Il levantamiento peruviano

Considerazioni di Francesco Giordano sulla più grande mobilitazione popolare del Paese negli ultimi anni ricordando gli ultimi presidenti corrotti e assassini.

Se parliamo del Perù saltano agli occhi tre parole: corruzione, fascismo, repressione.

E non da ieri ma almeno dal 28 luglio 1990 inizio del mandato presidenziale di Alberto Fujimori, cacciato nel 2000 perché condannato a 25 anni di carcere per corruzione e crimini contro l’umanità.

Questo un Presidente eletto dal popolo.

Ma non finisce qui, come diceva Orazio: Dimidium facti, qui coepit, habet ovvero “chi comincia è a metà del lavoro”.

Infatti dopo il “buon” Alberto arrivò Alejandro Toledo, che rimase in carica fino al 2006. Per restare coerente con la tradizione governativa precedente anche lui fu incriminato per corruzione e fuggito negli Stati Uniti.

Come detto non finisce qui, e forse il bello deve ancora venire.

Dopo il “buon” Alejandro subentrò il “socialista” Alan García che rimase in carica fino al 2011, ma non si accontentò di dimettersi, volle fare di più. Infatti il 17 aprile 2019 mentre aspettava un ordine di arresto, ovviamente per corruzione, anche se meritava ben altre accuse, ha preferito uccidersi sparandosi un colpo alla testa.

Proseguiamo per ordine e in fretta che tutto, in qualche modo, si ripete:

Ollanta Humala, in carica dal 2011 al 2016, è in libertà condizionale, accusato con la moglie di riciclaggio di denaro.

Pedro Pablo Kuczynski, che alle elezioni aveva battuto Keiko Fujimori, la figlia del dittatore, si è dimesso nel 2018 quando il Congresso autorizzò la procedura di impeachment nei suoi confronti, sempre con l’accusa di riciclaggio di denaro: ora è in carcere, in attesa di processo.

Infine Martin Vizcarra e Manuel Merino: volti “nuovi” ma sempre gli stessi imbrogli e la stessa repressione contro il popolo.

In questi giorni del novembre-dicembre 2020 sono diversi i giovani assassinati da colpi sparati dalle forze governative, uccisi a sangue freddo e con colpi ben precisi.

Persino l’arcivescovo di Lima, monsignor Carlos Castillo, ha definito quanto accaduto «qualcosa di molto serio: al Congresso è mancato il senso della misura».

Questo l’incipit reale e necessario per conoscere di cosa stiamo parlando.

I giornali della borghesia ci mostrano quotidianamente su quali delitti, quali crimini occorre soffermarsi, mentre abitualmente nascondono quelli che loro commettono o commettono i loro complici in ogni angolo del mondo.

Soprattutto ci tengono a nascondere quelli commessi dai loro più stretti amici: i socialdemocratici, ovvero quelle figure che dietro una apparenza di sinistra in realtà si mostrano uguali agli altri.

Quello di cui voglio parlarvi è avvenuto in Perù per ordine e per mano di Alan Garcia (*) che ha governato il Paese dal 1985 al 1990.

Repetita iuvant: finisce di vivere su questo mondo il 17 aprile 2019, giustiziandosi con un colpo di pistola alle tempie nella sua abitazione di Lima#ff0000;">. Gli avevano appena notificato l’arresto perché coinvolto nello scandalo Odebrecht (la più grande compagnia di costruzioni di Brasile e America Latina). Immediatamente ricoverato è morto poche ore dopo a causa delle gravi ferite e probabilmente per tutte le maledizioni che il suo popolo gli aveva inviato.

Aveva 69 anni.

Lui, come i suoi predecessori, aveva condotto una ferocia repressione dei movimenti popolari che si erano espressi nei decenni precedenti, in particolare Sendero Luminoso e Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru (MRTA).

Le violenze compiute dall’esercito peruviano contro contadini e sfruttati sono innumerevoli, qualcuno è stato più orrendo e vile, oggettivamente lo è stato quello contro i prigionieri: uomini che andavano protetti; detenuti per le scelte e le azioni che avevano compiuto, ma protetti. In una guerra i prigionieri sono difesi dalle leggi internazionali, e si è in guerra anche se non si indossano divise.

Questo è il punto ed è innegabile, a meno che non si voglia accettare come Bibbia quanto gli Stati decidono a loro convenienza.

Il massacro avvenuto il 19 giugno 1986 (**) porta la firma della prima presidenza di Alan García.

Il 18 giugno 1986 detenuti del carcere di El Frontòn decidono di prendere in ostaggio un lavoratore dell’Instituto Nacional Penitenciario col solo scopo di promuovere la loro protesta e le loro richieste. Il giorno dopo il massacro.

Per sapere cosa è stata la lotta armata in Perù credo siano sufficiente le tre righe che riporto: «Il gruppo terroristico più letale e sanguinario del mondo. Così la CIA definiva una quindicina di anni fa Sendero Luminoso… che riuscì però al contempo a fornire servizi educativi e sanitari agli strati più bassi e poveri della popolazione, troppo spesso “dimenticati” dalla politica governativa.» Per conoscere meglio la storia di questo gruppo che ha tentato l’assalto al cielo sulle montagne andine vi consiglio un libro: #0563c1;">https://www.libraccio.it/libro/9788888040950/silvano-ceccoli/ritorno-di-sendero-luminoso-conflitti-sociali-e-guerra-popolare-in-peru-dal-2001-al-2005.html

Post Scriptum

Sottolineo che le parole scritte (dalla Cia) non possono essere lette come il mio elogio di Sendero Luminoso.  Questi pensieri e ll bisogno di scrivere sono nati dalla fine ingloriosa dei vari governi e degli omicidi commessi gratuitamente ieri contro prigionieri che avrebbero dovuto essere custoditi, come legge prevede, oggi contro chi manifesta pacificamente.

Va da sé che se andiamo a leggere la storia di TUTTI i partiti comunisti ed in ogni Resistenza troviamo episodi che – soprattutto se staccati dal “tempo e dallo spazio” – risultano indigeribili.  Ad esempio le Foibe che ogni anno la destra fa emergere a proprio uso e consumo, senza mai scrivere due parole su cosa è successo prima delle Foibe.

Quelli che scrivono e leggono dovrebbero ricordare quanto scriveva Marx: “Io mi rivolgo ai lettori che vogliano imparare qualcosa di nuovo, che dunque vogliano pure pensare da sé”.

(*) in “bottega” cfr Perù: muore suicida l’ex presidente Alan García

(**) Perù: a 30 anni dal massacro nelle carceri di El Frontón e Lurigancho

LA FOTO – scelta dalla “bottega” – è ripresa dal quotidiano «il manifesto» del 13 novembre 2016.

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