I figli dei serrati: una storia di solidarietà operaia

di David Lifodi

“Un giorno qualcuno dovrebbe raccontare tutto questo”, avranno pensato gli operai siderurgici di Piombino e dell’Isola d’Elba che, nel 1911, dettero luogo ad una straordinaria quanto durissima lotta per difendere i loro diritti e, contemporaneamente, scrissero una delle pagine più belle del sindacalismo rivoluzionario, nonostante l’epilogo non sia stato dei migliori. I figli dei serrati – Una storia di affido proletario e solidarietà di classe da Piombino a Gallarate (curata da Alessandro Pellegatta, Quaderni di Pagine Marxiste, prima stesura dicembre 2005) fa luce su un episodio poco conosciuto in Italia, la storia dei figli dei lavoratori elbani e piombinesi accolti dalle famiglie dei sindacalisti di Gallarate.

È il 2 settembre 1911 quando, dalla stazione di Piombino, parte un treno carico di bambini diretti in varie località del paese: otto di loro arrivano a Gallarate e Cassano Magnago ricevuti dalle famiglie operaie della zona. Esattamente due mesi prima, il 2 luglio 1911, aveva avuto inizio lo sciopero degli ottomila operai di Piombino e Portoferraio contro il Consorzio Ilva, appena costituito e composto da sei imprese siderurgiche nazionali che si erano prese in carico la gestione dei due impianti toscani, più quelli di Genova e di Savona. Sullo sfondo la guerra di Libia per la conquista della Cirenaica e della Tripolitania, che avrebbe avuto inizio il 29 settembre 1911 e sulla quale il Consorzio puntava per rimpinguare i suoi bilanci con i profitti bellici. Quando l’Ilva decide di sospendere l’indennità specifica spettante agli operai che cambiano i cilindri per rottura nel reparto laminatoi, i lavoratori di Piombino entrano in sciopero. A Portoferraio invece, l’agitazione ha inizio per protestare contro la riduzione degli addetti alle squadre di colata della ghisa da otto a sei uomini. La risposta padronale non si fa attendere: tra serrate, interventi della polizia, licenziamenti di massa e giornate perdute, gli operai fanno la fame. È per questo motivo che alcune Camere del Lavoro decidono di accogliere i figli degli operai in sciopero. La più attiva è quella di Gallarate, che ospita otto bambini, i “figli dei serrati”, in una storia commovente di “affido proletario e solidarietà di classe”. In tutte le stazioni dove arrivano i bimbi si concentra una gran folla per salutarli e non sono rari gli scontri con la polizia. Scrive il quotidiano gallaratese La Lotta di Classe: “Le madri elbane e piombinesi hanno compiuto il grande sacrificio. Esse hanno acconsentito ad affidare le loro creature alle mani di sconosciuti, di lontani, che forse non vedranno mai, ma nei quali hanno fede profonda e cieca perché sono proletari organizzati. Mirabile esempio dell’educazione fraterna che noi – i senza patria, gl’immorali – andiamo facendo!” E in effetti ai bimbi, accolti con tutti gli onori, non fu fatto mancare niente. Le famiglie delle organizzazioni anarchiche e socialiste si presero cura dei bambini, ma sostennero anche i lavoratori in lotta. I bambini, scrive ancora La Lotta di Classe, “non sono ospiti, ma vengono trattati come figli: ci pareva che fossero divenuti creature nostre e come tali li amavamo”. I bimbi, arrivati da Piombino con sguardi spauriti, si integrano facilmente nelle case degli attivisti sindacali di Gallarate, che spesso organizzano nella loro città comizi in cui informano la cittadinanza sulla vertenza sindacale aperta dai loro genitori in Toscana. Purtroppo, però, la mobilitazione operaia non riesce a scalfire il Consorzio Ilva, ma l’idea dell’affido proletario si diffonde velocemente: utilizzato per la prima volta a Terni nel 1907 (anche in quella occasione nel corso di una lotta di operai siderurgici), sarà replicato addirittura nel Massachussets nel gennaio 1912, quando l’esperienza piombinese fu ripresa dai lavoratori delle filande in lotta sotto la guida dell’Industrial Workers of the World (Iww). Quella che La Lotta di Classe definì “la meravigliosa resistenza dei metallurgici piombinesi” si interruppe il 27 novembre 1911, quando gli operai furono costretti ad arrendersi. Molteplici le motivazioni che portarono alla sospensione della lotta. Il quarto governo di Giovanni Giolitti, dichiarandosi ufficialmente neutrale, aveva in realtà contribuito non poco a minare l’unità dei lavoratori conducendo trattative separate con i sindacati di ispirazione cattolica e, al tempo stesso, tramite polizia ed esercito al servizio del Consorzio Ilva, aveva approvato le rappresaglie contro i promotori della lotta: ottanta operai e dirigenti sindacali che avevano diretto l’agitazione furono processati. Terminata la mobilitazione, i figli dei lavoratori di Piombino partiranno da Gallarate e dalle altre località dove si erano attivate le Camere del Lavoro per far ritorno a casa. I genitori desiderano rivedere i loro figli, nonostante vivano in condizioni di miseria. La Lotta di classe scrive che “la loro presenza ci ricordava con un linguaggio eloquente i nostri doveri di solidarietà proletaria e ci rendeva migliori”. Sullo sfondo della vicenda dei bimbi di Piombino, l’opposizione delle Camere del Lavoro all’avventura italiana in Tripolitania, i tentennamenti e le ambiguità della Confederazione Generale del Lavoro (Cgdl, sciolta durante il fascismo e poi Cgil), l’attivismo dell’Unione Sindacale Italiana (Usi), nata nel 1912 su iniziativa degli anarcosindacalisti, tuttora attiva e critica verso i sindacati confederali.

Il quaderno di Pagine Marxiste si legge tutto d’un fiato, emoziona, rende giustizia ad una storia che altrimenti sarebbe finita nell’oblio e offre memoria: non poco per un paese come il nostro, dove reinterpretare i fatti e riscrivere la storia a piacimento è divenuta usanza comune.

NOTA: un ringraziamento particolare per questo articolo a Roberto Adamoli, da cui ho ricevuto il quaderno I figli dei serrati – Una storia di affido proletario e solidarietà di classe da Piombino a Gallarate, un’edizione quasi introvabile e alcuni articoli sullo sciopero del 1911, e a Daniele Barbieri per avermi fatto conoscere questa storia che poi ho approfondito.

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