I quaderni neri di Martin Heidegger

di Fabrizio Melodia

Rimango semplicemente basito dal venire a conoscenza della sorpresa che nel mondo filosofico ma soprattutto massmediatico ruota intorno alla prossima pubblicazione dei «Quaderni neri» del filosofo tedesco esistenzialista Martin Heidegger, vero e proprio guru per molte generazioni di filosofi ancora oggi.
L’autore del fondamentale libro «Essere e tempo» (1929) – pietra d’angolo dell’esistenzialismo tedesco e degli studi sul linguaggio come prerogativa unica degli esseri umani, dedicato al fenomenologo Edmund Husserl – negli ultimi periodi della sua vita trascorsi in perfetto eremitaggio a Todtnauberg (fra il 1945 e il 1975, l’anno precedente della sua morte) scriveva le proprie ricerche filosofiche dopo l’abbandono del linguaggio sancito proprio con la sua opera principale, che lo avrebbe consacrato nell’olimpo dei grandi pensatori.
In queste pagine, molto dense vi sono appunti assolutamente chiari riguardo al suo netto antisemitismo, fattore questo che parrebbe aver gettato nello sgomento le brillanti menti che intorno al suo pensiero avrebbero come minimo gettato le fondamenta.
Gianni Vattimo e Massimo Cacciari si sono auto-nominati difensori a oltranza della purezza del pensiero del loro prode maestro, scordandosi forse la precedente e appassionata difesa del maestro di Messkirch a opera del filosofo Jurgen Habermas, che pose nell’acriticità del pensiero di Heidegger la definitiva distanza con la fede nazista.
Per carità, al giorno d’oggi, il revisionismo la fa da padrone, quindi non sia mai che una voce contraria possa intaccare la purezza di questo immenso pensatore, la cui opera avrebbe anche potuto non esistere, in quanto dichiaratamente non rivolta alle persone, ma alle “cose” del linguaggio.
Già in questa primigenia freddezza del fenomenologo che non si sporca le mani con il reale, che si rifugia nel territorio del linguaggio per non prendere ipocritamente posizione, sta tutto il modo ascetico con cui Heidegger passa indenne “la vicenda” del Terzo Reich, dal quale otterrà notevoli benefici: infatti sarà proprio Heidegger a succedere, a Friburgo, nella cattedra che era stata del suo maestro Edmund Husserl, in seguito assumendo il ruolo di rettore, sia pure per breve tempo, proprio mentre Husserl fu allontanato, a causa delle sue origini ebraiche, dall’insegnamento.
Come non ricordare il suo accorato discorso del 1933, in cui aderiva (per breve tempo, come sussurrano nei corridoi e nei bagni i suoi studiosi più illuminati) al partito nazista, e come non ricordare il discorso agli studenti tedeschi, sempre dello stesso anno: «Non teoremi e idee siano le regole del vostro vivere. Il Führer stesso e solo lui è la realtà tedesca dell’oggi e del domani e la sua legge».
Per carità, si dimise nel 1934 dal suo ruolo di rettore mantenendo però la cattedra d’insegnamento, da cui ebbe modo di pontificare il suo credo e l’ idea nazionalsocialista fino alla fine della guerra, prima di ritirarsi in un rispettoso silenzio del linguaggio: non ha mai pronunciato un’abiura esplicita di quel periodo, non si è mai sprecato nemmeno magari a chiedere scusa.
Forse era già alta la consapevolezza che le camicie brune (o qualcosa di simile) sarebbero tornate, chi può saperlo.
L’antisemitismo di Heidegger sarebbe quasi fuori discussione: ebbe molti allievi ebrei, tra i quali, la più nota, fu la filosofia ebrea Hannah Arendt, la quale ebbe con lui una relazione sentimentale molto forte, dalla quale riuscì però a togliersi e a prendere le distanze dal pensiero antisemita del maestro, pur rimanendogli devota per tutta la vita.
Altri suoi allievi o discepoli di estrazione ebraica, come Karl Löwith o Emmanuel Levinas, hanno preso le distanze sin dagli anni Trenta e Quaranta, sottolineando anche quanto l’esplicito anti-umanismo dell’opera heideggeriana abbia contribuito, in un certo senso, all’elaborazione di una ideologia totalitaria negatrice dei diritti umani, quale quella nazista. Altri, come Hans-George Gadamer, hanno preso le difese del maestro, sottolineando la superficialità di molte accuse, spesso scarsamente documentate e tendenziose.
Nel 1987, un libro di Victor Farias, criticato duramente dal pensatore francese François Fédier, sollevò nuovamente la questione, giudicando assolutamente ininfluente e tardiva la presa di distanza di Heidegger espressa in una intervista pubblicata postuma per volere dello stesso filosofo di Messkirch al periodico tedesco «Der Spiegel».
Secondo il filosofo francese Jacques Derrida il cosiddetto «silenzio di Heidegger sul nazismo» sarebbe scaturito dalla consapevolezza, da parte del filosofo, della propria inadeguatezza nel misurarsi criticamente con lo spirito di questa ideologia.
La pubblicazione di questi “quaderni neri” sembrerebbe dunque mettere la parola fine su una discussione che va avanti da sempre, ponendo nella giusta luce tutto il pensiero di Heidegger sull’essere e il linguaggio.
Un pensiero debole, in tutti i sensi.
Niente di male, dunque, senonché appunto sento di questa sorpresa da parte degli addetti ai lavori, che mai e poi mai avrebbero pensato a un coinvolgimento serio del loro maestro nelle pratiche naziste. Gianni Vattimo e Massimo Cacciari in testa, semplicemente hanno glissato la questione: meglio continuare cosi, come sempre il silenzio del linguaggio è la cosa migliore in un Paese che fa dell’omertà e del tacito consenso un uso e un costume promiscuo.
Heidegger nazista è una figura nota fin dall’inizio di qualsiasi studio sul filosofo: semplicemente si preferisce guardare da un’altra parte, alla riflessione sull’essere e il nulla.
Perché l’essere e non il nulla?
Sicuramente un pensiero naufragato contro un mare di carta, un disastro linguistico che sembra ora aver trovato la sua naturale conclusione.

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE:
Franco Volpi, “Elenco dei corsi e seminari tenuti da Heidegger tra il 1915 e il 1973”, in appendice a “Guida a Heidegger”, Roma-Bari, Laterza, 2005.
“Il filosofo del Reich, un cattolico nascosto”, dall’archivio storico del “Corriere della Sera”, 20 giugno 2011.
C. Bonola, “Verità e interpretazione nello Heidegger di ‘Essere e tempo’”, Filosofia, Torino 1963.
Loris Ricci Garotti, “Heidegger contra Hegel”, Argalia, Urbino 1965.
Hans-Georg Gadamer, “La dimensione religiosa in Heidegger”, a cura di Giampiero Moretti, ed. Itinerari, Lanciano 1980.
AA.VV., “Martin Heidegger. Ontologia, Fenomenologia, Verità”, a cura di S. Poggi e P. Tomasello, Led, Milano, 1995.
AA.VV., “Sentieri della differenza. Per un’introduzione a Heidegger”, a cura di A. Ardovino, Nuova Editrice Universitaria, Roma 2008.
AA.VV., “Guida a Heidegger”, a cura di Franco Volpi, Laterza, Roma-Bari 1997, nuova ed. 2005.
Franco Volpi, “Heidegger, Martin” in: “Enciclopedia filosofica”, vol. 6, Bompiani, Milano 2006.
Gianni Vattimo, “Introduzione a Heidegger”, Laterza, Roma-Bari 1981.
Mario Perniola, “Dopo Heidegger. Filosofia e organizzazione della cultura”, Milano, Feltrinelli 1982.
Victor Farias, “Heidegger e il nazismo”, Bollati Boringhieri, Torino 1988.
Victor Farias, “L’eredità di Heidegger”, Edizioni Medusa, Milano 2008.
Emanuele Severino, “Heidegger e la metafisica”, Adelphi, Milano 1994.
Umberto Regina, “Servire l’essere con Heidegger”, Morcelliana, Brescia 1995.
C. Angelino, “L’“errore filosofico” di Martin Heidegger”, Melangolo, Genova 2001.
Alain Badiou e Barbara Cassin, “Heidegger. Il nazismo, le donne, la filosofia”, Il Nuovo Melangolo.
A. Fabris, “Essere e tempo di Heidegger. Introduzione alla lettura”, Carocci, Roma 2005.
Antonio Gnoli, Franco Volpi, “L’ ultimo sciamano. Conversazioni su Heidegger”, Bompiani, 2006.
Fabio Bazzani, “Verità e potere. Oltre il nichilismo del senso del reale”, Firenze, Clinamen 2008.
P. F. Stagi, “Il giovane Heidegger. Verità e rivelazione”, presentazione di Gianni Vattimo, Zikkurat Edizioni&Lab, Senigallia-Roma-Teramo 2010.
Jean Beaufret, “Dialogue avec Heidegger”, Ed. de Minuit, 4 lib.
Dominique Janicaud, “Heidegger en France”, Albin Michel, 2 lib.
Maxence Caron, “Heidegger – Pensée de l’être et origine de la subjectivité”, Ed. du Cerf, 1 lib., 1760 p., primo e unico libro su Heidegger premiato dall’Académie française.
Georges Bataille, “Scritti sul fascismo 1933-34. Contro Heidegger. La struttura psicologica del fascismo”, Mimesis (2010). ISBN 978-88-575-0267-0
Jacques Bouveresse, “Heidegger, la politique et l’intelligentsia française”, in “Essais IV” – “Pourquoi pas des philosophes?”, Agone (2004).
François Fédier, “Martin Heidegger: Écrits politiques 1933-1966”, Gallimard, Parigi 1995.
François Fédier, “Heidegger: Anatomie d’un scandale”, Robert Laffont, Parigi 1988.
Enrico Garulli, “Heidegger”, Cittadella, Assisi 1974.
Umberto Regina, “Heidegger. Dal nihilismo alla dignità dell’uomo”, Vita e Pensiero, Milano 1970.
Umberto Regina, “Heidegger. Esistenza e sacro”, Morcelliana, Brescia 1974.
Ugo Ugazio, “Il problema della morte nella filosofia di Heidegger”, Mursia, Milano 1976.
Costantino Esposito, “Il fenomeno dell’essere. Fenomenologia e ontologia in Heidegger”, Dedalo, Bari 1984.
Vittorio Perego, “Finitezza e libertà. Heidegger interprete di Kant”, Vita e Pensiero, Milano 2001.
Vincenzo Costa, “La verità del mondo. Giudizio e teoria del significato in Heidegger”, Vita e Pensiero, Milano 2003.
Sandro Gorgone, “Il tempo che viene. Martin Heidegger dal Kairós all’Ereignis”, Guida, 2005.

Redazione
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5 commenti

  • Se posso esprimere il mio dissenso (e non sono filosoficamente un heideggeriano) Heidegger è stato un grande filosofo (e se la sua opera naufraga contro qualcosa sono semmai le obiezioni che i suoi allievi – non a caso proprio loro – e tutti gli altri influenzati da lui – innumerevoli – gli hanno mosso) ED è stato un filonazista ed antisemita. La vergogna di queste adesioni non toglie una virgola all’importanza del suo pensiero, come qualunque persona con un po’ di competenza filosofica ben sa.
    Semmai, se riteniamo che ci possa essere una qualche connessione tra le convinzioni filosofiche di Heidegger e quelle politiche, dovremmo porci l’inquietante domanda di come possa accadere che le opinioni di un nazista e antisemita possano influenzare pensatori al di sopra di ogni sospetto come la Harendt. Il mondo è evidentemente più complicato dei manicheismi.

    P.S. Sono l’altro db, non il padrone di casa di questo blog.

  • Gian Luca Tesei

    Heidegger è stato un grande filosofo. Ecco, credo che proprio da questa affermazione sia necessario partire per compiere un sano ragionamento. Che cosa determina la grandezza di un pensiero filosofico? E questa grandezza come possiamo misurarla ed in relazione a che cosa la possiamo misurare se addirittura si è fatta contenere nella minuscola ed inumana meschinità di una mente razzista, antisemita e nazista? Se la filosofia è la riflessione della sera sul giorno appena trascorso, mi chiedo se Heidegger sia stato un grande filosofo!

  • Uno dei criteri (certo non l’unico, ma di per sé sufficiente) per giudicare la grandezza di un filosofo è, molto banalmente, l’influsso riconosciuto da altri filosofi. Nel caso di Heidegger, sono davvero pochi i filosofi del Novecento che, in questo, possano competere con lui: Husserl, Wittgenstein… E come dicevo sopra non sono certo filosofi “di parte”, cioè di destra, quelli influenzati, a partire dalla Harendt e da Sartre. Non so se la filosofia sia la riflessione della sera sul giorno appena trascorso; mi sembra un po’ riduttiva come definizione. Il livello di astrazione a cui lavora mediamente Heidegger è compatibile con molte ideologie, comunismo compreso (Sartre docet), anche se le corte vedute dello stalinismo hanno condannato mezzo mondo a un materialismo da quattro soldi (d’altra parte, non che fosse molto meglio lo scientismo dominante nella filosofia della scienza del capitalismo).
    Condivido pienamente la minuscolità e meschinità di razzismo, antisemitismo e nazismo; ma non è una “mente” a essere definita da questo. Al massimo una sua parte, o componente. La mente, nel suo insieme, come dicevo sopra, è qualcosa di troppo complicato e complesso per ridursi a un qualche tipo di manicheismo.
    Insomma, detto da un non-heideggeriano, resto convinto del fatto che le meschine opinioni politiche di Heidegger possano al più far sorgere qualche sospetto sulla sua filosofia. Ma poi è sufficiente studiarla per rendersi conto che si tratta di sospetti in generale ingiustificati: quello che è interessante rimane interessante, quello che non lo è non lo diventa certo per questo.
    Se poi tutto ciò finisse per risultare un invito a non leggere Heidegger, si capirà che considererei questo il vero atto nazista in gioco.

  • Sono assolutamente concorde con Daniele Barbieri 2, Martin Heidegger è stato decisamente un grande filosofo, anzi, IL PIU’ GRANDE FILOSOFO IN QUANTO HA FATTO CAPIRE CON IL SUO ESEMPIO E LA SUA FILOSOFIA COME NON DEBBA ESSERE UN FILOSOFO.
    Risultato egregiamente ottenuto.
    Anzi.
    E senza tanti giudizi di valore.
    Anzi, la lettura delle opere di Heidegger sono assolutamente NECESSARIE, guai a non leggerle: solo cosi si può avere una risposta certa a come un filosofo non deve essere.
    Tutti e dico tutti i filosofi del Novecento si sono discostati dall’acriticità di Heidegger, l’esempio non è stato seguito nemmeno da Gadamer e da Habermas, che per lo meno, da altri punti di vista, hanno contribuito criticamente al reale.
    Wittgenstein, forse più di Sartre, è stato un filosofo che nel reale ci ha sbattuto il muso, con la pratica filosofica.
    Facendo comprendere come tutti gli uomini sono filosofi e qui non si discute più di grandezza ma di far sviluppare a tutti le capacità del pensiero critico e della libertà d’agire.
    Tutte qualità che decisamente la filosofia di Heidegger non può e non vuole in alcun modo misurarsi.
    Poichè alla filosofia si chiede molto ma molto di più che “pensare” il mondo… le si chiede di dare gli strumenti per cambiarlo. Mi si passi la parafrasi marxista, che comunque proviene da molto più lontano, da Voltaire e da Platone.
    Tutti gli uomini sono filosofi, diceva Antonio Gramsci.
    Tutti sono chiamati ad esercitare la pratica filosofica.
    Leggiamo dunque Heidegger a piene mani e apprendiamo bene tutto ciò che c’è da apprendere.
    Confrontiamoci.
    E andiamo avanti.
    Non dimentichiamoci che l’acriticità del pensiero ha permesso non tanto lo sterminio degli ebrei o di altri milioni di innocenti, ma ha dato il benestare ai roghi dei libri contrari al pensiero unico.
    Cambiano i tempi ma non la sostanza.
    La filosofia deve essere una palestra di arti marziali, dove non si sviluppa la capacità tanto di far male, quanto valori come la pace, il dialogo e la benevolenza.
    Altra cosa di cui non si parla negli scritti di Heidegger.
    Ringrazio Daniele Barbieri 2 e Gian Luca Tesei per l’ottimo spunto.
    E andiamo a far tutti insieme una sana pratica filosofica che di certo non saprà che farsene della dottrina dell’ “Essere e il nulla”.

  • Peccato che le cose non siano così semplici! Dei filosofi che hai citato, almeno tre (Gadamer, Habermas e Sartre) sono stati pesantemente influenzati dal pensiero di Heidegger, e hanno saputo assai che farsene della dottrina di “Essere e tempo” (“L’essere e il nulla” l’ha poi scritto Sartre, ed è heideggeriano persino nel titolo). Non per questo nessuno di loro è stato mai nazista, o qualcosa del genere.
    Non confondiamo le cose: le opinioni politiche di Heidegger sono deprecabili, ma quando andiamo a leggere i suoi scritti filosofici non c’è nulla che sembri avallarle (se non in senso generico, per cui si avallano anche dottrine ben più accettabili, come Sartre e Habermas sanno bene).
    E vediamo di leggerli e meditarli, per favore, i libri, prima di condannare i loro autori a tutto campo!

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