Il colonialismo, le vittime, la memoria

L’Aoi (Africa orientale italiana) vista dalla parte delle vittime

di Alem Woldezghi (*)

Italiani brava gente? Un mito. Ci sono le prove di efferati delitti e di tragedie per mano italiana perpetrate negli anni dall’unità della penisola alla fine della seconda guerra mondiale.

Coloro che si sono macchiati di tali crudeltà erano persone comuni, che agivano per spirito di disciplina, per emulazione o perché persuasi di essere nel giusto eliminando coloro che ritenevano «sub-umani». Il mito degli italiani «brava gente», diffuso in tutto il mondo, ha gettato un velo sulla storia coloniale italiana, cosicché molti giovani di oggi non ne sono a conoscenza, mentre i pochi che ne sanno qualcosa spesso e volentieri tentano di nascondere la verità, cancellando i documenti storici. Invece bisognerebbe davvero istituire una «Giornata della memoria» per tutti questi morti, così facilmente dimenticati. Molti ritardi sono stati di recente colmati ma ancor oggi la «decolonizzazione» degli studi e della memoria è un processo non pienamente compiuto. Quella coloniale è una parte importante del passato di un Paese: certe nazioni europee hanno riconosciuto il peso e l’influenza che la propria storia coloniale ha avuto nel personale processo storico, mentre in Italia ancora si attende che essa trovi una sua collocazione nella storia nazionale. In Italia il fenomeno coloniale è stato completamente rimosso dalla coscienza collettiva. Non solo ora ma già a partire dall’inizio della storia repubblicana.

Fin dal suo inizio, l’avventura coloniale italiana è stata segnata da atrocità che marcano una politica del terrore e della «terra bruciata». Negli anni che vanno dall’Unità d’Italia alla fine della seconda guerra mondiale si sono verificati molti episodi nei quali gli italiani si sono rivelati capaci di indicibili crudeltà. A partire dal sacrificio delle truppe coloniali, Ascari e Dubat eritrei. Dopo la sconfitta della seconda guerra mondiale è completamente mancato un sostegno e un riconoscimento informale a chi spesso rimaneva fedele nel cuore all’Italia, come mio padre che fu un ex-Ascaro. Sottolineo con forza la necessità di non dimenticare il sacrificio di questi valorosi soldati e ribadisco l’esigenza di una politica fatta con il sentimento e con il cuore, che rispetti la storia. Un passato, quello dei combattenti eritrei-Ascari, di eroismo e di valore che l’Italia non può e non deve lasciare che cada nell’oblio. Un altro episodio atroce fu la battaglia di Adua: alla base della dolorosa giornata di Adua [1° marzo 1896] ci sono molte cause, alcune delle quali ancora non perfettamente chiare: ai 500 Ascari prigionieri, considerati traditori, furono amputati per punizione il piede sinistro e la mano destra [perché non potessero mai più salire a cavallo e impugnare un’arma].

Non bisogna dimenticare anche le deportazioni in Italia di migliaia di eritrei, etiopici, somali e libici. Lo schiavismo fu applicato in Eritrea dal 1936. Lo sterminio di duemila monaci e diaconi nella città conventuale di Debrà Libanos avvenne dopo la netta resistenza della popolazione abissina, in cui l’orgoglio eritreo diede una così profonda umiliazione all’invasore, che da allora la parola «sterminio» divenne la parola d’ordine più usata tra i capi italiani in Asmara.

E’ vero che nell’ultimo secolo e mezzo molti altri popoli si sono macchiati di imprese delittuose, in quasi in ogni parte del mondo. Tuttavia soltanto gli italiani hanno gettato un velo sulle pagine nere della loro storia ricorrendo ossessivamente e puerilmente a uno strumento auto-consolatorio: appunto il mito degli «italiani brava gente», mito duro a morire che ha sempre puntato a dare un’immagine degli italiani come i più tolleranti, più generosi, più gioviali degli altri e perciò incapace di atti crudeli. Invece dietro questo paravento protettivo di ostentato e falso buonismo si sono consumati negli ultimi 100 anni, in Italia, in Europa e nella cosiddetta Aoi, Africa orientale italiana, i crimini peggiori, gli eccidi più barbari – come il massacro del febbraio 1937 – in nome della «superiore civiltà italica» e della sua presunta «missione civilizzatrice» da uomini che non hanno diritto ad alcuna clemenza o indulgenza.

Insieme alla rimozione delle violenze, dei crimini, degli abusi, si affianca quella sulle pratiche e sull’ideologia razzista, in base alla quale il comune sentire ancora oggi è legato all’idea che «gli italiani non sono razzisti» [un pensiero razzista oggi normalmente negato anche da chi su di esso ha fondato prassi quotidiane, oltre che il proprio successo politico o letterario].

Molti ritardi sono stati di recente colmati ma ancora oggi la decolonizzazione degli studi e della memoria è un processo non compiuto e una parte non secondaria del passato, come quella coloniale con cui altre nazioni hanno da tempo fatto i conti, ancora attende di essere integrata nella storia italiana.

Gli italiani hanno invaso e tolto la libertà quando sono andati in Africa: per motivi di prestigio internazionale per dominare, altro che per civilizzare.

Allora la Società delle Nazioni giocò la parte di Ponzio Pilato lavandosi le mani da ogni responsabilità. Non posso pensare che la popolazione mondiale, prima o poi, non si sveglierà al bisogno di giustizia degli Ascari eritrei.

Il colonialismo italiano rispetto a quello di altri paesi Europei è stato più conciliante con le popolazioni assoggettate? Niente affatto. Il colonialismo liberale e quello fascista sono stati in continuità, ma il fascismo ha utilizzato strumenti nuovi; nella sua epoca Barattieri si è servito dei muli; Badoglio e Graziani dei carri armati e degli aeroplani. Nelle guerre coloniali, l’Italia ha avuto l’esclusiva nell’uso di gas, mai usati dagli altri colonizzatori: l’impiego di iprite e di altre armi chimiche proibite servì per accelerare la resa delle armate del Negus. Un’altra «invenzione» italiana in Africa, che ha avuto il solo precedente inglese durante la guerra contro i Boeri, è stata la creazione di due lager: uno a Danane, in Somalia, e l’altro a Nocra, in Eritrea: dando vita ad un sistema carcerario fra i più mostruosi. A Nocra si è praticato il lavoro forzato, che si è venuto ad aggiungere alla detenzione; ma vi furono anche le deportazioni in Italia di migliaia di eritrei ed etiopici.

L’Italia dal 1938 in poi ha applicato la segregazione razziale: nei bar e nei caffè pubblici, era vietato l’ingresso alle persone di colore, come non era permesso loro di salire su una macchina guidata da un bianco. Era severamente proibito andare nelle zone abitate o frequentate dai bianchi. Si può solo immaginare quanto queste misure accrescessero l’odio degli eritrei verso qualunque cosa fosse italiana.E’ una plumbea storia di crudeltà sadiche e di disonore…

Anche se molti esaltano le costruzioni, la bellezza di Asmara, capitale dell’Eritrea, tutto ciò veniva fatto per la comunità italiana residente nei territori; ai locali non restava nulla.

Se la tanto abusata parola «civiltà» ha ancora qualche senso, è necessario per il presente e il passato, che si parli delle atrocità perpetrate dagli italiani, nell’epoca coloniale, affrontandole e non rinnegandole come si è fatto finora; o peggio ancora esaltando come eroi i protagonisti dell’epoca, Graziani in primis, a cui si vuole dedicare addirittura un museo.

(*) Alem Woldezghi è nato nel 1949 ad Addi Techelesan [Asmara] in Eritrea. In gioventù ha militato nelle file dell’ Eplf, l’Eritrean People Liberation Front, movimento politico-militare impegnato nella lotta di liberazione dell’Eritrea dall’occupazione etiopica che è durata fino al 1993, anno in cui è diventata indipendente. Woldezghi è arrivato in Italia nel 1973 con lo status di rifugiato politico, attualmente risiede a Reggio Emilia. Questo suo articolo è uscito (nel 2007) sul sito del settimale «Carta» con il titolo «L’Aoi – Africa orientale italiana – vista dalla parte delle vittime» e l’occhiello «Una giornata della memoria per le vittime del colonialismo italiano». Lo riprendo all’interno del dibattito sul colonialismo italiano che qui in blog è partito (anzi ripartito) ieri anche come risposta all’oltraggio di Affile: ovvero il monumento al boia Graziani – cui Woldezghi accenna alla fine del suo articolo – si è davvero realizzato, con spreco di denato pubblico (tanto) e ancor peggior spregio della verità (db).

Redazione
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  • Francesco Cecchini

    Inoltre esiste ancora un’ opinione pubblica che pensa che mentre il colonialismo ed il fascismo ne hanno combinato di tutti i colori in Libia ed Etiopia, razzismo, sfruttamento sessuale delle donne, genocidi etc.,etc.. in Eritrea si siano comportati bene, costruzione di una città, di strade, ponti, ferrovie etc.,etc Colonialismo e fascismo portatore di civiltà quindi? Balle in Eritrea sono stati commessi gli stessi crimini che altrove. La nota che ho pubblicat su questi blog e su TESFA/NEWS, non mi e’ stata ancora pubblicata dal website dell’ ANPi al quale sono iscritto e sto cercando di farla pubblicare da Patria il mensile dell’ ANPI.

  • Parlarne, molto, e non accettare l’annullamento di questi fatti nella cultura e nella storia italiane! Voglio leggere queste cose nei libri di scuola della quinta elementare. Diffondiamo.

  • Francesco Cecchini

    Sono d’ accordo con te. Mettere queste considerazioni in rete e’ relativamente facile, ma inserirle nei libri di scuola o farle circolare nelle scuole a partire dalle elementari non e’ così semplice. Chi dovrebbe darsene carico.? A mio avviso un soggetto che dovrebbe farsene carico potrebbe essere l’ ANPI.

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