Il signor Sb, surrealmente innocente

di Gian Marco Martignoni

Era prevedibile che Silvio Berlusconi, disponendo di una potenza di fuoco mediatica senza eguali in Europa, per via di un irrisolto conflitto di interessi, non accettasse la sentenza pronunciata dalla Cassazione e proseguisse nella sua reiterata strategia eversiva, di stampo sudamericano, contro lo Stato di diritto e il controllo di legalità esercitato dalla magistratura.

D’altronde, poiché siamo giunti, fortunatamente, alla resa dei conti di un ventennio regressivo e drammatico per il nostro Paese, è inevitabile che il caudillo nostrano giochi le sue ultime carte – proclamandosi surrealmente innocente, ovvero legibus solutus – sostenuto in questo suo disperato tentativo manipolatorio dalla nullità intellettuale del ceto politico servile che lo attornia, che semmai brilla, dalla Gelmini alla Santanchè passando poi per Bondi e Brunetta, per la costante e stucchevole presenza televisiva.

Infatti, se si eccettua la Russia di Putin e forse il dittatore del Kazakistan Nazarbayev, nessuno crede a livello planetario a una persecuzione nei suoi confronti da parte della magistratura, stante che – si veda «la Stampa» del 3 agosto – dal 21 novembre 1994, data della prima indagine per tangenti alla Guardia di Finanza, Silvio Berlusconi ha collezionato la bellezza di ben 53 provvedimenti penali.

Se ciò è avvenuto, per una serie di conflitti che vanno da All Iberian I e II, Medusa, bilanci Fininvest, Lodo Mondadori, Sme, Mills, diritti TV-Mediaset, evidentemente, e considerato che sulle origini del patrimonio che ha favorito l’ascesa imprenditoriale di Silvio Berlusconi si sono accumulati forti dubbi sulla loro effettiva trasparenza, non siamo certamente in presenza di uno stinco di santo, bensì dell’espressione di quell’Italia illegale che vuole sottomettere alla sua perversa logica qualsiasi processo economico-sociale e culturale.

Non è un caso che Silvio Berlusconi sia entrato in politica dopo l’uscita di scena, a colpi di monetine, del sodale Bettino Craxi, e che figurasse fra gli aderenti alla Loggia massonica P2 di Licio Gelli, che, guarda caso, aveva tra i suoi obiettivi l’affossamento della Costituzione repubblicana antifascista e la fine dell’indipendenza della magistratura.

Di fatto l’annunciata rivoluzione liberale si è rivelata un mero esercizio propagandistico, mentre nella realtà concreta Silvio Berlusconi ha condotto il Paese ad un declino economico, sociale e soprattutto culturale di vaste e profonde dimensioni .

Uno dei periodi più bui del nostro Paese, come ha rilevato giustamente Paolo Provenzi nel corsivo «Toghe rosse, il complotto immaginario» su «La Prealpina» di lunedì 5 agosto, proprio per il ruolo pedagogicamente negativo che Silvio Berlusconi ha avuto nell’immaginario collettivo.

Per queste ragioni va respinto l’ennesimo ricatto politico di questo spregiudicato demagogo, non tanto rispetto alle sorti del transitorio governo delle larghe intese, bensì rispetto al fondamentale principio di uguaglianza contenuto nell’articolo 3 della nostra Costituzione.

Pertanto – come è accaduto al suo amico Cesare Previti – Silvio Berlusconi è obbligato a lasciare lo scranno che occupa in Parlamento, senza che ciò produca alcun scandalo politico, in quanto come recita l’articolo 54 della Costituzione “«i cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche, hanno il dovere di adempierle, con disciplina ed onore».

Infine, se è vero che Silvio Berlusconi ha cementato in questo ventennio attorno alla sua figura un blocco sociale reazionario assai composito nella sua articolazione, è opportuno sottolineare quanto ha scritto il filosofo del diritto Luigi Ferraioli a proposito della giurisdizione, che opera secondo una regola fondamentale: «assolvere in mancanza di prove anche se tutta l’opinione pubblica vuole la sua condanna e condannare in presenza di prove anche se tutta l’opinione pubblica vuole l’assoluzione».

(è una lettera inviata a «Varese News» e pubblicata ieri)

 

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