Tutta questa infamia non è destinata a durare

un nuovo appuntamento con le «sparite-sparate» (*)  

I – Di che razza sono i numeri?

L’uso in questa rubrica dei numeri romani è sarcasmo verso chi vorrebbe liberarci della multiculturalità (antica quasi come il mondo e necessaria come l’acqua) e perciò anche dei numeri arabi.

II – Mari e muri

Vale la pena leggere qualche passaggio dell’editoriale di «Le monde diplomatique» (al solito l’edizione italiana è in edicola, per un mese, con «il manifesto» a tre euri) scritto da Serge Halimi. «Trent’anni fa i candidati all’esilio, in fuga da un sistema politico oppressivo, raccoglievano gli elogi dei Paesi ricchi e della stampa. Si usa dire allora che i rifugiati avevano “scelto la libertà” cioè l’Occidente (…) Oggi però siriani, somali, eritrei che a centinaia di migliaia “scelgono la libertà” non sono accolti con lo stesso entusiasmo. Il XII ottobre scorso a Lampedusa c’è stato bisogno di una gru per caricare su una nave da guerra le spoglie di quasi trecento boat people (…) La loro fine ha ispirato alcuni politici europei, A esempio Brice Hortefeux, ex ministro dell’interno francese, ha ritenuto che il caso dei naufraghi di Lampedusa imponesse di rispondere “a una prima emergenza, quella di rendere meno attrattive le politiche sociali dei nostri Paesi” (…) Ma c’è un aspetto anche più sordido: tutto questo non è destinato a durare. Un giorno il Vecchio Continente tornerà a fare appello ai giovani migranti per arginare il proprio declino demografico. Allora sentiremo dire l’esatto contrario, i muri cadranno e si apriranno i mari».

III – Mare Monstrum

Così si intitola un articolo di Antonio Mazzeo che gira in rete (ed è stato poi ripreso su «il manifesto»). Ne riprendo larghi stralci. «Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti. Qualcuno ha storto il muso per il nome, Operazione Mare Nostrum. […] In verità risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena iper-muscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze. L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del III ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono trecentosessantaquattro fra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. […] Governo e Stato maggiore hanno rispolverato l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato a incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori” recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. […] In nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché Mare Mostrum è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai Paesi Nato e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli Stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. […] Detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati Predator, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone. Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa IV milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il “Sole 24 Ore” […] ha calcolato una spesa media giornaliera di trecento mila euro, cioè IX milioni al mese a cui vanno aggiunti un milione e mezzo di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale X milioni e mezzo. La rivista specializzata “Analisi Difesa” ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i XII milioni al mese. […] Da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il XX per cento di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” e “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla».

IV – Intanto sui rom…

vale segnalare un nuovo comunicato di Amnesty International intitolato «I campi della segregazione per i rom, una macchia per la città di Roma». Qui http://www.amnesty.it/Italia-campi-della-segregazione-per-rom-una-macchia-per-citta-di-roma potete leggerlo per intero.

V – Altri razzismi che…

dobbiamo e possiamo sconfiggere sono la misoginia, il pregiudizio contro i disabili e l’omofobia. Sulla prima questione chi comprerà questo numero di «Come» per le strade probabilmente lo farà a cavallo dello «sciopero delle donne», il XXV novembre, contro la violenza maschile. Proprio oggi per chi sta leggendo il blog. In ogni modo, per saperne di più andate qui: http://www.scioperodelledonne.it/. Sul pregiudizio contro i disabili bisognerebbe ragionare (più volte ne abbiamo accennato in questa rubrica) come i tagli nella scuola per il “sostegno” e la mannaia continua sulle spese sociali ributtino le persone in difficoltà e le loro famiglie nell’ombra e spesso nella disperazione: tutto ciò in concreto alimenta il razzismo. Anche l’omofobia appare in crescita (ma se davvero il nuovo papa su questo tema cambierà “strategia” forse le cose cambieranno radicalmente) però arrivano dai tribunali alcune di quelle buone notizie che invece ci si aspetterebbe da un Parlamento italiano svogliato se non ambiguo e da governi sempre assenti sui temi dei diritti civili. Come racconta il comunicato qui sotto.

VI – La Cassazione fa cadere…

… altri pregiudizi. Così si intitola un comunicato di Famiglie Arcobaleno. Eccone ampi stralci. «Grazie alla Cassazione iniziano a cadere i pregiudizi sull’affidamento di bambini a coppie gay: un minore può crescere in modo equilibrato all’interno di una famiglia omosessuale, come è ampiamente provato dalle molte ricerche compiute nei Paesi anglosassoni e nordeuropei. Dove la legislazione in materia di matrimonio, affidamento e adozioni è più avanzata rispetto alla nostra, la realtà omogenitoriale è già stata ampiamente indagata e tutti i risultati vanno verso la direzione opposta da quella indicata dal familismo nostrano e dal mito della “famiglia naturale”. Ora, dopo la notizia che il Tribunale dei minori di Bologna ha dato in affido una bambina a una coppia gay di mezza età, spunta un altro caso a Genova, una felice convivenza che dura ormai da V anni grazie a una coppia lesbica.. “Da tempo in alcuni tribunali italiani si è proceduto all’affidamento a coppie non sposate, single e anche omosessuali […]” sottolinea Damiano Fiorato, responsabile dello sportello legale di Approdo Arcigay Genova. “La vera famiglia naturale è quella dove regnano rispetto e amore” dichiara la presidente Ostilia Mulas. […] Come riconosciuto dalla Cassazione e oggi anche dai Tribunali dei minori è un pregiudizio crudele, basato sul disprezzo e la disumanizzazione nei nostri confronti, che le persone LGBT non possano essere bravi genitori, in qualsiasi forma ci capiti di diventarlo”. […] Aggiunge Giuseppina La Delfa, presidente di Famiglie Arcobaleno; “c’è una volontà politica di non vedere i fatti, per non dover concedere riconoscimento e tutele. Ma in Italia, di coppie e single omosessuali e trans che crescono figli ce ne sono a migliaia. È nessuno è ancora riuscito a dimostrare che li crescano meno bene degli altri. Basta con la retorica e l’ipocrisia: più giustizia e verità”». Su www.famigliearcobaleno.org altre notizie e una preziosa documentazione.

VII – Razzismi istituzionali

Molto interessante anche la notizia (che mi arriva dall’Asgi, l’Associazione studi giuridici immigrazione) di un’indagine giornalistica sul razzismo istituzionale. A partire dalla definizione: «Si parla di razzismo istituzionale quando politiche, norme e prassi amministrative perpetuano, rinforzano o producono la disuguaglianza e il malessere sociale di minoranze svantaggiate». E subito dopo un interessante esempio dall’Inghilterra: «La Commissione MacPherson – incaricata di indagare l’eventuale presenza di comportamenti pregiudiziali e discriminatori della polizia britannica verso la popolazione di origine straniera – utilizza la seguente definizione di razzismo istituzionale: “quel complesso di leggi, costumi e pratiche vigenti che sistematicamente riflettono e producono le disuguaglianze nella società. Se conseguenze razziste sono imputabili a leggi, costumi e pratiche istituzionali, l’istituzione è razzista sia se gli individui che mantengono queste pratiche hanno intenzioni razziste, sia se non le hanno. […] [Sono istituzioni razziste] strutture, politiche, processi e pratiche organizzative che, spesso senza intenzione o consapevolezza, determinano che le minoranze etniche siano trattate in modo ingiusto e meno ugualmente” (cfr
<http://cleliabartoli.wordpress.com/Documents%20and%20Settings/Proprietario/Desktop/Materiali%20per%20il%20sito/definizione%20di%20razzismo%20istituzionale.doc#_ftn1>)

Ancora: «Il criterio di identificazione delle istituzioni razziste riguarda quindi gli effetti discriminatori prodotti, non le intenzioni dell’ente o dei suoi funzionari. Ciò significa che per determinare il razzismo di un’istituzione non è necessario che i funzionari abbiano pregiudizi e finalità oppressive o che vi sia un’esplicita ideologia razzista: basta che una certa legge, una politica, una pratica vigente di fatto crei, perpetui o aggravi la disuguaglianza di minoranze etniche, culturali, religiose o nazionali».

10 (numero romano) – Finchè c’è lei…

la Costituzione, qualche speranza c’è – anche in questi brutti tempi – ma bisogna difenderla e applicarla. A partire dall’articolo 10 (numeri arabi sì). Questa rubrica chiude sempre così: un richiamo all’Italia migliore ma soprattutto un impegno a non arrendersi a quella peggiore.

(*) Notizie sparite, notizie sparate. Certezze, mezze verità, bufale, voci. Questa rubrica – che inizialmente avevo pensato per il mensile «Come solidarietà» dove continua a uscire – prova a recuperare e/o commentare quel che i media tacciono e/o pompano (oppure rendono incomprensibile, con il semplice quanto antico trucco di de-contestualizzarlo) su migranti, razzismi, meticciato, intercultura e dintorni. Le puntate precedenti si possono vedere qui in blog. (db).

Redazione
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