Il passato – Asgar Farhadi

di Ismaele (*)

anche qui una separazione, anzi, più d’una.

Asgar Farhadi è un regista dei rapporti umani, e raccontare unioni felici sarebbe davvero noioso, per lui e per noi.

così ci caliamo in una storia con una scrittura che ti cattura nella sua ragnatela, aggiungendo sempre più elementi fino all’ultimo minuto.

bravi tutti, e molto, ancora di più Tahar Rahim (già protagonista ne “Il profeta”, di Audiard), che all’inizio sembra il meno “affidabile”, ma, come negli altri film di Asgar Farhadi, nessuno ha la verità, tutti hanno la loro, nessuno è perfetto, tutti sono imperfetti, nessuno è bianco o nero, tutti hanno qualcosa da nascondere, o meglio, nessuno può dire tutto, di sicuro non subito, è un processo laborioso quello di far uscire il nascosto, almeno di una parte di quello che ci portiamo dentro, e vogliamo credere sia giusto o vero, anche se non lo è.

Ahmad, arrivato a Parigi per una firma, con la sua ingenuità, o il suo ardire, ha il ruolo di iniziare a rendere palese qualche verità, e poi ognuno è costretto, o si costringe, a fare i conti con i pesi che si porta dentro.

un film da non perdere, promesso.

(*) Trovate questo appuntamento in blog ogni lunedì e giovedì sera: di solito il lunedì film “in sala” e il giovedì quelli da recuperare. Ismaele si presenta così: «Tre film al giorno, tre libri alla settimana, dei dischi di grande musica faranno la mia felicità fino alla mia morte” (François Truffaut). Siccome andare al cinema deve essere piacere vado a vedere solo quei film che penso mi interessino (ognuno ha i suoi pregiudizi). Ne scriverò e mi potrete dire se siete d’accordo o no con quello che scrivo; ognuno vede solo una parte, mai tutto, nessuno è perfetto. Ci saranno anche film inediti, ma bellissimi, film dimenticati, corti. Non parlerò mai di cose che non mi interessano o non mi sono piaciute, promesso; la vita è breve non perdiamo tempo con le cose che non ci dicono niente».

redaz
una teoria che mi pare interessante, quella della confederazione delle anime. Mi racconti questa teoria, disse Pereira. Ebbene, disse il dottor Cardoso, credere di essere 'uno' che fa parte a sé, staccato dalla incommensurabile pluralità dei propri io, rappresenta un'illusione, peraltro ingenua, di un'unica anima di tradizione cristiana, il dottor Ribot e il dottor Janet vedono la personalità come una confederazione di varie anime, perché noi abbiamo varie anime dentro di noi, nevvero, una confederazione che si pone sotto il controllo di un io egemone.

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