Il mio lunedì a caccia di diamanti insanguinati

Mini sommario: 1) toponomastica di Vicenza; 2) antefatti internazionali, prese in giro e le denunce d’oggi; 3) fattarelli accaduti il 14 maggio; 4) «che me tocca fà» ovvero riflessioni sul giornalismo; 5) scusa Nelson se è poco.

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Via del lavoro a Vicenza incrocia prima via del progresso e poi via dell’economia: se ci pensate bene è una toponomastica (involontariamente) avanzata, progressista appunto. Ultimamente però nel mondo reale succede sempre meno che il lavoro “incroci” dignità, emancipazione… e quando incontra l’economia sono guai: il progresso è solo economico ma per pochissimi. Magari i nomi delle strade dovrebbero adeguarsi ai tempi nuovi. Dunque – essendo tabù termini come sfruttamento o giochi di parole tipo “econo-loro” – si potrebbero ribattezzare le vie più adeguatamente “via del capitalismo compassionevole” (copyright della famiglia Bush credo) e “via del mercato unico”. Invece la Fiera di Vicenza, che è proprio lì, tra via del lavoro e via dell’oreficeria, può tenersi il suo nome: i vocabolari infatti chiariscono che uno dei significati è «animale feroce, belva».

Qualche bestia feroce del capitalismo in effetti era alla Fiera di Vicenza, il 13 e 14 maggio, per la sessione annuale del Wdc (Worlds Diamonds Council). Se proprio non sapete o immaginate che per i diamanti si facciano guerre e si massacrino popolazioni recuperate il film «Blood Diamond» (del 2006) di Edward Zwick con Leonardo Di Caprio, che qualcosa fa capire.

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Ma cooooome?” – dirà qualche spirito bello – il Wdc è nato nel 2000 proprio per moralizzare l’industria e il commercio dei diamanti, anzi fra il 4 e il 5 novembre del 2002 ben 37 Stati hanno formato un accordo per certificare i diamanti, per garantire all’opinione pubblica (informata da una lunga, dettagliata, martellante campagna internazionale) che non avrebbero più grondato di sangue. L’accordo del 2002 è un primo risultato del cosiddetto Kpcs, il Kimberly Process (dal nome della città sudafricana dove i signori del mercato si incontrarono, nel maggio 2000, per trovare il modo di “ripulire” i diamanti) ma è purtroppo un esito ambiguo, mutilato e per certi versi una presa in giro. Gli accordi infatti hanno valore solo per i diamanti grezzi non per quelli tagliati: sembra incredibile ma un diamante lavorato non ha bisogno di certificazione.

Vi sono, anche in Italia, molte denunce in atto contro questa beffa. Di una per esempio, «Anche il vetro è per sempre», trovate traccia su www.maendeleo-online.org e denuncia lo sfruttamento illegale delle risorse minerarie – diamanti e non solo – nella Rdc, la repubblica democratica del Congo. Fra i partner della campagna Peacelink, la rete pace per il Congo e le Botteghe del mondo (per capirsi i negozi del commercio equo) che hanno diffuso migliaia di cartoline con una efficace vignetta: alla richiesta di una ragazza «Vorrei un gioiello di vetro» il cinico di turno risponde «brava e poi le guerre con che le finanziamo, con il 5 x mille?».

L’invito a boicottare i «blood diamonds» di Israele arriva invece dalla campagna Bds (boicottaggio, disinvestimenti, sanzioni) – ne trovate notizia su http://www.stopagrexcoitalia.org – ed è proprio dal coordinamento Bds di Vicenza che è venuto l’invito a manifestare, il 14 maggio, davanti alla Fiera di Vicenza per ricordare che i diamanti di Israele (leader mondiale dei diamanti lavorati) sono insanguinati.

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Qui entro in ballo io perché decido di andare a Vicenza e mi accredito (come giornalista professionista) ai lavori del Wdc o se preferite dirla così al «World Jewellery Forum» che quest’anno riunisce World Diamond Council, ottavo meeting annuale dei produttori mondiali di diamanti, e il congresso annuale del Cibjo, la confederazione mondiale del gioiello. Nei comunicati ufficiali si afferma il falso cioè che ora i diamanti sono («al 99,8» pensate un po’) “puliti” perché certificati dal Kimberley Process. Nel pomeriggio del 14 dunque il giornalista Daniele Barbieri entra nella sala dove si ciancia di etica, proprio quando dall’altro lato della strada una cinquantina di manifestanti protestano e denunciano l’inganno. Guardo la bella sala piena di bandiere e con il lungo tavolo bianco dove una novantina di persone (tutti in giacca e cravatta tranne le donne… ovviamente pochissime) si fanno i complimenti fra loro. Poi tiro fuori dalla mia elegante sacca a tracolla un piccolo “striscione” di carta con la smentita di quel «99,8»: si legge «Blood diamonds – Boycott Israel». Lo reggo con due mani per qualche minuto poi un uomo della Fiera lo tira giù (ma ormai la frittata è fatta: tutti lo hanno visto e anche fotografato) e mi indica a un poliziotto che mi accompagna fuori, quasi con le buone… d’altronde io non oppongo resistenza e comunque gli ho fatto vedere il tesserino da giornalista. Fuori chi comanda il presidio poliziesco è sul punto di incazzarsi (con i suoi) e urlacchia «come ha fatto questo a entrare?» ma si rassicura scoprendo che il disturbatore è un giornalista e dunque la colpa cadrà su qualche altro. Sarebbe interessante discutere del fatto che in altri Paesi spesso, in situazioni analoghe, attiviste/i manifestano in silenzio (durante ogni genere di congresso o incontro) senza che qualcuno pensi di cacciarli… ma lasciamo perdere.

Fuori il presidio continua: megafono ma anche manifestini, chiari sin dal titolo («Dai diamanti non nasce niente… ma possono provenire risorse economiche che contribuiscono a pagare guerre, oppressioni, violazioni dei diritti umani»). Qualche poliziotto si preoccupa per le due persone che, zigzagando fra camion e auto, volantinano a più non posso. Ovviamente i timori delle forze dell’ordine sono per l’incolumità dei “pedoni” e nessuno sarebbe così maligno da pensare che invece si miri a ostacolare (che so, per compiacere la potente Fiera) una libertà garantita costituzionalmente come quella di esprimere il proprio pensiero.

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Come si dice «se non ne parlano i media un fatto non esiste». Ma, almeno in Italia, è ormai abitudine tacere delle manifestazioni e dunque l’unico modo per bucare il muro del silenzio sui diamanti insanguinati era creare un “disturbo”. I due più venduti quotidiani vicentini sono stati costretti a raccontare (certo, senza indulgere nei particolari) che non tutte/i partecipano alla festa e anzi denunciano che molti di quei diamanti restano insanguinati. Bene. Un piccolo passo su una lunghissima strada.

Non credo che il mio passaggio vicentino mi costerà una denuncia ma anche fosse… può starci. Ho un piccolo privilegio (essere giornalista professionista) e cerco di usarlo al servizio della libertà di informare, anche in modo non ortodosso; non sono il solo ma certo se fossimo di più… sarebbe meglio. Da parte mia sempre disponibile al bis quando serve, a Vicenza e altrove.

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Ventitré anni sono molti in una vita ma zero nella storia. Prima di essere liberato e diventare presidente del Sudafrica finalmente libero dal razzismo, Nelson Mandela era solo un detenuto. Le Nazioni Unite dicevano che non bisognava commerciare con il Sudafrica dell’apartheid ma l’Italia lo faceva. Alla fine degli anni ’80 per protesta bloccammo banche, manifestammo, suonammo («Scusa Nelson se è poco» era il titolo di un concerto) anche in Italia. E alla Fiera dell’oro di Vicenza vi fu un picchetto di massa piuttosto scomodo visto che denunciava le pesanti complicità italiane: mentre io dentro avevo (con un collega) il piacere d’interrompere un ministro bugiardo e di essere accompagnato fuori, purtroppo all’esterno la polizia rompeva qualche testa.

Mentre tornavo a Vicenza, 23 anni dopo in una situazione analoga, inevitabilmente ho riflettuto sul tempo passato. Per il Sudafrica avevamo ragione noi (i caricati, i censurati): oggi non c’è politico o giornalista che ammette di essere stato dall’altra parte ma è così, eravamo poche/i a protestare. Anche oggi è lo stesso: abbiamo ragione noi a lottare contro i diamanti insanguinati, contro le tante illegalità di Israele, contro l’Occidente che finanzia le guerre minerarie in Congo e altrove e… contro chi vorrebbe il silenzio. Continueremo e continueremo, finché anche la storia ci darà ragione.


Redazione
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4 commenti

  • COME LA RACCONTA “Il Giornale di Vicenza” (con tre righe e mezzo, verso la fine dell’articolo, sulla protesta)
    Il “diamante di conflitto” non solo come pietra i cui proventi vanno a finanziare la guerriglia, ma anche quella proveniente da luoghi in cui si perpetrano altre forme di violenza. Non è solo una questione terminologica la risoluzione scaturita ieri dall’ottavo meeting mondiale del World diamond council (Wdc), il Consiglio mondiale del diamante, che ieri ha aperto a Vicenza il Forum mondiale del gioiello. All’ordine del giorno c’era infatti l’evoluzione dell’azione che finora ha combattuto la piaga dei “diamanti di sangue”, i cui proventi andavano a finanziare movimenti insurrezionali e del Kimberley Process (Kp), la certificazione nata a questo scopo. La mattinata si è aperta con l’inaugurazione del Forum e il taglio del nastro dell’evento che per la prima volta unisce congresso del Wdc e l’assemblea annuale della Federazione internazionale del gioiello, il Cibjo. A fare gli onori di casa il presidente della Fiera Roberto Ditri, che ha accolto i presidenti dei due organismi, Gaetano Cavalieri (Cibjo) ed Eli Izhakoff. Con loro il sindaco di Vicenza Achille Variati, il vicepresidente della Provincia Dino Secco e l’assessore regionale al turismo Marino Finozzi. «Il 14 maggio 2012 – sottolinea Ditri – è un giorno che sarà ricordato negli annali della storia di Fiera di Vicenza e della nostra città. È la prima volta che l’Italia ospita i meeting annuali delle più importanti associazioni a livello mondiale del settore. Per noi è un grande onore». Tra i principali ospiti della giornata Susan Shabangu, ministro delle risorse minerarie del Sud Africa, e Gillian Milovanovic, ambasciatrice statunitense e attuale presidente del Kimberley process, che ha chiesto all’assemblea l’introduzione delle altre forme di violenza nella definizione di “diamanti di conflitto”. Invito accolto nella risoluzione finale che «esprime il suo supporto per l’adozione di una definizione allargata di diamanti di conflitto, che includa altre forme di violenza presenti nelle aree che producono e commerciano il diamante grezzo». In molti, nel corso dell’assemblea, hanno auspicato una “fase due”, che si occupi a tutto tondo di diritti umani e promuova lo sviluppo dei paesi produttori. «Il Kimberley process – afferma Izhakoff – ha aiutato a decimare il commercio che alimentava la guerra civile in Africa, giocando così un ruolo nel creare le condizioni che hanno reso possibili economie più sane e lo sviluppo della società». Izhakoff ha anche sottolineato come il ruolo del Wdc deve essere quello di «cercare di promuovere il potenziale del commercio di diamanti per migliorare le vite delle persone che vivono nei Paesi in cui operiamo. Con questo evidenziando anche che questo proposito è modellato sul rifiuto assoluto di compromessi, quando si tratta dei diritti dei nostri stakeholder a vivere con dignità e in sicurezza». A chiedere un sostegno «alle democrazie in crescita e alle economie emergenti» è stata anche Shabangu, che ha sottolineato come «materie prime che erano simbolo di oppressione possono diventare un faro di speranza assicurando che i cittadini dei Paesi produttori godano di una quota equa dei proventi generati dai diamanti». Tra i consiglieri del Wdc presenti anche l’imprenditore vicentino, Roberto Coin. «Avere questo evento è dare credibilità all’Italia – commenta – Si va nella direzione di aggiungere tutele, perché ognuno di noi deve fare il proprio dovere. Paesi come Sud Africa, Russia e Sierra Leone hanno fatto cose eccezionali. La filiera del gioiello funziona, chi non la fa funzionare è chi esporta illegalmente». Non la pensava così, invece, il giornalista che nel pomeriggio ha estratto un cartello con la scritta “diamanti di sangue, boicotta Israele”, sostenendo che il controllo è fatto solo sul diamante grezzo , portando all’interno la protesta di un gruppo di manifestanti . Il Forum prosegue oggi con un evento organizzato da Itcco, centro di formazione collegato alle Nazioni Unite che si occupa di codice etico, sostenibilità, diritti umani, lavoro e salvaguardia ambientale.
    Maria Elena Bonacini

  • Grande Daniele!

  • ben tre persone hanno commentato questo articolo, in parte negativamente, ma chiedendomi (mi sfugge il perchè) di non essere citate, soprattutto in blog. Una delle critiche – la campagna di boicottaggio contro Israele non funziona – mi ha fatto tornare in mente che un amico anglofono (io non lo sono) mi aveva segnalato a inizio maggio un editoriale – definito da lui stesso come “le parole piu’ dure che ho mai detto” – delll’arcivescovo Desmond Tutu dove chiama tutti i cristiani del mondo a partecipare alla Campagna internazionale di boicottaggio dei prodotti israelani (BDS: http://www.bdsmovement.net/). La campagna, iniziata nello scetticismo generale, si sta rivelando un successo inaspettato, e comincia a preoccupare il governo israeliano.
    Il testo dell’articolo di Tutu e’ qui:
    http://www.tampabay.com/opinion/columns/justice-requires-action-to-stop-subjugation-of-palestinians/1227722
    Ovviamente se qualcuno/a mi mette a disposizione la traduzione la posto ben volentieri in blog (db)

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