«Iroiro. Il Giappone tra pop e sublime»

Ignazio Sanna sul libro di Giorgio Amitrano

«Il Giappone non è solo il Paese delle distopie, ma quello dove l’immaginazione pop ha introdotto un tono lieve e giocoso […]»1. Ecco: il Giappone di cui ci racconta Giorgio Amitrano in Iroiro. Il Giappone tra pop e sublime (De Agostini, 2018, 237 pp., € 16) è in gran parte racchiuso fra questi due estremi. La scrittura occupa ovviamente un ruolo centrale nella narrazione, evocata fin dal titolo. Infatti, come ci spiega l’autore – noto saggista e traduttore dal giapponese nonché docente di Lingua e letteratura giapponese all’università di Napoli L’Orientale – il carattere iro significa colore. Il termine iroiro è costituito dal raddoppio di questo carattere, e «indica varietà, assortimento, molteplicità […] con in più un elemento policromo»2. Il legame con la scrittura, poco evidente per chi non ha dimestichezza con la cultura nipponica, consiste nel fatto che tradizionalmente si utilizza il pennello per mettere sulla carta (o altrove, come racconta Amitrano) i kanji, gli ideogrammi di origine cinese, ma anche gli alfabeti fonetici hiragana e katakana.

«La scrittura» è anche il titolo del primo capitolo, nel quale l’autore illustra il rapporto della calligrafia con l’espressione iconica in senso lato attraverso la propria esperienza di studente nel corso dei suoi primi viaggi nel Paese del Sol Levante. Nel capitolo «La cerimonia», proprio come ci si aspetterebbe, la scena spetta alla cerimonia del tè o, più propriamente, al chado o sado (la “Via del tè”) sempre vista attraverso lo sguardo e le esperienze dello studioso. Ma c’è un piccolo colpo di scena: esiste anche la cerimonia del caffè. E’ un piccolo mondo, ma piuttosto diversificato, e vale senz’altro la pena di farsi accompagnare nei vari locali specializzati che si incontrano lungo queste pagine.

Il terzo capitolo, «La felicità», inizia ragionando intorno all’ikigai – «ragione di vivere» – che in Occidente pare abbia dato luogo a una moda, prevedibilmente effimera, di «manuali che vendono felicità made in Japan».

Il quarto ha un titolo più accattivante, se possibile: «La realtà (e l’irrealtà)». E infatti, se nel capitolo precedente si parlava di Yoshimoto Banana – secondo l’uso giapponese di anteporre il cognome al nome – narratrice onesta, piacevole ma non eccezionale, lo scrittore evocato qui è Murakami Haruki, fra i migliori degli ultimi trent’anni (entrambi vengono abitualmente tradotti in Italia proprio da Giorgio Amitrano). L’attenzione si sposta poi sugli artisti Sugimoto Hiroshi, fotografo, Morimura Yasumasa, fotografo e performer, e il per certi versi inquietante Ishida Tetsuya, pittore scomparso a poco più di trent’anni.

L’ampio capitolo sulle stagioni ne evoca efficacemente, secondo i casi, i profumi, il candore della neve, i ciliegi in fiore e quant’altro, spesso con il prezioso sostegno di cinema e letteratura, il tutto shakerato e offerto al lettore con l’aggiunta di un apprezzabile retrogusto poetico.

Il penultimo capitolo, «Il karaoke», di primo acchito richiama alla mente uno degli spettacoli più deprimenti e insensati ai quali un occidentale abbia assistito o, Dio non voglia, contribuito attivamente. Immagino che un po’ tutti abbiamo avuto l’esperienza di trovarci una volta o l’altra, nostro malgrado, al cospetto di gruppi di giovinotti o, peggio, attempati viveur notturni (almeno così loro credono) lanciati senza vergogna in performance canore di pessimo gusto, capaci persino di rendere peggiori canzonette già pessime. Ebbene, cancelliamo dalla mente queste scene degne degli inferni pittorici di Hieronymus Bosch perchè il karaoke nasce in Giappone, come il nome stesso dovrebbe suggerire, come gadget tecnologico pensato per il divertimento e non per le scene di degrado testè richiamate (Amitrano lo accosta perfino alla spiritualità zen, nulla di più lontano dai patetici caciaroni italici). Si narra che durante la guerra del Vietnam gli statunitensi, nella loro solita generosità, usassero torturare i prigionieri costringendoli ad ascoltare in cuffia dosi massicce di heavy metal a tutto volume. Se fossero stati a conoscenza dei nostri albani, totocutugni e via elencando, avrebbero ottenuto certamente risultati migliori, dal loro punto di vista, risparmiando anche sul budget (funzionano benissimo anche a basso volume). Ma questa è un’altra storia…

Anche il titolo dell’ultimo capitolo, «La bellezza», non è privo di rischi per uno come me, la cui memoria va subito, prima che possa richiamarla all’ordine, a «La grande bellezza» di Paolo Sorrentino. All’inizio di quel film grottesco, tanto per tornare al tema di cui al capitolo precedente, c’è una scena “trasgressiva” ambientata in una qualsiasi discoteca d’Italia, dove orde di mezzeseghe alla moda si agitano al ritmo di un successo dell’icona gay nazionalpopolare Raffaella Carrà (a me sembra evidente, ma a scanso di equivoci aggiungo che questo NON è un commento omofobo). Mi sembra inutile sottolineare ulteriormente quale sia il livello di trasgressione di quella scena, che ci mostra pecoroni ignoranti e presuntuosi, fintamente trasgressivi ma realmente patetici, che se tanto mi dà tanto prima votavano in massa per Forza Italia e ora per la Lega. Non ricordo bene il resto del film, ma essendo il regista lo stesso che ha firmato un’opera di livello come «This is the place», con un ottimo Sean Penn, credo che il suo intento fosse mostrare proprio quello che ci ho visto io. Per fortuna l’intento di Giorgio Amitrano è essere fedele al significato letterale del termine che dà il titolo al capitolo. Intento realizzato, a cominciare dalle riflessioni che suscita in lui la visita al tempio del padiglione d’oro, il Kinkakuji.

In Giappone «tutto è on display: le paure più recondite e lo stupore infantile, la perversione sessuale e la voglia di innocenza, l’incubo e il sogno a occhi aperti, la distopia e l’utopia, la realtà e l’irrealtà»3. E questo è forse uno dei motivi principali per cui l’universo nipponico, così irrimediabilmente ossimorico, ci appare tanto affascinante; alieno e in ultima analisi non decodificabile allo sguardo occidentale che non ci si perda dentro, eppure al tempo stesso umano e tenero come nessun altro.

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