Jobs, dentro e oltre il mito

E’ sempre questione di mele da mordere o da rubare. Nell’Eden secondo la versione più accreditata (ignoriamo quelle di Eva e del serpente); per i cinefili in una scena chiave all’inizio di «King Kong»; per i newyorkesi è l’ovvietà; e quanto ai nostri tecno-tempi ecco le merci sognanti della Apple.

Siamo nell’anno 55 d. J. – cioè dopo Jobs – che è anche il primo senza di lui. Dunque si può provare a tratteggiare un ritratto meno agiografico di quello commosso, collettivo e (troppo) unanime che, il 5 ottobre 2011, en accompagnò la morte.

Per eventuali smemorati meglio ricordare che Steve Jobs è stato imprenditore ma soprattutto uno dei pionieri dell’informatica e geniale innovatore. Co-fondatore di Apple (mela appunto) e grande guru del computer più mouse (Apple Lisa) e poi, giù a nastro, Mcintosh, iPod, Iphone e iPad. Leggenda vuole che abbia iniziato a sperimentare nel garage dei genitori: lei statunitense e lui siriano… Dunque sarebbe un altro sogno concretizzato (l’immigrato di successo) se non fosse che Steve venne dato in adozione.

Nel 1976 Jobs fonda – con il suo amico Wozniak – la Apple. Prima sede un garage e successo stellare. Ma a 30 anni Jobs litiga e se ne va. Fonda la Next Computer, poi acquista la Pixar (da Geoge Lucas) con la quale produce «Toy Story», primo film tutto al computer. Nel ’96 la Apple va in crisi e richiama super-Steve. Da qui in poi Jobs innova a cascata: iPod (che fra poco festeggia 11 anni), nel 2007 iPhone, nel 2010 iPad. E se non sapete di cosa si sta parlando vuol dire che il mondo corre troppo veloce per voi.

Innovatore, uomo di successo, modernissimo, strano ma non troppo (il buddismo è una religione “alla moda”). Quando muore il cordoglio è pressochè universale. Fra retorica e verità si dice che ha spalancato – anzi «inventato», come titola un libro di Jay Elliot – il futuro.

Chi crede nel software libero lo ha sempre detestato; Richard Stallman lo definì «il pioniere del computer come prigione tranquilla, progettato per separare gli sciocchi dalla propria libertà».

Una parte del cordoglio mondiale prima e del suo mito poi si è alimentata dall’esser morto prima di invecchiare. Si sussurra che da giovane si sia strafatto di acidi e, con la maturità, abbia realizzato le sue visioni. Chissà. Ma qualcosa della controcultura hippy è rimasta (o viene parodiata, dicono i più cattivi) alla Apple se in alcuni megastore i giovani commessi accolgono i clienti ballando. Anche l’azienda nella quale sono tutti amici – sarà vero? – è un altra mitologia della generazione hippy. La stessa pubblicità geniale dei prodotti Apple si basa sulla voluta illogicità: immagini di ribelli (Ghandi o Luther King) per vendere.

Dopo la morte di Jobs la rete si riempì di messaggi del tipo «è scomparso un amico», spesso accompagnati dalle varianti grafiche di una mela che lacrima. Un dolore popolare pieno di contraddizioni: da un lato ammira il successo e dall’altro l’anticonformismo; da una parte è sentirsi al fianco di una persona importante troppo presto strappata (come lady Diana) “dal destino” e dall’altra la sincera gratitudine per chi ci ha donato nuove protesi per comunicare, giocare e sognare.

Di certo nessuna grande ricchezza è innocente. L’impero economico della Apple (e tutta la modernità: da Nike ai videogiochi) si basa sul selvaggio sfruttamento degli operai in Asia che producono gli oggetti del 2000 in condizioni di lavoro da 1800. Lo spiegava lo stesso Jobs: «I-Phone costa poco perchè lo produciamo nel Sud-Est asiatico, e non negli Usa».

Forse è vero che mordere la mela fa conquistare la conoscenza ma è anche un imperdonabile peccato.

UNA BREVE NOTA

Questo mio articolo è uscito (al solito: parola più, parola meno) il 25 settembre nelle pagine culturali del quotidiano «L’unione sarda». Chi da tempo legge codesto blog noterà che ho ripreso notizie, argomenti, frasi e sintesi della discussione che un anno fa si sviluppò qui; in patrticolare sono debitore a Romano e Gino. Come si dice… a buon rendere. (db)

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