Il profeta della porta accanto

Visioni apocalittiche di ordinaria quotidianità nella fantascienza di Ray Bradbury

di Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

Ray Bradbury ci ha lasciato. Anche per lui, la forbice delle Moire ha sentenziato la fine dell’esistenza terrena, il cui filo era inesorabilmente intessuto di humor, eleganza e abrasività.

Naturalmente Ray Bradbury (Waukegan, 22 agosto 1920 – Los Angeles, 6 giugno 2012) aveva tessuto le sue poesie con il metallo e il fuoco della fantascienza.

Erano proprio poesie, sogni in chiave nera quelli che Ray aveva scritto, una prosa magnifica e ricca, a tratti anche preziosa.

Era un satirista di altri tempi, sule orme della satira nera di Jonathan Swift, figura alla quale era spesso accostato, per l’impegno civile e l’abrasività mai gratuita delle parole.

Non era un uomo facile alla polemica: egli vedeva, criticava e costruiva.

Proponeva, soprattutto. Sapeva vedere oltre alla critica fine a se stessa, alla voglia di mettersi in mostra, dando contro all’immagine dell’intellettuale avverso adogni cosa, per partito preso.

I suoi incubi propongono anche una concreta, seppur vaga, via d’ uscita.

La pochezza, messa in luce da molti, è dovuta al fatto che si concretizza in un cammino in progressione, verso il quale tutti noi, nessuno escluso, deve trovare la forza e la serietà d’incamminarsi.

Vivere tutti insieme fuori da un carcere è qualcosa di molto rognoso, sembra quasi ironizzare Bradbury. Non si può stare rinchiusi nelle assai poco rassicuranti fortezze casalinghe moderne, ricolme di allarmi all’ultimo grido, sbarre alle finestre, animali feroci alla porta, televisioni grandi quanto una parete che urlano all’utente ciò che deve desiderare, in che modo averlo e a chi deve lasciare la delega alla propria libertà, per ottenere l’agognata soddisfazione del fittizio e artificioso bisogno consumista.

E’ necessario liberarsi da questa prigione, dentro la quale noi tutti siamo stati gettati in catene dorate, con tutti i confort desiderabili, al solo prezzo dell’anestesia del pensiero e della libertà dell’azione comune per un mondo più giusto, libero e solidale.

Sembrano scene dei giorni nostri, in realtà le aveva descritte con somma precisione nel suo romanzo capitale, nella sua opera omnia, vera e propria summa teologica di liberazione.

“Era una gioia appiccare il fuoco. Era una gioia speciale vedere le cose divorate, vederle annerite, diverse. Con la punta di rame del tubo fra le mani, con quel grosso pitone che sputava il suo cherosene venefico sul mondo, il sangue gli martellava contro le tempie, e le sue mani diventavano le mani di non si sa quale direttore d’orchestra che suonasse tutte le sinfonie fiammeggianti, incendiarie, per far cadere tutti i cenci e le rovine carbonizzate della storia. Col suo elmetto simbolicamente numerato 451 sulla solida testa, con gli occhi tutta una fiamma arancione al pensiero di quanto sarebbe accaduto la prossima volta, l’uomo premette il bottone dell’accensione, e la casa sussultò in una fiammata divorante che prese ad arroventare il cielo vespertino, poi a ingiallirlo e infine ad annerirlo” (“Farenheit 451”, 1953).

Così inizia il libro che narra il rogo di tutti i suoi simili. Il protagonista è il pompiere Montag, è bravo nel suo lavoro: solo che non è pagato per spegnere gli incendi ma per appiccarli.

Brucia libri, quei deliziosi oggetti di carta che prendono fuoco tanto bene alla temperatura indicata nel titolo, la quale, guarda caso, è anche il numero inciso sull’elmetto di Montag.

Vive in una società dove i libri sono considerati fuorilegge, dove a farla da padrona è la televisione, ogni persona ha in casa un maxischermo grande come una parete intera, da cui, per tutto il giorno, si ode la voce dei presentatori e dei programmi televisivi.

“Riempi i loro crani di dati non combustibili, imbottiscili di fatti al punto che non si possano più muovere tanto sono pieni, ma sicuri di essere veramente bene informati. Dopo di che avranno la certezza di pensare, la sensazione di movimento, quando in realtà son fermi come un macigno. E saranno felici, perché fatti di questo genere sono sempre gli stessi. Non dar loro niente di scivoloso e ambiguo come la filosofia o la sociologia affinché possano pescare con questi ami fatti ch’è meglio restino dove si trovano. Con ami simili, pescheranno la malinconia e la tristezza” (ancora “Farenheit 451”).

Una società che non ammette la libertà del pensiero, dove la sicurezza e l’ordine sono al primo posto: tutto deve essere preciso e regolato come un orologio.

Solo che a Montag non basta più, cerca la strada della ribellione.

Incontra una ragazza, che gli farà conoscere la Bibbia, di cui possiede solo una delle pochissime copie rimaste sull’intero territorio degli Stati Uniti.

Un bene preziosissimo e proibito.

“Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita. La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive” (“Farenheit 451”).

Montag non riesce più a tornare indietro, inizia a leggere continuamente quel libro, ne impara a memoria interi capitoli, recita a se stesso, in autobus, in ogni luogo, le pagine dell’Ecclesiaste, quasi una muta preghiera, per far risuonare la sua anima di qualcosa di più pieno, un barlume di pensiero diverso da ciò che si dice normalmente.

Durerà poco: Montag si tradirà presto e dovrà fuggire, se non vuole essere bruciato dai suoi stessi colleghi insieme a quell’unico rarissimo libro, che lui stesso è costretto a sacrificare nel forno, in un maldestro tentativo di riuscire a non perdere tutto in un lampo.

La fuga non dura molto: Montag troverà rifugio nei boschi, salvato dalla ragazza, la quale gli farà conoscere la comunità nascosta degli uominii-libro. Persone comuni, entrate in contatto con la potente e viscerale “droga” della carta stampata e che come Montag hanno imparato a memoria quei singolari oggetti un tempo di uso e piacere comune, ma che ora sopravvivevano solo dentro la loro mente, narrati dalla loro viva voce.

“C’era un buffissimo uccello, chiamato Fenice, nel più remoto passato, prima di Cristo, e questo uccello ogni quattro o cinquecento anni si costruiva una pira e ci si immolava sopra. Ma ogni volta che vi si bruciava, rinasceva subito poi dalle sue stesse ceneri, per ricominciare. E a quanto sembra, noi esseri umani non sappiamo fare altro che la stessa cosa, infinite volte, ma abbiamo una cosa che la Fenice non ebbe mai. Sappiamo la colossale sciocchezza che abbiamo appena fatta, conosciamo bene tutte le innumerevoli assurdità commesse in migliaia di anni e finché sapremo di averle commesse e ci sforzeremo di saperlo, un giorno o l’altro la smetteremo di accendere i nostri fetenti roghi e di saltarci sopra. Ad ogni generazione, raccogliamo un numero sempre maggiore di gente che si ricorda” (“Farenheit 451”).

Mi fermo qui ad analizzare questa opera fondamentale: la considero, per via della mia particolare natura bibliofilia, uno dei testi che mi terrorizza maggiormente.

Un mondo dove i libri sono considerati come droghe, più o meno pesanti.

Sicuramente illegali, come lo sono la cannabis, le anfetamine, la cocaina, il crack. Sostanze stupefacenti che fondono il cervello, portando lentamente alla morte.

La società del consumismo rende possibile tutto questo, le persone vivono una non vita, fatta di giornate riempite da coloro che sanno benissimo cosa è meglio per te.

La pubblicità martella continuamente l’individuo, annullando lo spazio libero per l’attività del Pensiero, rende impossibile la disponibilità all’informazione, alla sana noia, durante la quale l’essere umano riempie lo spazio vuoto con la propria fantasia e creatività.

Tutto è votato alla alienazione, al rendere la vita della persona una schiavitù volontaria, a propinare la più barbara delle follie per atti pienamente razionali, anzi, doverosi.

Inculca a forza la necessità del sacrificio, per sfruttare, consumare ed eliminare i problemi alla radice invece che, seriamente, risolverli.

“Ripeto: la follia del tutto giustifica le follie particolari e trasforma i delitti contro l’umanità in un’impresa razionale. Quando il popolo, stimolato ad arte dalle autorità pubbliche e private, si prepara a vivere in regime di mobilitazione generale, esso mostra d’esser ragionevole non soltanto a causa della presenza del Nemico, ma pure a causa delle possibilità di investimento e d’occupazione offerte dall’industria e dalle attività di divertimento. Anche i calcoli più folli appaiono razionali: annientare cinque milioni di persone è preferibile che non annientarne dieci milioni, o venti, e così via. È futile obbiettare che una civiltà che giustifica la propria difesa con un calcolo del genere proclama la propria fine” (Herbert Marcuse, “L’uomo a una dimensione”, 1964).

Naturalmente tutto ciò è votato per ottenere il favore delle persone e delle vittime potenziali. Ognuno di noi, quotidianamente, sperimenta questo tipo di vita e di attività sociale, psicologica, antropologica, filosofica. Consiste nel plagiare le masse, crimine epocale e sotterraneo, perpetrato da network e gruppi di uomini potenti, ricchi e senza scrupoli.

La seconda guerra mondiale ha messo in luce le terribili conseguenze della dittatura nazifascista; Ray Bradbury viveva in anni oscuri, dominati dal maccartismo e da una ideologia politica e sociale arroventata dal bisogno di ritrovare un nemico comune, uno spettro che potesse scatenare ancora la paura irrazionale verso l’Altro, il diverso, che automaticamente mi diventa ostile.

Come ottenere facilmente il controllo della democrazia, se non attraverso il controllo unilaterale del giudizio delle menti, private del tempo da dedicare alle letture, al tempo libero, alle chiacchierate costruttive e piacevoli?

Bradbury ne diventa uno strenuo cantore: un durissimo atto di denuncia che purtroppo rimane inalterato nel corso degli anni, i suoi incubi così ben descritti, ai nostri occhi ora sono precise profezie, che rendono meglio di vacui vaticini riguardo a non meglio precisate apocalissi.

“La minaccia di una catastrofe atomica, che potrebbe spazzar via la razza umana, non serve nel medesimo tempo a proteggere le stesse forze che perpetuano tale pericolo? Gli sforzi per prevenire una simile catastrofe pongono in ombra la ricerca delle sue cause potenziali nella società industriale contemporanea. Queste cause rimangono non identificate, non chiarite, non soggette ad attacchi del pubblico, poiché si trovano spinte in secondo piano dinanzi alla troppo ovvia minaccia dall’esterno” (ancoraMarcuse, “L’uomo a una dimensione”).

La grande denuncia di Ray Bradbury non è tanto la morte del libro in sè ma della coscienza umana, delle capacità critico analitiche che lasciano il posto alla passività e al menefreghismo, alla morte sociale e della socialità tra le persone, dominate dal bisogno indotto di benessere e sicurezza. Finendo alla fine per essere pecore rinchiuse in un asettico macello, a belare indefesse, sfamate dal padrone, in attesa di essere pronte alla mano che reciderà loro la gola, una vera e propria distruzione della persona, in tutto e per tutto resa aliena a se stessa.

“Il risultato è l’atrofia degli organi mentali necessari per afferrare contraddizioni ed alternative, e nella sola dimensione che rimane, quella della razionalità tecnologica, la coscienza felice giunge a prevalere. Essa riflette la credenza che il reale è razionale, e che il sistema stabilito, nonostante tutto, mantiene le promesse. Gli individui sono portati a scorgere nell’apparato produttivo l’agente effettivo del pensiero e dell’azione, a cui pensiero e dazione del singolo possono e debbono cedere il passo. Nel cambio, l’apparato assume pure il ruolo di un’agente morale. La coscienza è assolta dalla reificazione, dalla generale necessità delle cose” (“L’uomo a una dimensione”).

Anche per Ray Bradbury l’uomo è a una dimensione, come un foglio bianco su cui scrivono altri, interessati a imporre la propria visione delle cose sulle pecore volte al macello.

Contro questa atrofia, Bradbury propone una sola alternativa: essere noi stessi cultura viva.

I libri non sono una cosa morta, merce fra altre merci in uno scaffale da supermercato. Non per nulla, il primo atto di qualsiasi dittatore consiste nel distruggere i libri, nullificando di fatto l’identità culturale e l’immaginario collettivo di una popolazione. Un crimine perpetrato fin dall’antica Roma, nei riguardi a esempio del popolo etrusco o, in tempi più recenti, ai roghi di libri da parte degli appartenenti al nazifascismo.

Il sistema della Destra Totalitaria e dello Stalinismo più bieco e inumano poggia sull’efficienza e  sulla produttività, sulla crescita, sull’ordine, finalizzando tutto a combattere un fantomatico Nemico Comune che viene dall’Esterno, un Alieno che porterà via tutto quello che si è faticosamente conquistato: benessere, auotmobile, televisore, lavatrice. Priverà il mondo civile di tutto, tacendo il fatto che quello che loro vendono è il reale veleno che ammorba le persone. Tacciono persino sulla Verità del loro agire, sul non nascondere il reale fine delle loro azioni, permeate di arti oscure volte al dominio personale del mondo, senza che le pecorelle belanti se ne rendano minimamente consapevoli, o sarebbe il Caos Totale.

“Noi viviamo e moriamo in un mondo razionale e produttivo. Noi sappiamo che la distruzione è il prezzo del progresso, così come la morte è il prezzo della vita; che rinuncia e fatica sono condizioni necessarie del piacere e della gioia; che l’attività economica deve proseguire, e che le alternative sono utopiche. Questa ideologia appartiene all’apparato stabilito della società: è un requisito del suo regolare funzionamento, fa parte della sua razionalità” (“L’uomo a una dimensione”).

Gli uomini che si ribellano a questo Destino Imposto, battendosi davvero per il Bene Comune, si trasformano loro stessi in Rivolta Vivente, formando una comunità clandestina, partigiana, portatrice di libertà di pensiero, azione, parola.

Espressione e critica viva e vitale, che soffocherà per sempre il fuoco sacro dei Pompieri.

Ray Bradbury ha lasciato questo mondo, non senza lasciare qualcosa dietro di sè: un canto di vita utopica per un mondo più umano e giusto.

Redazione
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3 commenti

  • un bellissimo pezzo
    grazie
    Vorrei chiarire un punto. Fabrizio scrive: “Sicuramente illegali, come lo sono la cannabis, le anfetamine, la cocaina, il crack. Sostanze stupefacenti che fondono il cervello, portando lentamente alla morte”.
    Da parte mia prendo atto che la cannabis è illegale ma ogni evidenza scientifica (ed esperenziale: ho amici e amiche che da 30-40 anni consumano canne senza danni) porta a distinguerla dalle altre citate, insomma non fonde il cervello.
    Presumo che anche Fabrizio la veda così (e che dunque la frase sia stata scritta di fretta) ma se così non fosse… resta immutata la mia stima per lui ma gli dò appuntamento domani all’alba dietro il convento: duello al primissimo sangue… La scelta delle “armi”: palline da ping-pong, rutti, molliche di pane oppure bolle di sapone.

  • Fabrizio (Astrofilosofo) Melodia

    Grazie DB, in effetti mi riferivo alla considerazione comune, in cui la cannabis viene ancora ricondotta alle droghe. Io da anni mi batto per la sua legalizzazione e non solo a scopo farmaceutico. Sono rimasto deliziato nell’apprendere che la regione Toscana ha legiferato positivamente a tale proposito, permettendo l’uso della cannabis a livello farmaceutico. Purtroppo a causa del capitalismo inglese che puntava tutto sulla lana, la cannabis venne messa al bando come pericolosa concorrente e tuttora ne sconta la pena. Molti medici inoltre tuttora negano l’uso terapeutico di questa pianta naturale, io personalmente non ho potuto farla usare nella terapia del doloro per i miei genitori morti di cancro.
    Abbiamo ancora molta strada da fare, per fortuna non è più tutta in salita, anche se il piano sanitario della regione Veneto è a dir poco criminale, ospedali che chiudono, sprechi e costi esorbitanti, project financing che mette in mano ai privati strumenti, ricerche e sale per il loro arricchimento… e i precedenti assessori alla Sanità, tutti provenienti dalla Lega Nord di Verona, che hanno portato a tutto questo, ora sono al sicuro ai loro posti, uno di loro, il famoso Flavio Tosi è stato riconfermato a larga maggioranza sindaco di Verona. Sempre avanti allora, affinchè la terapia del dolore divenga tale anche in tutta Italia, nonostante la disastrosa e criminale gestione delle risorse degli ultimi 18 anni…. e ritienimi disponibile per la partita a ping pong però dopo voglio la rivincita a calcetto balilla… ^_________________________^

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