“Io speriamo che me la cavo” con il computer

di Santa Spanò   

«Cari amici buonasera. Eccoci nuovamente insieme per imparare a leggere e scrivere…». Erano gli anni ’60:

cartelle di cuoio o libri portati a mano, tanto analfabetismo ma voglia grande di emancipazione attraverso la scuola. Il maestro Alberto Manzi salutava così gli italiani dagli studi della Rai.

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Come «buona maestra» la tv: dal 15 novembre 1960, data d’inizio della trasmissione «Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta».

La Rai – con il sostegno del ministero della Pubblica Istruzione – entrava nelle case italiane (e nei gruppi di ascolto appositamente organizzati) affidando a Manzi il compito di insegnare a leggere e scrivere agli italiani che oramai avevano passato da un pezzo l’età scolare. Gli analfabeti censiti in Italia fra gli anni ’50 e ’60 erano più di 13 milioni e l’iniziativa – una grande iniziativa – consentì a più di 1 milione di italiani di prendere la licenza elementare.

A 40 anni di distanza dalle lezioni di Alberto Manzi una notizia: «Un terzo degli italiani adulti ha difficoltà di lettura, di scrittura e di conteggio, ed è quindi praticamente analfabeta. Un altro terzo supera queste difficoltà, ma non procede oltre nei livelli di alfabetismo, e quindi si trova in una situazione che psicologi e sociologi definiscono eufemisticamente a rischio, mentre la realtà è molto più cruda»; così nel 2000 l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) nella seconda ricerca internazionale – la prima a cui partecipa l’Italia – sulle competenze alfabetiche della popolazione adulta; la potete rintracciare anche nell’archivio “Edscuola”. Secondo i dati pubblicati nel 2005 dall’Unla, cioè l’Unione nazionale per la lotta all’analfabetismo, e basati sul censimento del 2001, fra i cittadini italiani sopra i 6 anni quasi 6 milioni erano privi di titolo di studio o analfabeti. I dati Ocse vengono riconfermati anche nel 2013: un terzo della popolazione riesce a leggere a fatica un testo e di questo non ha capacità d’interpretazione; la situazione si ripete in presenza di calcoli, grafici o tabelle.

Sempre nel 2013 – stando a un’analisi del blogger Vincenzo “Vincos” Cosenza – sarebbero «24 milioni gli utenti attivi al mese» su Facebook e «sono 15 milioni coloro che, almeno una volta al mese, lo usano da un tablet o uno smartphone, mentre 10 milioni accedono quotidianamente». Notizia che farebbe pensare a un Paese dove se da un lato esiste un numero non indifferente di gente che non sa né leggere e né scrivere, dall’altro ci si trova di fronte a una fetta enorme di popolazione fortemente “informatizzata”. Ma l’Ocse anche qui ha numeri sconfortanti: «metà della popolazione italiana non possiede neanche il computer e per chi ce l’ha il suo utilizzo è spesso limitatissimo e anche sbagliato… è la fascia over 45 a destare maggiore preoccupazione». Si legge sulla “tech.fanpage” che definisce l’Italia «il Paese di Gogol»: lo scrittore russo c’entra ben poco – magari il Gogol’ satirico avrebbe qualcosa da dire se potesse parlare – si tratta solamente della storpiatura di Google; meglio comunque non fare una ricerca su quanti conoscono Gogol’ … Perché fra quelli che sanno leggere si legge anche poco.

Tutto questo farebbe supporre che siamo un popolo di “guardoni”, come da bambini quando la parola ci era sconosciuta e il piacere e la curiosità stava tutta nel guardare le figure. Un popolo di curiosoni che poco sa interagire con “la macchina” e i suoi strumenti. Molto spesso – anche se questo non ne fa un dato, si tratta di un’esperienza personale – sento dire: «sono iscritta/o a Fb, ma non partecipo, non so usarlo bene» e sottovoce qualcuno confida di «avere grosse difficoltà nello scrivere». Per non parlare di tutta una serie di strumenti pressoché sconosciuti: dalla ricerca in internet, passando per il download di dati, alla registrazione di un account di posta, alla condivisione di documenti. Tutto sembra ridursi alla voglia di vedere: il 59% utilizza la ricerca per immagini, la percentuale maggiore va alla ricerca di prodotti turistici, di telefonia e di abbigliamento; i libri e le riviste restano fanalino di coda. E non dimentichiamo le vere e proprie roccaforti di utilizzo, che sfociano sempre più spesso nella “dipendenza”. In cima alla classifica l’utilizzo cibersessuale, con la ricerca di materiale pornografico e l’iscrizione ai vari siti d’incontri, dove si è scoperto che una grossa percentuale di iscritti nella messaggistica usa il tasto “copia e incolla” (non sapranno scrivere ma almeno sanno usare un comando. Magra consolazione). Segue la ciber-relazionale, dove un “amico” on line sostituisce le relazioni reali, l’individuo si fa social e la rete diventa mito. Tutti su Fb allora e, secondo un’altra indagine, che anche nei siti cosiddetti social un’alta percentuale è alla ricerca di un “adulterio” virtuale (qualcuno disse che “il sesso è la droga dei poveri” e non solo; e in effetti è un mercato che non subisce flessioni) e si chiude con i giochi in rete, altro flagello sociale.

Un quadro abbastanza impietoso sul nostro rapporto con l’informatica e la comumicazione lo presenta «L’ annuario di Scienza, tecnologia e società 2014» del centro studi Observa Science in Society, a cura di Massimiano Bucchi, dell’università di Trento, e di Barbara Saracino, dell’università di Firenze. L’«Annuario», che in questa edizione si è arricchito di uno studio delle tendenze e degli orientamenti degli italiani nei confronti dell’innovazione e della scienza, riconferma i dati dell’Ocse, come riporta anche la rubrica Tecnologia del quotidiano «la Repubblica» on line: «37 italiani su 100 sono completamente tagliati fuori dalle tecnologie digitali»; la fascia dei «più maturi» non sembra alfabetizzata a sufficienza per utilizzare la rete al meglio delle possibilità; le donne sono più lontane dalle nuove tecnologie e «hanno un accesso inferiore al mondo del lavoro dove tipicamente si usano internet e pc, sia per il tipo di attività svolta, spesso lontana dalle tecnologie digitali». Barbara Saracino, curatrice del volume, rimarca che «bisognerebbe spingere il nostro Paese verso una vera cultura scientifica» anche se – sempre secondo il rapporto – in Italia i ricercatori non solo sono pochi, ma in media sono anche fra i più anziani in Europa.

In compenso «l’Annuario» ci tranquillizza sull’uso della tv: «le ore medie di consumo televisivo giornaliero, sono passate rispetto alla precedente edizione da 3,8 a 4,2, il quinto dato tra i Paesi Ocse». Viva! Perché sul «Profilo di Rai Educational» si legge: «Nello stesso tempo, grazie soprattutto ai programmi d’intrattenimento (film, soap opera, varietà e quiz vari) la televisione svolge una massiccia azione pedagogica, soprattutto con i programmi d’evasione che veicolano a grandi masse valori, modelli di comportamento e paradigmi interpretativi della realtà. Né potrebbe essere altrimenti per un medium così autoritario – e quindi autorevole – che si rivolge da un solo punto a milioni di persone e che, ancor più di un maestro severo, non accetta repliche. In conclusione, possiamo affermare che la televisione è uno straordinario strumento educativo (o diseducativo) che influenza enormemente i comportamenti e lo stile di vita delle persone, ma è pressoché inefficace come mezzo per trasmettere conoscenze approfondite. La televisione educa ma non istruisce».

A ribaltare quest’affermazione, il recente accordo siglato fra la Rai e Confindustria Digitale per sviluppare una serie di iniziative per far conoscere agli italiani «l’uso e i benefici che le tecnologie e i servizi digitali apportano alla vita quotidiana». Riconosciuta oramai la portata che ha assunto in Italia l’analfabetismo digitale, con la mancanza di accesso alla rete, la mancanza di conoscenze nell’uso degli strumenti di base (come compilare un modulo o “fare acquisti sui portali e-commerce” o ancora “pagare un bonifico”) la Rai – proprio come negli anni ’60 – ci riprova con l’alfabetizzazione stavolta informatica. Il nome del progetto è infatti «Rai per l’alfabetizzazione digitale: Maestro Manzi 2.0».

A fronte di dati più che allarmanti – l’analfabetismo, coloro che non sanno né leggere e né scrivere, o quanto meno non sono in grado di interpretare quello che leggono, e l’alta percentuale dei “senza lavoro”, coloro che non sono o non saranno in grado di “acquistare e pagare bonifici”, per non parlare di accedere alla rete, che ha un costo, così come i costi più alti in Europa li abbiamo sul materiale tecnologico, dalla telefonia ai tablet, ai pc – viene da chiedersi se non sarebbe anche il caso di siglare un protocollo di “alfabetizzazione civica”. Perché un Paese è soprattutto di chi lo conosce veramente, di chi sa leggere e dunque comprende pienamente quello che si scrive e soprattutto ha la capacità di interpretare quello che viene scritto. Un Paese è di chi non fa un uso “meccanico” di qualsiasi strumento, piegato il più delle volte alle leggi del mercato, ma ne coglie il significato e la portata: e solo allora diventa in grado di interagire per una vera crescita sociale. Altrimenti di digitale, ci resta la “purpurea”, che se presa in dosi massicce alla fine, come per tutte le cose “buone”, può diventare fatale.

 

Santa Spanò
Diceva Mark Twain: "Ci sono due momenti importanti nella vita: quando nasci e quando capisci perché". E io nacqui. Sul perché ci sto lavorando, tra la bottega, il mio blog http://lasantafuriosa.blogspot.it/ e... il resto ve lo racconto strada facendo.
Dimenticavo, io sono Santa!

  • Bello, diffondo nelle pag FB degli insegnanti. Grazie

  • so che andrà sempre peggio, e il peggio è un concetto dinamico, quando pensi di averlo raggiunto lui si è già spostato e, come i compagni di Ulisse sapevano e sanno, ti chiama a sé, senza pietà.

    • Io confido nella scuola o meglio nei bravi insegnanti. Purtroppo l’informazione ed i giornalisti non esistono e neanche Circe che darebbe una gran mano. Qui oramai siamo rapiti dal canto delle sirene e tutti a precipitarsi estasiati. Anch’io come te sono ottimista: “Il pessimista pensa che le cose non possono andare peggio di così. L’ottimista pensa di si”. ‘No Man’s Land’ docet. Ma come Penelope resisto…

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