I posti di lavoro che “ballano” sulla crisi di governo

di Paolo Andruccioli (*)

Il decreto che avrebbe dovuto prorogare il blocco dei licenziamenti e la cassa integrazione è parcheggiato a Palazzo Chigi. Nessuno sa dire che cosa succederà davvero. Ed è molto complicato calcolare il numero reale dei lavoratori che potrebbero essere licenziati. Vi proponiamo qui una prima carrellata di analisi di alcuni centri studi e osservatori. In vista delle Idi di marzo…

 

Tutti ne parlano, ma nessuno si sbilancia sui numeri. Che cosa succederà con la fine del blocco dei licenziamenti e la scadenza delle settimane di cassa integrazione? Quanti posti di lavoro sono in bilico? Ce lo siamo chiesti anche noi, anche alla luce della nuova grande incertezza politica che appesantisce la già pesante spada di Damocle di marzo. Chi spegnerà la miccia? Per rispondere a queste domande possiamo solo partire da poche certezze e da una carrellata di varie fonti, un confronto dei dati di alcuni centri studi. Partiamo dall’unica notizia certa: il blocco dei licenziamenti scadrà il 31 marzo, mentre dieci giorni prima, il 21 marzo, si esauriranno le 12 settimane di Cassa integrazione. Il governo uscente era pronto a varare un decreto di proroga di un mese delle scadenze (e qualcuno proponeva anche una proroga fino a giugno). Ma ovviamente tutte queste intenzioni rimangono per il momento appese nel vuoto. Passiamo alle previsioni possibili e ad una (parziale e provvisoria) quantificazione.

    Confindustria: comunque paghi lo Stato – La linea degli industriali è sempre stata chiara. Se si deciderà di mantenere per l’emergenza il blocco dei licenziamenti, l’accesso alla Cassa Covid non deve prevedere aggravi per le imprese. “Occorre lavorare per il dopo – dice Viale dell’Astronomia – per questo abbiamo chiesto, e chiediamo, di affiancare all’emergenza riforme strutturali”. Per quanto riguarda i numeri neanche la Confindustria si sbilancia sul numero dei lavoratori che rischiano di essere licenziati. Il Centro studi degli industriali spiega però che “i drammatici cali dei livelli di attività in Italia hanno avuto un pesante riflesso sull’input di lavoro impiegato, che in termini di monte ore lavorate è diminuito del 15,1% annuo nella media dei primi due trimestri del 2020: la maggior parte dell’aggiustamento è avvenuto tramite un calo di ore lavorate pro-capite (-13,5%), mentre il numero di persone occupate è sceso solo dell’1,5%. Questo è dovuto al ricorso imponente a strumenti di integrazione del reddito da lavoro, in primis la Cassa Integrazione Guadagni, che il governo ha messo a disposizione in deroga. Secondo i calcoli di Confindustria, le unità di lavoro equivalenti a tempo pieno registreranno un -10,2%, pari a un calo di 2 milioni e 452mila unità”.

    Banca d’Italia prudente – Nonostante l’ampiezza della crisi da Covid-19, la cui intensità si prospetta molto superiore a quella degli episodi recessivi del 2008 e del 2012, vi sono ragioni per credere che il numero potenziale di licenziamenti, per quanto assai elevato nel confronto storico, sarebbe inferiore a quanto stimato da alcuni commentatori (intorno al milione di lavoratori). Lo si legge in uno dei Rapporti di Bankitalia secondo cui l’articolazione settoriale dello shock dovrebbe limitare il potenziale impatto sui licenziamenti, poiché i settori maggiormente colpiti sono quelli con un peso nel complesso relativamente ridotto di lavoratori dipendenti a tempo indeterminato o impiegati in piccole imprese. L’insieme delle misure adottate dal governo ha comunque evitato circa 600 mila cessazioni. Nelle attuali condizioni congiunturali è difficile ipotizzare che i lavoratori licenziati avrebbero trovato un altro lavoro: il calo occupazionale nell’anno in corso sarebbe stato pertanto significativamente più ampio rispetto a quello finora registrato. Per Bankitalia, “nel valutare l’impatto complessivo del blocco dei licenziamenti sull’occupazione va però considerato anche quello sulla dinamica delle assunzioni, che può risentire di una forte riduzione del turnover: questa, oltre ad avere effetti sui lavoratori a tempo indeterminato, può limitare le possibilità di impiego di coloro che devono ritornare nel mercato del lavoro (in primis i lavoratori temporanei il cui contratto di lavoro è scaduto) e di coloro che vi si affacciano per la prima volta”.

    Censis: pagheranno donne e giovani – Negli ultimi focus sul lavoro il Censis parla di “lavoro a picco e di una produttività senza slancio”. Ma quello che è certo e che a pagare il conto più salato sono già stati i giovani e le donne. Rispetto all’anno scorso, nel terzo trimestre sono già 457.000 i posti di lavoro persi da giovani e donne, il 76% del totale dell’occupazione andata in fumo (605.000 posti di lavoro). E sono 654.000 i lavoratori indipendenti o con contratto a tempo determinato senza più un impiego. Nel secondo trimestre dell’anno i giovani di 15-34 anni risultavano particolarmente colpiti in alcuni settori: alberghi e ristorazione (sono più della metà dei 246.000 occupati in meno nel settore rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente), industria in senso stretto (-80.000), attività immobiliari, professionali e servizi alle imprese (-80.000), commercio (-56.000). E la sperequazione nella possibilità di resistere alla perdita del lavoro vede nelle donne ancora una volta il segmento più svantaggiato. Al secondo trimestre il tasso di occupazione, che per gli uomini raggiungeva il 66,6%, presentava un divario di oltre 18 punti a sfavore delle donne. Nella classe di età 15-34 anni solo 32 donne su 100 risultano occupate o in cerca di una occupazione. Per le donne di 25-49 anni il tasso di occupazione è del 71,9% tra quelle senza figli, solo del 53,4% tra quelle con figli in età pre-scolare.

    Cerved, le piccole imprese che chiudono – Il centro studi che possiede una delle più grandi banche dati sulle imprese, soprattutto le piccole e medie è il Cerved. Considerando un campione di 725 mila imprese, il numero di quelle rischiose potrebbe crescere da 77 mila (il 10,6%) a 115 mila (il 15,8%); con uno scenario severo, a quota 138 mila (il 20,2%). Combinando le informazioni relative al Cerved Group Score con quelle sul numero di addetti impiegati nelle singole aziende, è possibile conteggiare la platea di lavoratori più a rischio di perdere il lavoro per l’uscita dal mercato della società in cui sono impiegati. Su una base di 10,2 milioni di lavoratori (oltre il 42% degli occupati italiani), il numero di quelli in imprese caratterizzate da un maggiore rischio di insolvenza potrebbe passare da circa 752 mila a 1,2 milioni; nello scenario più pessimistico i lavoratori a rischio raddoppierebbero (1,5 milioni). A soffrire maggiormente gli impatti del Covid saranno le imprese di minore dimensione, che già prima della pandemia erano caratterizzate da probabilità di default più alte.

    Il rischio per settori – Sempre secondo il Cerved, l’impatto della pandemia è e sarà diversificato per settori. Nei servizi, per esempi, si stima un calo di 416 mila occupati secondo lo scenario base e di 611 mila nel caso di una crisi più prolungata, che corrispondono rispettivamente al 6,6% e al 9,7% della forza lavoro impiegata a fine 2019. Anche nel terziario, gli impatti sono fortemente differenziati: si stima un calo molto forte nella filiera della logistica e dei trasporti (compreso tra il 16% e il 21,8%) e molto più ridotto per i servizi alle famiglie e alle imprese (3,9% e 7%). Un’analisi di maggiore dettaglio indica che in molti dei servizi legati alla filiera turistica – come alberghi, agenzie di viaggio, ristorazione – l’occupazione potrebbe ridursi fino al 30-40% rispetto ai livelli del 2019.

    Un’analisi relativa ai dieci settori per cui sono attese perdite più consistenti dei ricavi nel corso del 2020 indica che oltre la metà dell’occupazione sarà persa in questi comparti. L’incremento di occupazione nei settori migliori sarà invece molto ridotto. Se infatti si isolano i dieci settori per cui sono attese le maggiori perdite di fatturato e i cinque in cui sono attese le crescite maggiori, si osserva la forte eterogeneità che il Covid potrebbe avere sull’occupazione, con i lavoratori di alcuni settori che potrebbero essere decimati e quelli di altri comparti che invece potrebbero crescere. La distribuzione di cali e aumenti occupazionali è fortemente asimmetrica: i settori che contraggono maggiormente l’occupazione lo fanno in maniera sostanziale, mentre quelli che la espandono maggiormente registrano incrementi modesti degli occupati. Molti settori della filiera turistica risultano tra i più colpiti dagli effetti dell’epidemia. Le agenzie di viaggio sono il settore che potrebbe perdere la quota maggiore di occupati in conseguenza del Covid, con un calo (comprendendo anche le società di persone e le imprese individuali) stimato tra le 29 mila (-33,9%) e le 37 mila unità (-43,5%). In termini assoluti, le perdite saranno invece molto elevate nella ristorazione (persi tra 432 mila e 667 mila posti di lavoro), negli alberghi (tra 115 e 152 mila) e nel dettaglio abbigliamento (tra 71 mila e 86 mila unità). I primi cinque settori per dinamica del fatturato 2020/19 occupano complessivamente 667 mila addetti, principalmente impiegati nella distribuzione alimentare moderna. In questo settore, si stima un aumento degli occupati tra 11 e 13 mila unità, (tra +1,4% e il +1,6%). Il commercio online dovrebbe assicurare la crescita relativamente maggiore dell’occupazione, stimata tra il +5,2% secondo lo scenario prudente e il +6,4% secondo lo scenario più severo. In termini assoluti, il contributo è tuttavia contenuto, con un incremento che al massimo sarebbe al di sotto delle 3 mila unità. In leggero aumento anche l’occupazione nelle specialità farmaceutiche (circa mille addetti in più).

    Osservatori Cig – Uno degli osservatori più completi sulle dinamiche della Cassa integrazione e degli ammortizzatori sociali è quello dell’Associazione Lavoro&Welfare fondata da Cesare Damiano, ex sindacalista ed ex ministro del lavoro. L’osservatorio Cig è curato da un esperto della materia, Giancarlo Battistelli. “Se utilizziamo le ore della Cig come se fossero una sorta di termometro della salute della nostra economia – si legge nell’ultimo rapporto – non possiamo dire che ce la passiamo molto bene. L’anno si chiude con 4 miliardi e 329 milioni di ore di Cassa Integrazione autorizzate, vale a dire con un +1.467% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Consideriamo che il massimo di ore di Cig raggiunto dopo la crisi del 2008, è stato di 1 miliardo e 200 milioni nel 2010. Qui siamo a più di tre volte tanto. Se poi si traducono queste ore in lavoratori e reddito, le cifre rimangono impressionanti. Queste ore corrispondono a più di due milioni di lavoratori fuori dalla produzione per un anno intero, con più di 526 milioni di giornate lavorative perse”.

     “Se consideriamo le ore totali di Cig (Cigo, Cigs, Cigd, Fis) equivalenti a posti di lavoro con lavoratori a zero ore – spiega Battistelli – dall’inizio del 2020 fino a dicembre (52 settimane lavorative), si determina un’assenza completa di attività produttiva per oltre 2 milioni di lavoratori, di cui oltre 87mila in Cigs, 383mila in Cigd, oltre 951mila in Cigo e oltre 1 milione in Fis (considerando solo 9 mesi, da aprile a dicembre, nei quali sono state attivate le misure Covid-19). In base alle ore di Cig totali si sono perse 526.438.008 giornate lavorative (+4,71% sul mese precedente). I lavoratori parzialmente tutelati dalla Cig, dall’inizio del 2020 fino a dicembre, hanno visto diminuito complessivamente il loro reddito di oltre 11 miliardi e 300 milioni di euro al netto delle tasse, mentre ogni singolo lavoratore (media) che è stato a zero ore dall’inizio del 2020 ha subito una riduzione del proprio reddito di oltre 5.900 euro al netto delle tasse.

    I tavoli di crisi – I dati sulla situazione delle crisi industriali che erano attive prima dell’avvento della pandemia e che ancora sono tutte aperte ci vengono forniti dalla Cgil nazionale. “Oggi sono circa 120 i tavoli di crisi aperti al Ministero dello sviluppo economico, vertenze che riguardano circa 160-170 mila lavoratori (dati Mise ad agosto 2020) – dice Silvia Spera, responsabile crisi aziendali e di settore della Cgil nazionale – Per la maggior parte si tratta di tavoli aperti da diversi anni, circa 70 sono aperti da più di 3 anni e circa 28 da 7 anni. Molte situazioni di crisi sono affrontate a livello regionale e territoriale non abbiamo un quadro generale, sarebbe utile una mappatura della situazione nei territori più significativi”.  La normativa introdotta per far fronte all’emergenza sanitaria, Il blocco dei licenziamenti in vigore fino al 31 marzo 2021 e la cassa Covid, hanno sostanzialmente congelato il determinarsi di nuove situazioni di crisi, ma siamo tutti consapevoli che interi settori, cultura, spettacolo, commercio, turismo, ristorazione e molti altri sono stati particolarmente colpiti dagli effetti della pandemia. Le crisi storiche di importanti imprese che operano in settori strategici del paese hanno visto un intervento dello stato in economia necessario alla messa in sicurezza di produzioni o servizi a cui il nostro paese non può rinunciare.

    Qualche nome per dare il senso della grande crisi: industria siderurgica, Ilva, Ast Terni, Arvedi Ferriera, JSW Italia di Piombino, e il relativo indotto, Alitalia, tutto il settore dell’automotive, trasporto regionale, la flotta navale, trasporto pubblico locale, reindustrializzazione di lndustria Italiana Autobus, riorganizzazione produttiva nel mercato europeo e internazionale del settore dell’elettrodomestico, in cui la multinazionale Whirpool ha dichiarato la chiusura dello stabilimento di Napoli, o le difficoltà del lancio del progetto di reindustrializzazione di Acc Wanbao ed Embraco che a causa del fabbisogno finanziario e degli ostacoli riscontrati in sede europea possono seriamente compromettere la possibile nascita della NewCo – Italcomp e la relativa costituzione in Italia di un produttore europeo del compressore; Il settore moda già fragile ma oggi a rischio a causa delle conseguenze dell’emergenza sanitaria, le vertenze Corneliani e Pal Zilieri sono vertenze che vedono il sindacato impegnato nel mantenimento dei siti produttivi, la salvaguardia del know how, dei marchi storici e del Made in Italy. Il settore costruzioni che in questi anni ha subito un forte ridimensionamento e riorganizzazione, con la polverizzazione e la crisi dei grandi gruppi, accorpamenti, acquisizioni e fusioni che hanno visto una riorganizzazione generale della grande distribuzione organizzata (Auchan-Conad ) che ha comportato grande incertezza per migliaia di lavoratori interessati a possibili ricollocazioni, centinaia sono senza risposte i lavoratori dell’ipermercato di fiumicino e gli addetti della logistica del magazzino di S. Nicola di Melfi.

    La crisi morde nei territori – In ogni caso tutti i settori produttivi sono alle prese con difficoltà, riposizionamenti e riorganizzazioni, in questa fase si ridisegna il futuro del paese, c’è la necessità di orientare le politiche industriali e i suoi strumenti non solo settoriali o territoriali ma utilizzando anche strumenti orizzontali che sappiano rispondere alle nuove necessità, creando intrecci virtuali tra investimenti pubblici e privati.

    La situazione settoriale del sistema produttivo si intreccia poi con  le Aree di Crisi Industriale Complesse localizzate in quattordici Regioni sono: Val Vibrata (Abruzzo) insieme a Valle del Tronto- Piceno (Marche); Acerra-Marcianise-Airola, Torre Annunziata-Castellammare e Battipaglia-Solofra (Campania); Trieste (FVG); Frosinone e Rieti (Lazio); Savona (Liguria); Campochiaro, Bojano, Venafro (Molise); Torino (Piemonte); Taranto (Puglia); Porto Torres e Portovesme (Sardegna); Gela e Termini Imerese (Sicilia); Livorno e Piombino (Toscana); Terni- Narni (Umbria); Venezia (Veneto).

    Ma insomma quanti? – Per una possibile proiezione del numero dei posti di lavoro che potrebbero saltare effettivamente con la fine delle protezioni governative si dovrebbero quindi confrontare e sommare alle cifre generali dei vari centri studi anche quelle particolari di tutti i territori e delle filiere in crisi. Ma non possiamo certo dare una risposta definitiva con questo articolo. Proveremo ad avvicinarci progressivamente ad un dato completo nelle prossime puntate. In vista delle Idi di marzo.

(*) ripreso da #ff0000;">www.collettiva.it

LA FOTO – ripresa dalla rete – è stata scelta dalla “bottega”.

 

La Bottega del Barbieri

Un commento

  • Gian Marco Martignoni

    L’analisi di Paolo Andruccioli, una vita come giornalista a Il manifesto, è quanto di meglio si possa leggere sulla crisi derivante dal covid-19, proprio per l’insieme di fonti che è riuscito ad assemblare nel suo articolo. Non vi è dubbio che rispetto alla crisi innescatasi nel biennio 2008-9, e mai conclusa, il sommarsi delle ripercussioni determinate dal confinamento della primavera 2020 e gli strascichi derivanti dalle zone gialle, arancioni e rosse che si susseguono ad intermittenza, aprono uno scenario inedito. Innanzi tutto sarebbe utile conoscere il dato di chi non ha ancora ricevuto gli assegni relativi alla pluralità degli ammortizzatori sociali messi in campo complessivamente. In secondo luogo, poichè prendo ad esempio il settore aereoportuale – ove fino al 2024 non è prevista la ripresa ( lavorando il 60% in meno rispetto alla normalità )- sarebbe utile discutere collettivamente e sindacalmente come affrontare una caduta del lavoro di questa portata. Che vale per tutte le aziende in crisi da anni , riprendendo il quadro tracciato da Silvia Spera, a partire dall’Ilva, dove gli anni di cig non si contano sulle dita di una mano, mentre ora si parla di un ripresa prevista nel 2025.Con tutta probabilità, oltre ai necessari investimenti utili per creare lavoro, credo che il tema della riduzione d’orario e della redistribuzione del lavoro debba essere ripreso con forza. Se non ora, quando ?

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