I desaparecidos del rugby argentino e…

… la forza della memoria

di Gianni Hochkofler

“Ni Perdón ni Olvido” ha risuonato anche quest’anno a Buenos Aires nell’imponente corteo del 24 marzo – Día Nacional de la Memoria por la Verdad y la Justicia – a 43 anni dal golpe del 1976. Nella sfilata, con i suoi slogan ritmati, cantati e suonati e la più forte presenza di giovani degli ultimi anni, sono “comparsi” gli assassinati e i desaparecidos del rugby portati sulle braccia e sul corpo dall’associazione che organizza il torneo in loro omaggio.

Lo striscione annuncia la IV edizione del torneo che si terrà il 9 e 10  novembre 2019 a  Bariloche. Sulle magliette è stampata l’immagine di Ricardo Dakuyaku, forte  mediano di mischia  del San Luis di La Plata, nella classica maglia rossoblù.

La storia di Ricardo

Ricardo Dakuyaku, di origine giapponese, fu sequestrato a 23 anni a casa sua il 6  dicembre 1977, davanti agli occhi di tutta  famiglia: è diventato quest’anno il simbolo di tutti i 151.

Troppo piccolo e smilzo per il rugby, gli dicevano i suoi primi allenatori quando cominciò a 12 anni e gli consigliavano di dedicarsi a un altro sport, il ping-pong per esempio. Ma Daku, come lo chiamavano i compagni,attratto dal rugby, si applicò per migliorare fisicamente e tecnicamente. Rapido negli spostamenti e dotato di una grande visione di gioco, trovò naturalmente il suo ruolo come mediano di mischia. Si mise in evidenza durante la tournée in Europa della sua squadra nel 1975 e al ritorno fu promosso titolare. Fu determinante nella promozione del San Luis in prima divisione lo stesso anno. Nel classico derby contro il La Plata Rugby Club dell’anno seguente, condusse da maestro il gioco della sua squadra e salvò una meta placcando inesorabilmente gli 80 chili dell’ala Carlone Scarpinelli.

La mamma Yoshi Kaneshiro – vedova di un soldato scomparso nella seconda guerra mondiale il cui corpo non fu mai trovato – emigrò in Argentina, dove si sposò  con Chokei Dakuyaku anche lui originario dell’isola di Okinawa, come il 70% degli emigrati giapponesi in Argentina, dopo la seconda guerra mondiale. L’isola, più vicina a Taiwan e alla Cina che al resto del Giappone, fu colpita duramente dalla guerra e ancor oggi è occupata dagli Usa con numerose basi a cui la popolazione si oppose sin dal 1945 anche in seguito a numerosi casi di stupri, omicidi, incidenti gravi che si ripetono fino ai nostri giorni. I colpevoli, giudicati negli USA e condannati a lievi pene, a volte tornano in servizio a Okinawa dove ricommettono gli stessi reati. In una minuziosa indagine, dal 1945 al 1972, furono documentati 221 casi di stupro che hanno coinvolto 238 donne e 546 militari; negli anni successivi, dal 1973 al 2008, le denunce per stupro sono state 125. Non ho trovato dati più recenti, ma sicuramente il tragico fenomeno continua.

La nuova famiglia si accrebbe con Ricardo nel 1954, Elena nel 1956 e Marcel nel 1967.

Nel dicembre del 1977, Ricardo fu sequestrato dai militari. Fu visto per l’ultima volta nel Battaglione 601 di City Bell. La sorella Elena ricorda: “Mia mamma aveva un gran rispetto per l’Autorità. Suppongo che sarà per educazione, credo sia qualcosa di comune per i giapponesi.”  Dopo la scomparsa di Ricardo, questo rispetto portò Yoshi a restare più inattiva che altri famigliari. Quando all’Ambasciata le dissero che non potevano occuparsene disse “bene, sarà così”, riferisce  Elena. Yoshi tenne per sè il dolore per la perdita di suo figlio finché  una volta Elena la portò in  Plaza de Mayo, a una ronda delle Madri. “Si indignò moltissimo  perché pensava che volevamo assaltare la Casa Rosada per uccidere Videla” conferma sua figlia Elena, che oggi ancora continua a cercare la verità su suo fratello.

(Rielaborato da Victoria Ginzberg Yoshi, Ricardo y Elena. https://www.pagina12.com.ar/1998/98-12/98-12-03/pag04.htm)

Nel 1978 la comunità giapponese in Argentina era di 30.618 persone, delle quali 15.492 erano nate in Giappone (50,6% provenienti da Okinawa.)

14 casi di detenidos-desaparecidos, 2 resti identificati e consegnati alle famiglie, più un assassinato dalla Tripla A nel 1975.

17 giovani vite, una percentuale molto alta per una collettività così poco numerosa.

(Rielaborato da Victoria Ginzberg  PIDEN POR LOS DESAPARECIDOS DE ORIGEN JAPONES Los nikkei que ya no están  https://www.pagina12.com.ar/1998/98-12/98-12-03/pag04.htm)

In due occasioni Elena Dakuyaku fu chiamata a testimoniare in tribunale. Nella prima – a La Plata, il 27 settembre del 2000 – racconta che fece tutte le denunce che si potevano fare in quel momento, in cui arrivò la Commissione interamericana dei diritti umani andando per caserme e commissariati. Andò alla Brigada de Investigaciones e fu sorpresa dal fatto che le auto parcheggiate davanti erano tutte senza targa, come quelle che  aveva visto davanti a casa sua il giorno del sequestro. Il 6 dicembre – l’8 dicembre era il giorno della Vergine – era andata alla caserma del Reggimento 7 di Fanteria a chiedere, aspettando per molto tempo inutilmente. All’uscita, camminando in direzione di Piazza Moreno vede i militari che venivano da una cerimonia religiosa e non riesce a capire come questa gente che aveva appena pregato la Vergine avesse portato via suo fratello. No, non capiva, non c’era una relazione tra avere inclinazioni così alte e il non rispettare la vita….(http://www.desaparecidos.org/nuncamas/web/testimon/dakuyaku_elena.htm)

Nella seconda occasione – a La Plata, 8  maggio 2014 – Elena ricordò che suo fratello giocava a rugby, studiava architettura, lavorava in uno studio di architettura e militava nel Partito Comunista Marxista Leninista.

Santiago Sánchez Viamonte, che Ricardo conosceva nella facoltà e che era suo compagno di militanza, fu sequestrato a Mar del Plata e quindi, per ragioni di sicurezza,  Ricardo tornò a a dormire nella casa dei genitori. All’alba del 6 dicembre 1977 delle persone in divisa, armate, irruppero nella casa, in cui si trovavano anche il padre, la madre e il fratello Marcelo di 10 anni. Chiusero tutti in una stanza da letto e portarono via  Ricardo. Fu l’ultima volta che sua sorella lo vide. Secondo i vicini lo caricarono su di un auto e c’era già una ragazza distesa sul pavimento di un’altra auto.

Ingenuamente fecero la denuncia il giorno dopo al Commissariato 2 de La Plata. In seguito si rivolsero al Reggimento 7 per avere informazioni. Nel corso degli anni Elena si rivolse a tribunali, all’ambasciata del Giappone, al Ministerio del Interior de la Nación e lasciò anche una foto di suo fratello al sacerdote della Unidad 9, perché qualcuno le aveva detto che poteva trovarsi li.

Dopo una settimana un gruppo di uomini si presentò a casa sua e si diresse direttamente  a una delle macchine delle tintoria familiare da cui si portarono via un ciclostile, volantini e libri. Non tornarono mai più. Poi le arrivarono varie voci: che Ricardo era morto di meningite nel 1978 o che si trovava in un luogo in cui lo stavano “riabilitando” e poteva suonare la chitarra.

Sua madre pensava che Ricardo sarebbe tornato e lo aspettava sempre, Spiegò che i suoi genitori erano giapponesi e possedevano il senso dell’Autorità, per questo non osavano reclamare. Elena invece si occupò sempre della ricerca di suo fratello. E ora  sente il bisogno di smettere di nascondere il dolore e di raccontare quello che le capitò. Considera che quello che gli fecero é brutale e non trova niente che giustifichi il fatto di non averlo lasciato vivere e di averle rubato una vita con suo fratello.(http://juicioporlacacha.blogspot.com/2014/05/22-audiencia.html)

La prima deposizione faceva parte delle sedute di denuncia di scomparsa davanti all’autorità giudiziaria ed Elena era molto depressa, tanto che a lungo dovette ricorrere alla psicoterapia. La seconda era in tribunale di fronte ai militari assassinii de La Cacha, il principale centro del terrore a La Plata.Dal 2006 i processi e le condanne per “Lesa Umanità” si sono ripetute in Argentina con la presenza nei tribunali dei testimoni a carico che poterono, con le loro dichiarazioni in faccia ai carnefici, dare sfogo al dolore.

La città de La Plata è stata particolarmente colpita, soprattutto fra i giovani. Il 30% degli scomparsi sono operai, studenti, insegnanti e docenti. I giovani furono un obiettivo prioritario della repressione perché erano considerati un settore pericoloso e sovversivo.

Il sistema educativo fu colpito da misure che andarono dai licenziamenti al sequestro di docenti, di personale non docente e di alunni.

Lo spazio della Memoria nella facoltà di Architettura

In forma di spirale, inizia in alto con i nomi di coloro che furono assassinati dalla Triple A, gli unici ad avere una data della morte. Scendendo una linea li separa da quelli scomparsi che sono evocati solo dal nome e cognome. Nel centro della spirale nasce un albero, un tiglio. La spirale é di circa 10 metri di diametro, cominciando dal livello del suolo e termina a 1,80 metri in basso. Il percorso della spirale è in ceramica color mattone, intervallato da strisce di granito nero, su cui sono incisi i nomi degli studenti scomparsi. Sul fondo è stato piantato un albero, un tiglio, segno dell’identità  platense e simbolo della vita e del rinascere.

(http://www.aletheia.fahce.unlp.edu.ar/numeros/numero-4/articulos/memoriales-en-la-unlp.-analisis-de-diversos-casos-de-representacion-del-pasado-reciente-en-distintas-unidades-academicas)

 

Il nome di Ricardo inciso su un gradone della spirale e la sua foto esposta nello spazio verde accanto alla spirale durante un giorno della Memoria.

 

(Disegno dell’architetto Roberto Salvati in http://www.cafedelasciudades.com.ar/arquitectura_politica_146.html)

Questo spazio per la Memoria è anche luogo di socializzazione, dove gli studenti si siedono, conversano, realizzano assemblee e, a sua volta, il percorso a spirale può  invitare a seguirlo, quasi come un gioco.

Elena in occasione  della cerimonia di consegna dei fascicoli di tutti gli assassinati e scomparsi del personale docente e non docente e degli studenti della facoltà di Architettura dell’Università de La Plata.

La cerimonia di consegna dei fascicoli ricostituiti degli studenti, docenti, laureati e non docenti, detenuti, scomparsi e assassinati dal terrorismo di Stato – che appartennero alla Facoltà di Architettura e Urbanismo dell’Università Nazionale di La Plata – si è svolta il 3 settembre 2018 nell’Auditorium della Facoltà. Il rettore Fernando Tauber, il preside di architettura Fernando Gandolfi e la segretaria per i Diritti Umani Verónica Cruz introdussero la cerimonia. Erano presenti familiari delle víttime, Madres e Abuelas de Plaza de Mayo. Cruz sostenne che si tratta di una riparazione storica e che la ricostruzione é il prodotto del lavoro di ricercatori dell’Università che ci permettono di produrre conoscenza sul passato recente. Da parte sua Gandolfi affermò che “i documenti burocratici riportano alla luce la vita e la carriera troncate dal terrorismo di Stato”.

Nel 2015 la UNLP ha stabilito di iscrivere la condizione di detenuto-scomparso o assassinato nei fascicoli personali registrandovi i reali motivi che hanno determinato l’interruzione dell’operato di lavoro o di studio di tutti coloro che furono vittime dell’ultima dittatura civil-militare. Questa iniziativa fa parte dell’impegno della UNLP per adempiere all’imperativo di Memoria, Verità, Giustizia e Riparazione delle violazioni dei Diritti Umani.

I disegni che seguono sono il lavoro militante di Dibujos Urgentes, un’equipe formata dalle artiste  Eugenia Bekeris e Paula Doberti, che cominciò nel 2010 a registrare i Giudizi di Lesa Humanidad, in seguito alla proibizione, ancora vigente, del Tribunal Oral y Federal N° 5 dell’utilizzazione delle macchine fotografiche e delle telecamere.

Di seguito le registrazioni nel processo contro i responsabili del centro di detenzione segreto della Cacha a La Plata

Questa la testimonianza di Elena Dakuyaku, registrata da Eugenia Bekeris. La trascrizione mostra quanto Elena sia ancora in preda al suo dolore.

Mi renda mio fratello, attraverso la verità, ve lo chiedo morto, vi chiedo le ossa. Vi chiedo i resti di mio fratello. Voglio recuperare la felicità dei miei genitori, voglio mio fratello come se lo portarono via. Mia madre si è lasciata morire. Lo voglio vivo, aveva solo 23 anni. Si portarono via i migliori in modo illegale. Mio fratello è una persona figlio di emigranti. Entrò a casa mia la polizia con armi lunghe. Come potevano essere tanto ipocriti erano entrati nella mia casa con le armi, come hanno avuto l’ardire di fare una cosa così. Ricardo era studente di architettura, era un eccellente sportivo, era militante comunista del PCML, aveva 23 anni.

 

Testimonianza di Elena registrata da Paula Duberti

Sono trascorsi 39 anni. Mi dissero che Ricardo era morto di meningite. Era studente del 4° anno di architettura, giocava a rugby,  Militava nel PCML. Ricardo aveva 23 anni. Ci sono 17 sequestrati scomparsi giapponesi. Mia mamma arrivò in questo Paese scappando dalla seconda guerra mondiale. Ho bisogno che mi renda mio fratello.

Marcelo nella registrazione di Eugenia Bekeris

La mattina del 6 dicembre del 77 se lo portarono via Ricardo. Io avevo 11 anni. Sequestrarono alcuni compagni di liceo di Ricardo. Non ho mai testimoniato.

Marcelo  nella registrazione di Paula Duberti

“Mio fratello fu sequestrato il 6 dicembre del 77.”  Evidenza il vuoto che ha lasciato nella sua vita e in quella della sua famiglia la scomparsa brutale di suo fratello. “Non mi piaceva quando mi vedevano piangere per mio fratello, volevo ricordarlo con allegria. Amò molto mia madre, la mia famiglia, me. Il mio matrimonio rese la vita alla famiglia.

 

Dalla Corsa alla Carrera de Miguel, dagli sportivi desaparecidos ai rugbisti desaparecidos.

 A Roma il 9 gennaio del 2000 il giornalista di La Gazzetta dello Sport Valerio Piccioni, appassionato di podismo, organizzò la prima edizione della Corsa di Miguel. Gli era venuta l’idea quando in un suo viaggio in Argentina contattò il suo amico Gustavo Veiga che aveva saputo della storia di Miguel Sanchez, podista e poeta argentino, rapito da un commando paramilitare il 9 gennaio 1978. La manifestazione ebbe un notevole successo e fu ripresa subito in Argentina l’11 marzo 2001. Carola Ochoa, laureata in giurisprudenza di San Juan e impegnata attivamente come militante per i diritti umani nel barrio periferico diVilla Hipódromo a San Juan, partecipò nel 2014 a un incontro con il gruppo organizzatore della Carrera di Miguel e con Elisa Sanchez, la sorella di Miguel, per portare la manifestazione anche nella sua provincia. Leggendo il libro di Gustavo Veiga Deporte, desaparecidos y dictadura (2006, riedito nel 2010) scopre che su 39 sportivi desaparecidos i rugbisti sono 26. Da quel momento comincia a fare una ricerca più approfondita e invia messaggi a diversi club di rugby in vista di organizzare un torneo nazionale che ricordi i rugbisti desaparecidos, come la Carrera di Miguel ricorda Miguel Sanchez.

La sua ricerca è stata facilitata anche dalla pubblicazione nel 2015 del bellissimo libro di Claudio Gómez, basato su testimonianze di sopravvissuti soprattutto Raúl Barandiarán, che fa conoscere le 20 vittime del La Plata Rugby Club, cui vengono aggiunti 14 nomi degli altri club della capitale della Provincia di Buenos Aires. Subito dopo Laura Vilche, giornalista di Rosario, pubblica il risultato di una sua ricerca nel quotidiano La Capital di Rosario con 18 nomi nella seconda città della nazione. Nel 2016 il totale arriva a 52  e Carola Ochoa lancia il  Torneo in omaggio ai rugbisti fatti scomparire.

Carola Ochoa, insieme a Roberto Cipriano in un incontro nella Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di San Juan il 12 aprile 2019.

La giovane, che ha studiato giurisprudenza milita per i Diritti Umani e la Memoria in Villa Hipódromo (Rawson).

In contatto con PROCUVIN (Procura della Violenza Istituzionale) prepara i giovani alla partecipazione attiva nel quartiere, l’avvocato Cipriano appartiene alla Comisión Provincial por la Memoria della provincia di Buenos Aires. In quella riunione denunciarono il Gatillo (grilletto) Facil delle forze dell’ordine che sta facendo sempre più vittime da quando è presidente Macri.

Carola già si occupava delle violenze poliziesche contro i giovani quando suo nipote Juan Carlos Ochoa di 18 anni fu ucciso da un poliziotto che gli sparò alle spalle mentre tornava a casa in scooter nel 2016.

I contatti per le successive edizioni del Torneo aggiungono nuovi nomi alla lista. Nell’ aprile 2019 il numero arriva a 151.

Carola é aiutata per realizzare il suo progetto da molti collaboratori entusiasti tra cui spicca l’ex puma Eliseo Branca, grande presenza del CASI di San Isidro degli anni 1970, e Martín Sharples, una terza linea del club  Porteño che avendo perso una gamba in un incidente motociclistico partecipa a corse, anche a maratone, con una sedia a ruote che ha chiamato La Poderosa, in onore di Ernesto Che Guevara, giocatore di rugby nella sua giovinezza, portando una maglietta che celebra la corsa di Miguel.  Martin Sharples nell’ottobre 2007 – nel 40° anniversario dell’assassinio del Che – ha percorso più di 3000 km in bicicletta con una protesi, per raccogliere terra di La Higuera e portarla a San Isidro nella casa dove aveva vissuto Ernesto Guevara, il 9 dicembre 2007.

 

Perché proprio il rugby ha avuto così tanti caduti, vittime del terrorismo di Stato?

Non é difficile trovare subito una risposta quando si conosce la storia del rugby in Argentina e l’ambiente di origine della maggioranza dei rugbisti argentini.

Il rugby è stato introdotto dagli inglesi, banchieri, proprietari e dirigenti delle società venute a installare le ferrovie e i grandi frigoriferi per congelare la carne che veniva esportata nel Regno Unito. Costoro mantennero la nazionalità britannica e diffusero il modello di club aristocratico – in cui l’attività sportiva è praticata solo da dilettanti –  a Buenos Aires e nei suoi immediati dintorni residenziali tra famiglie della elite benestante argentina che voleva distinguersi dalla ondata di immigranti poveri spagnoli e italiani (alcuni di questi vi entreranno più tardi quando raggiunsero la classe medio-alta).

L’inglese è la lingua del rugby che nasce come sport di elite all’interno di una società chiusa, aristocratica, ricca e influente che pratica l’odio di classe.

I club più importanti sono: CUBA (Club Universitario de Buenos Aires), CASI (Club Atletico San Isidro), SIC (San Isidro Club), BAC (Belgrano Athletic Club), BACRC (Buenos Aires Cricket &Rugby Club), Asociación Alumni e Club Newman che si rifanno tuttora a questo modello. In questi club, oltre alla pratica sportiva, si fa vita sociale e si passa il tempo libero. Si formano legami forti che poi servono negli affari e nei settori dominanti dell’economia. Da lì sono usciti tutti i politici di destra come l’attuale presidente Macri e alcuni dei suoi ministri più importanti.

Il Club Universitario de Buenos Aires è il perfetto esempio di questo modello. Fu fondato da studenti di medicina e di legge, per statuto i soci devono essere laureati dell’Università di Buenos Aires o altre facoltà riconosciute e si nega l’iscrizione delle donne. Oggi i soci più influenti sono i più importanti avvocati di Buenos Aires, di dichiarata ideologia di destra. Nel 1989 il direttivo promosse una dichiarazione di riconoscenza e solidarietà nei riguardi del generale dittatore  Jorge Videla quando stava per essere portato in giudizio per i crimini della sua dittatura. L’iniziativa fu sottoscritta da 5400 firmatari e pubblicata nei principali quotidiani (Clarin e La Nacion). Alcuni dei suoi ideatori – molti dei quali continuano a far parte del direttivo del club – avevano fatto parte come sottosegretari del governo della dittatura.

Una prima risposta si ottiene quando si verifica che solo cinque dei 151 desaparecidos hanno giocato in club di questa fascia, a nord della linea che separa i quartieri residenziali esclusivi da zone abitate da persone di classe media, che non sono legate al potere politico-economico che controlla le banche, la finanza, l’agricoltura esportatrice e i principali mezzi di comunicazione di massa

Tutti gli altri rugbisti martiri provenivano da club a sud di questa linea, oppure dell’interno della provincia; meno esclusivi e anzi anche inclusivi, come nelle zone popolari di Rosario.

Negli anni precedenti, la crescita economica per l’aumento delle esportazioni agricole e della produzione industriale – accompagnate dai provvedimenti sociali dei governi peronisti anche nel campo dell’istruzione –  vide l’espansione della classe media e l’aumento degli studenti nelle scuole pubbliche e nelle università pubbliche. Il rugby si diffuse molto in quegli anni anche fuori delle zone dell’élite, come a La Plata, a Rosario o a Cordoba entrando in contatto con la realtà viva del Paese.

Una breve cronologia di eventi chiave, in Argentina, in America Latina e nel resto del mondo:

  • 1949 la Republica Popolare Cinese
  • 1959 la Rivoluzione Cubana con il ruolo fondamentale di Ernesto Ché Guevara
  • in Argentina governi di Peron 1952-1956 e Golpe militari ripetuti: 1955, 1962, 1966 con conseguenti massacri.
  • Nel 1967 muore assassinato il Che e dilaga la guerra del Vietnam
  • nel 1968 il Maggio Francese, la svolta sociale della Chiesa Cattolica nella Conferenza Episcopale di Medellin da cui trae origine la Teologia della liberazione.
  • Il 20 giugno del 1973 il ritornodi Peron, con il cosiddetto “Massacro di Ezeiza”, che anticipa la violenza dello Stato dopo la sua morte durante la presidenza Isabel Martínez (1973-1976) interrotta dal golpe del 24 aprile. Esplode la militanza sia alla luce del sole, nei sindacati, nei quartieri, nelle parrocchie e nelle scuole superirori e nelle Università, sia clandestina come le organizzazioni armate dei Montoneros (inizio anni ’60) e dell’Ejército Revolucionario del Pueblo (ERP) nel 1970.

 

La guerra moderna e la Doctrina de Seguridad Nacional

La Rivoluzione cubana trasforma il ruolo delle forze armate in Argentina e nell’America Latina. Il nemico non è più esterno ma infiltrato all’interno. Alcuni ufficiali francesi sono chiamati in Argentina nel 1957 e dal 1959 si istalla una missione militare permanente francese (fino al 1981) nella Scuola di guerra nella sede dello stato maggiore argentino a Buenos Aires, in seguito a un accordo con il governo francese. Gli insegnanti francesi, veterani della Guerra d’Indocina e della Guerra d’Algeria si baseranno poi sul manuale La guerre moderne pubblicato nel 1961 dal tenente colonnello Roger Trinquier,  che spiega dettagliatamente le ragioni per cui contro il nemico interno si deve utilizzare il metodo della Battaglia di Algeri. Nell’ambiente urbano argentino il nemico può essere un vicino, un insegnante, un peronista o un militante di sinistra che ponga in pericolo i valori occidentali. Per sconfiggere questo nemico nascosto, confuso in mezzo alla popolazione, che non ha un’uniforme, si dovevano ricavare informazioni seguendo “la dottrina della scuola francese”. I punti chiave sono la suddivisione dei compiti e del territorio delle forze operative, l’uso dell’informazione basata sulla tortura con i metodi del sottomarino, delle scariche elettriche sui genitali e altre parti sensibili, il far assistere altri prigionieri alle sedute di tortura. E poi uccidere i torturati facendone sparire i corpi. Viene insegnata anche l’efficacia delle sparizioni forzate non solo sulla fascia di sostegno dei militanti e sulle loro famiglie, ma anche sull’opinione pubblica in generale. Insegnano anche il metodo, chiamati i gamberi di Bigeard – dal nome del tenente colonnello Marcel Bigeard che lo invento’ durante la Battaglia di Algeri – di gettare in mare i prigionieri, vivi, con i piedi in vaschette di cemento, da aerei o elicotteri.

(dal documentario di Marie-Monique Robin GLI SQUADRONI DELLA MORTE: LA SCUOLA FRANCESE e dall’articolo https://www.pagina12.com.ar/diario/espectaculos/6-42243-2004-10-13.html)

Il terrorismo di Stato è già in azione durante il governo di Isabela Martinez, vicepresidente di suo marito Peron e che gli succede alla morte. Le torture e gli assassinii sono delegati ai gruppi paramilitari, molto presenti a La Plata con lo scopo di seminare il terrore fra i militanti di sinistra. Ma sono inefficaci e  spingono molti giovani a entrare in clandestinità nelle lotta armata, come unica soluzione per arrivare a un modello di Stato anticapitalista: alcuni eseguono attentati e cercano di liberare un territorio nella selva di Tucuman.

Il 24 marzo del 1976 scatta il golpe civil-militare, cui i militari erano già preparati da tempo applicando alla lettera i metodi – anzi perfezionandoli – della Battaglia di Algeri. Allo scopo di distruggere non solo i militanti armati ma qualsiasi  organizzazione politica, sindacale, studentesca, comunitaria. Questi gruppi che si battevano per una società più giusta dovevano essere disarticolati perché potevano essere nuclei di resistenza al golpe. I giovani divennero un obbettivo prioritario della repressione. Tra il 1974 e il 1983, oltre agli assassini della Triple A e del terrorismo di Stato dal 1976, vi fu la restrizione della libertà di insegnamento e dell’autonomia universitaria. Siccome la battaglia si doveva estendere a tutto il Paese furono previsti più di 500 campi di detenzione clandestini, distribuiti ovunque e organizzati dalle tre forze armate.

 

La risposta di Raúl Barandiarán.

Il testo che segue – in cui il mio amico Raúl parla in prima persona – è il risultato delle dichiarazioni che si trovano nei due libri che parlano di lui, di interviste e dei racconti fatti nei due giorni che ho passato con lui a La Plata in ottobre e novembre 2015.

Raúl  indica la foto ormai sbiadita di Santiago Sanchez Viamonte su ceramica nella “La pared de la Memoria” nel Centro Cultural Islas Malvinas a La Plata.

Secondo Raúl quando cominciarono a giocare nessuno aveva frequentato scuole private, tutti crebbero nell’educazione superiore pubblica e poi passarono all’università statale.

“Tutti quelli che studiavamo nell’Università di La Plata avevamo un alto grado d’impegno con quello che succedeva Quando tornò Perón stavamo cenando e decidendo se andare a Ezeiza la notte precedente il 20 giugno 1973. Allora giocavamo tutti in prima squadra, erano discussioni normali. Infine quelli che non eravamo peronisti decidemmo di non andare. (Raúl apparteneva a un piccolo partito marxista-leninista).

Finché arrivo’ un punto di svolta che è il giro del ’75.

Quelli che scegliemmo di viaggiare ci salvammo e quelli che scelsero di non partire invece non poterono.. Dico questo perché abbiamo avuto quaranta giorni per ripensare alcune cose. Ci allontanammo dalla militanza e io lo dico sempre: mi sento in colpa, perché siamo vivi.[…]

Militavamo tutti e il nostro era un club molto aperto, nessuno ci chiedeva che cosa facessimo, non ci discriminarono mai. Anche ora, qui nella sala di ritrovo del club ci sono le foto dei nostri desaparecidos, ma in altri club de La Plata non ci sono le immagini dei desaparecidos.

Il rugby è un esercizio centenario dove hanno ancora un senso vocaboli caduti in disuso in altre discipline: educazione, sforzo, rispetto, silenzio, lavoro, altruismo e soprattutto molta umiltà”.

https://www.gazzetta.it/Rugby/29-10-2015/rugby-storia-17-desaparecidos-teatro-claudio-fava-novembre-130704093536-130704093536.shtm  (Lo spettacolo in scena a teatro dal 4 al 22 novembre)

Dopo il secondo incontro con Raúl sono tornato a rendere omaggio al monumento nel Parque de la Memoria. Lui mi aveva indicato dove aveva attaccato le placche dei suoi compagni di squadra che ho fotografate. Qui le ho ravvicinate perché sono disposte per anno e in ordine alfabetico.

Quando vengono inserite nuove placche in seguito al procedere delle ricerche, queste sono attaccate dai parenti o amici delle vittime nel corso di una cerimonia, che diventa un’occasione per il lutto: il monumento funge cosi’ anche la funzione simbolica di cimitero. Questo gesto è stato per Raul molto importante. Mi ha confessato che ha fatto molti anni di psicoterapia per uscire da una depressione cronica e che oggi gli fa bene parlare di loro che rivede sempre giovani come quando si sono salutati l’ultima volta. Ritiene fondamentale il suo ruolo di testimone.

Ernesto Guevara de La Serna, figura emblematica del rugby argentino

Ernesto Che Guevara ha giocato a rugby fino a ventitrè anni nonostante l’asma. Assieme ad alcuni compagni di squadra ha fondato una rivista su cui ha scritto diversi articoli, in cui mostra la sua conoscenza del gioco, vedendo il gioco alla mano francese come modello da seguire per il rugby argentino (Le foto sono tratte dal Museo del Rugby argentino di San Isidro, ora chiuso per mancanza di fondi)

Agustin Pichot – grande figura del rugby argentino e internazionale, in occasione della Coppa del Mondo di Rugby in Francia del 2007 in cui Los Pumas furono medaglia di bronzo battendo due volte Les Coqs davanti al loro pubblico – si è riferito in modo significativo due volte al Che, la prima agli inizi del Torneo, la seconda prima della semifinale.

« Ci avviciniamo ai quarant’anni del suo assassinio (9 ottobre 1967) à La Higuera in Bolivia. Sono fiero di essere suo compatriota, ha giocato a rugby e so che nei suoi combattimenti nella guerrilla utilizzava degli schemi ispirati dal nostro gioco. Per me é lui la figura emblematica dell’ Argentina».

(http://www.leparisien.fr/sports/pichot-heritier-de-che-guevara-22-09-2007-2008401980.php)

«Vedo un legame tra il suo amore per il rugby e il nostro, tra il suo desiderio di cambiare il mondo e il nostro desiderio che ci riconoscano nello sport internazionale come grandi giocatori che meritano di essere trattati come tali. Mi piace anche pensare che apprezzerebbe il nostro percorso in questa Coppa del Mondo».

(https://www.rebelion.org/noticia.php?id=59063)

Omaggio a Ricardo Dakuyaku

Ricardo Dakuyku racchiude in sè i valori dei giovani che credevano nel rugby, nella solidarietà e nella giustizia. Ricardo non è entrato in clandestinità, non si è giocato la vita con le armi. Lavorava e aiutava la famiglia, studiava con grande motivazione, faceva lavoro politico di base. Il suo piccolo partito fu messo fuori legge e fisicamente annientato dalla dittatura. Amava il rugby con passione e tutti i compagni lo ricordano con affetto. Sarà il simbolo della prossima edizione del Torneo.

La formazione del Seven Campione Argentino nel 1974. In piedi: da sinistra M. Mendy, G. Sanchez Viamonte, Mariano Montequin, C. Franco e G. Mendy. In basso: Raul Barandiaran, Otilio Pasqua e Santiago Sanchez Viamonte. Mariano Montequin,  Otilio Pasqua e Santiago Sanchez Viamonte sono le vittime del terrorismo di Stato.

 

 

 

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