Honduras: le responsabilità di Hillary Clinton nell’assassinio di Berta Cáceres…

e nel colpo di stato del 28 giugno 2009

di David Lifodi

La pubblicazione di e-mail segrete da parte di Hillary Clinton nel suo libro Decisioni difficili, andato in stampa lo scorso anno, oltre a dimostrare la poca lungimiranza dell’ex segretaria di Stato Usa, testimoniano ciò che in molti sospettavano, a partire dalla leader ambientalista Berta Cáceres, e cioè che la candidata alle prossime presidenziali Usa per i democratici ha svolto un ruolo di primo piano nel colpo di stato di fine giugno 2009 in Honduras, quando il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya fu deposto dall’incarico.

Quel 28 giugno 2009, quando Clinton, con l’assenso di Obama, aiutò le forze reazionarie honduregne nel colpo di stato che avrebbe portato a Tegucigalpa una delle peggiori dittature del Centroamerica di questi ultimi anni (da Roberto Micheletti a Porfirio Lobo, fino all’attuale presidente Juan Orlando Hernández), Berta Cáceres denunciò immediatamente le ingerenze Usa. Non bastò nemmeno la presa di distanza di alcuni congressisti democratici, che chiesero a Obama e Clinton di denunciare la destituzione di Zelaya come un vero e proprio colpo di stato, per fermare il golpe in corso. Si capisce, quindi, come mai sui media Usa la notizia dell’assassinio di Berta Cáceres, avvenuto in primavera, sia passato quasi del tutto sotto silenzio. Indagare sull’omicidio dell’attivista ambientalista avrebbe significato ammettere le responsabilità della Casa Bianca e il sostegno di Washington all’impresentabile oligarchia honduregna che tiene sotto scacco il paese centroamericano. Nel suo libro, non solo Hillary Clinton fa capire che non era assolutamente intenzionata ad adoperarsi per restaurare la democrazia in Honduras, ma il reportage del giornalista Lee Fang su The Intercept, censurato quasi unanimemente su tutti i principali mezzi di informazione Usa, rivela che l’ex segretaria di Stato aveva utilizzato il suo amico Lanny Davis in qualità di sherpa per aprire dei canali diplomatici con Roberto Micheletti, il primo presidente golpista condotto al potere dai militari. Inoltre, tutto ciò spiega come mai il dipartimento di Stato a stelle e strisce bloccò una risoluzione adottata dalla pur controversa Organizzazione degli Stati Americani (Osa), che denunciava come fraudolente le elezioni da cui uscì come vincitore l’altro caudillo filo-Usa Porfirio Lobo. Dal New York Times al Washington Post, passando per la Cnn e la National Public Radio, il golpe e la successiva repressione contro movimenti sociali, ambientalisti ed esponenti dei partiti di sinistra non hanno mai meritato più di qualche breve trafiletto e se ne capisce anche il motivo. Tuttavia, le manovre per silenziare quanto sta accadendo in Honduras non sono riuscite e zittire le voci che denunciano le responsabilità degli Stati Uniti e la strategia della Casa Bianca affinché a Tegucigalpa si mantenga in sella una vera e propria dittatura. Attualmente, lo stato honduregno ha negato alla Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) di indagare sull’omicidio di Berta Cáceres. Solo per fare un esempio, la Cidh, che è un organismo dell’Organizzazione degli Stati Americani, si è mossa per condurre un’indagine indipendente sui 43 normalistas messicani di Ayotzinapa uccisi dallo Stato messicano. Di fronte ai banchi delle Nazioni Unite, a New YorK, Bertha Zuñiga Cáceres, una delle figlie di Berta Cáceres, ha pronunciato un vero e proprio atto d’accusa contro gli effetti devastanti del colpo di stato, da cui sono derivati l’aumento della costruzione delle dighe e dell’estrazione mineraria illegale a scapito delle comunità indigene e la rapina dei beni comuni compiuta dalle multinazionali con l’appoggio degli Stati Uniti. Quello che sembrava un colpo di stato di nessuna rilevanza mediatica, nonostante la quasi quotidiana dose di minacce, intimidazioni e assassinii contro campesinos, indigeni, ambientalisti e attivisti di sinistra, è entrato anche nelle primarie democratiche per la Casa Bianca quando il socialista Bernie Sanders, che fino all’ultimo ha cercato di sbarrare la strada a Hillary Clinton, ha accusato quest’ultima di aver svolto un ruolo di primo piano nel colpo di stato del 2009. La stessa Berta Cáceres, nel corso del programma televisivo argentino Resumen Latinoaméricano, aveva denunciato le pesanti responsabilità della futura candidata alla Casa Bianca nel golpe. Non solo la Clinton invitò i paesi latinoamericani a non prendere le distanze dall’allora presidente Porfirio Lobo, ma addirittura sostenne che l’Honduras “aveva realizzato passi importanti che meritano il ristabilimento delle relazioni con gli altri paesi del continente”. Sulle accuse rivolte alla Clinton di aver instaurato un vero e proprio regime di contrainsurgencia al solo scopo di favorire le imprese transnazionali, come aveva ripetuto più volte Berta Cáceres, l’allora segretaria di Stato ha sempre fatto orecchie da mercante. Un altro reportage, curato da nel settembre 2015 per il The Center for Economic and Policy Research, Hillary Clinton’s Emails and the Honduras Coup, è entrato di diritto nella poco invidiabile classifica delle 25 notizie più censurate della stagione 2015-2016. Main evidenzia come la Clinton seguì una politica apertamente contraddittoria: ufficialmente garantiva il suo impegno per ristabilire la democrazia, ma, sotto copertura, lavorava affinché Zelaya non tornasse più alla guida del paese e, proprio in quest’ottica, scelse l’allora presidente del Costarica Oscar Arias in qualità di mediatore della crisi, in pratica uno dei più fedeli e incondizionati alleati di Washington. E così, mentre Zelaya rimaneva confinato in Costarica costretto ad estenuanti quanto improbabili negoziati per il suo ritorno, Clinton stringeva accordi con il destrissimo Álvaro Uribe, allora presidente della Colombia, per bypassare l’Organizzazione degli Stati Americani e mantenere il sanguinario Micheletti alla guida del paese. In questa situazione, lo pseudo mediatore Arias ebbe gioco facile nell’imporre un accordo farsa tra il governo golpista e Manuel Zelaya, al quale fu concesso di far ritorno al suo paese solo nelle ultime settimane di una campagna elettorale che, al termine di elezioni tutt’altro che libere e democratiche, incoronò Porfirio Lobo.

Il fatto che Hillary Clinton possa sedere di qui a pochi mesi alla Casa Bianca è assai preoccupante e può rappresentare un pericoloso fattore di destabilizzazione per il continente latinoamericano, nonostante la sua definizione di “democratica”.

David Lifodi
Sono nato a Siena e la mia vera occupazione è presso l'Università di Siena. Nel mio lavoro "ufficioso" collaboro con il sito internet www.peacelink.it, con il blog La Bottega del Barbieri e ogni tanto pubblico articoli su altri siti e riviste riguardo a diritti umani, sindacalismo, politica e storia dell’America latina, questione indigena e agraria, ecologia.

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