Mosè». E si inizia a parlare di una misteriosa «ferrovia sotterranea» per far fuggire gli schiavi.

Nei suoi viaggi “la generalessa” porta un fucile al collo e sonniferi per evitare che i bimbi piangano nel momento meno opportuno. «Non si tira indietro nemmeno durante la Guerra civile» (quella che da noi si continua a chiamare “di secessione”) e «salva 700 blacks dai campi di cotone».

Poi la guerra finisce e in teoria i neri sono liberi. Teoricamente perché in pratica arrivano gli inganni, il Ku Klux Klan, l’esclusione dal voto, l’apartheid sotto forma della legislazione (locale ma tollerata dal 1876 al 1965) detta «Jim Crow» che imponeva ovunque la segregazione razziale e negava agli afroamericani (e ad altre minoranze) ogni diritto. Ma questa è una storia che si racconterà in dettaglio un’altra volta. Intanto chi ha una buona biblioteca vicino a casa recuperi il romanzo (ma fedelissimo ai fatti storici) del 1944 «La via della libertà» di Howard Fast che racconta dell’ex schiavo Gideon Jackson, autodidatta, eletto deputato, legislatore e ucciso dal Kkk. A far paura ai razzisti (ma anche a chi nel Nord li tollerava) fu soprattutto l’alleanza, dopo la guerra civile, fra neri e bianchi poveri. Incendi e stragi distrussero quell’alleanza, poi gli storici ne cancellarono persino il ricordo. Cent’anni dopo la fine della guerra che “liberò” gli schiavi, dal romanzo di Howard Fast fu tratta una serie televisiva (mai passata in Italia) e un film-tv di Jan Kadar con Muhammad Alì e Kris Kristofferson.

Come finì Harriet, la generalessa, «il Mosè nero»? Si mantenne come domestica, tornò in piazza con le suffragette per il voto alle donne. Chiese una pensione ma ottenne solo un piccolo contributo. Morì nel 1913, quasi dimenticata. Oggi invece Harriet Tubman è, almeno negli Usa, ovunque: su due francobolli, mentre «1200 libri in inglese raccontano la sua vita» per le scuole (lo ricorda sempre Francesca Amè) anche se soprattutto in forma di favola. Sono uscite di recente tre biografie (di Jean Humez, di Kate Clifford Larson e di Catherine Clinton) ma nessuna tradotta in italiano. Nella Carolina del Sud c’è una casa-museo a lei dedicata.

Adesso in apparenza tutto è cambiato. Obama è presidente mentre il cinema che nel 1915 con «La nascita di una nazione» di “padre” David Wark Griffith esaltava il Ku Klux Klan oggi premia «12 anni schiavo» con l’Oscar. Il 24 febbraio 2007 la Virginia vota la risoluzione 728: «con profondo rammarico (riconosciamo) la servitù involontaria degli africani e lo sfruttamento dei nativi americani, e chiediamo la riconciliazione con tutti gli abitanti della Virginia». E poi, il 30 luglio 2008, la Camera presenta in modo ufficiale «le scuse» per la schiavitù e per le successive discriminazioni razziali consentite dalle leggi.

Però negli Usa percentualmente la maggior parte dei detenuti resta afro-americana. E forse ricordate il nome di Trayvon Martin, ragazzo ucciso in Florida, il 26 febbraio 2012 da una guardia (bianca) armata perché correva, aveva una felpa ed era nero. Il suo assassino George Zimmerman assolto, ha agito per «legittima difesa». Ma davvero la «ferrovia sotterranea» non serve più? Davvero le leggi contro Jim “corvo” sono state abolite?

In “bottega” vedi anche Prima donna nera su una banconota: Harriet Tubman… (di Alessandro Ghebreigziabiher)

COLONNA SONORA CONSIGLIATA:

Wynton Marsalis – Harriet Tubman – YouTube

(*) IL NOSTRO “MEGLIO”

Anche quest’agosto la “bottega” recupera – nel pieno dell’estate – alcuni vecchi articoli che a rileggerli, anni dopo, ci sembrano interessanti. Il motivo? Un po’ perché 22 mila articoli (appena superati) sono taaaaaaaaaaanti e si rischia di perdere la memoria dei più vecchi. E un po’ perché d’estate qualche collaborazione si liquefà: viva&viva il diritto alle vacanze che dovrebbe essere per tutte/i. Vecchi post dunque; recuperati con l’unico criterio di partire dalla coda (ma un po’ alla volta siamo arrivati al 2014) valutando quali possono essere più attuali o spiazzanti. Il “meglio” è sempre soggettivo ma l’idea è soprattutto ritrovare semi, ponti, ornitorinchi (cioè stranezze eppur vere), pensieri perduti; ove possibile accompagnati dalla bella scrittura, dall’inchiesta ben fatta, dalla riflessione intelligente. Con le firme più varie, con stili assai differenti e con quel misto di serietà e ironia, di rabbia e speranza che – lo speriamo – caratterizza il nostro blog-bottega. Al solito con l’inizio di settembre terminiamo questo (forse) “meglio”. Per rivederci presumibilmente la prossima estate. O magari a dicembre per farvi in/soliti regali riciclati. [db]

 

 

redaz
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

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