Joyce Lussu

Lella Di Marco e Vittoria Ravagli la ricordano così

LELLA DI MARCO: COME HO CONOSCIUTO JOYCE LUSSU 

Ero stata nominata dalla Regione Marche a tenere delle lezioni sulla genealogia femminile a un corso per operatrici di pari opportunità. Era il 1998 e da poco era stato pubblicato «Sulla civetteria», un brillante, amichevole colloquio fra Joyce  Lussu e Luana Trapè, durato un mese  nella casa di campagna di Joyce  a San Tommaso di Fermo. Quel libretto – con una divertente dedica – mi è stato subito regalato dalle giovani corsiste che nel mio modo di  rapportarmi con loro, di vedere il mondo e le relazioni, di giocare-seriamente con la vita… avevano riscontrato una certa affinità con quanto sosteneva Joyce in quel testo: «la civetteria  come capacità ludica di ogni essere umano, dal sorriso che allenta i muscoli del viso all’uso delle  mani, capaci di carezzare, al tono della voce per  ESSERE in una relazione capace di creare felicità».

Mi fu proposto  immediatamente un incontro con la nostra “sibilla” che si era trasferita, da tempo, a Roma. Chiaramente l’emozione in tutte noi era forte  ma le  mie giovani amiche avevano chiaro l’obiettivo dell’incontro e lo aspettavano come una rivelazione; approfondire maggiormente le informazioni sul rapporto di Joyce  con Nazim Hikmet: capire finalmente   cosa avesse legato così intensamente i due. Ne parlammo a tratti ma Joyce sviava continuamente. Voleva andare oltre, entrare nel presente che le sfuggiva, saperne di più sui giochi beceri della politica: quali riferimenti o alleanze, pensieri nuovi e segni di mondialità da potere cogliere per “una rivoluzione possibile”. Io devo essere stata una vera delusione per lei, anche se alla fine mi ha chiesto di rivederci… Mi ha sbattuto in faccia il mio essere europocentrica infarcita ancora di studi classici, di frequentare gente “moscia” politicamente. Mi ha fatto sentire fuori tempo conformista e anche un po’ infelice… Ho apprezzato però  il suo essere dura  senza mediazioni lessicali , un po’ aggressiva e non immediatamente  simpatica. Sì, era proprio così: se non entrava in empatia non accettava divergenze.

Comunque per me, oltre le emozioni, fu un grande percorso di consapevolezza politica e umana: dal riconoscimento dei miei limiti  culturalpolitici, alla teorizzazione sul progredire dell’amore nella relazione duale con la condivisione di ideali. Lontani da ogni romanticismo o legami sessuali.  

Certo qualche punto debole si può trovare anche in lei … come l’accettazione totale di. Benedetto  Croce e del suo concetto di poesia, che mi sembra cozzare con quello che lei stessa dirà del senso della poesia come forma di avanzamento sociale e non come arte pura, fine a se stessa . 

Ma questa è un’altra storia.

La mia, è soltanto una sbiadita testimonianza. Il pensiero più profondo è quello espresso da Vittoria Ravagli: poeta, saggista, femminista, studiosa, instancabile organizzatrice di eventi e di connessioni fra donne e pensiero delle donne, ma anche di arte, cultura, cambiamento, interni ed esterni per una VITA VERA. Da vivere insieme.

Geniale la scelta di Vittoria su Joyce e la cura naturale delle  donne. Perché è una ricerca etnologica sulla Sardegna; perché lei viene spesso ricordata soltanto come moglie di Emilio Lussu (amare un uomo per lei è stato anche questo). E mi sembra fin troppo ovvio che senza i suoi grandi rapporti di amore che, in buona parte, hanno determinato le scelte di vita, la nostra grande madre ideale sarebbe stata meno grande, meno madre e meno ideale.  Dissento, con forza, da chi  pensa che essere considerata la moglie di Emilio Lussu sia diminutivo e che storicamente bisogna porre rimedio magari con spettacoli teatrali che segnalino la faccenda come forma di potere maschilista.

Può accadere che le donne decidano – non per sottomissione – di scegliersi come mogli nel segno dell’amore profondo che lega scelte di vita  nella comune passione esistenziale …

«Le donne fanno nascere i bambini dei poveri, vanno a cercare gli alimenti selvatici e le erbe medicinali, curano i malati e i feriti (…). Sono le Sibille che si rifugiano nelle grotte per sfuggire alle persecuzioni, sono le veggenti e le fattucchiere che contrappongono simboli dialettici di realtà produttive all’autoritarismo patriarcale dei padroni, sono le guaritrici, levatrici, ostetriche, erboriste, conciaosse, veterinarie, naturaliste, astrologhe, metereologhe, farmaciste e medichesse, chirurghe (…). Sono tutte le streghe contro le quali si scatena il potere (…) e la strage delle streghe si prolunga nei secoli che vedono sorgere la scienza moderna»: ci ricordava (Joyce Lussu.

Finalmente abbiamo ricerche sulla storia (prima negata) delle donne nella difesa della salute, dimostrando come – pur se la classe dirigente si è storicamente servita della medicina accademica – enormi masse, pur sottoalimentate e supersfruttate, hanno sempre cercato di difendere «empiricamente» il loro bene più prezioso, la salute appunto. Recuperare il passato, in questo caso, vuol dire riappropriarsi di una creatività che le donne hanno espresso per secoli, per ripensarla e usarla in modo adeguato ai problemi di oggi.

A tale proposito ecco Natalia donna russa, conosciuta in un campo  periferico alla città di Bologna, pieno di erbe e fiori selvatici. Originaria da Mosca da molto tempo immigrata a Bologna, raccoglieva ortiche con il nipotino di tre anni. Ha accolto il mio sorriso e forse anche la mia voglia di parlare con lei, si è avvicinata sorridente dicendomi come non sia usuale che una persona le rivolga un sorriso o semplicemente un saluto. Tutti hanno paura di tutti .Se qualcuno la vede gira alla larga. Raccoglieva ortiche per rendere più saporita la zuppa di patate che è solita preparare, come l’utilizzo dell’acqua in cui ha fatto cuocere le verdure, come bevanda salutare carica di sali minerali o l’utilizzo delle foglie dei carciofi da lessare in acqua calda  per una bevanda depurativa del fegato … e tanti altri usi di erbe naturali  spontanee per curare, prevenire  e produrre benessere.

Verità confermate da ricerche scientifiche  che considerano ogni esplosione nel corpo sintomo di malessere, espressione di un livello di acidità interna al nostro organismo da tenere sotto controllo  costantemente. Natalia non è una sibilla né una strega ma una donna con la sua saggezza e la sensibilità che le deriva dalla sua cultura, dalle tradizioni contadine del suo Paese che lei non vuole perdere. In lei  ho visto me stessa, con la cultura contadina delle mie nonne in Sicilia. Come la realtà materiale della ricerca di Joyce: la possibilità di imparare, di ricostruire naturalizzando una società che ha devastato la  sua stessa essenza. Con Natalia  ho  appuntamento ogni sabato mattina al parco. Sapremo avviarci in un percorso comune di convivenza,  rispetto e solidarietà  che poi significa  amore per il mondo e  per tutti gli esseri viventi che lo popolano.VEDI:

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/12/tempiquieti-vittoria-ravagli-perche-ancora-una-giornata-su-joyce-prima-parte/

https://cartesensibili.wordpress.com/2012/11/25/tempiquieti-vittoria-ravagli-perche-ancora-una-giornata-su-joyce-seconda-parte/
https://cartesensibili.wordpress.com/2012/05/08/tempiquieti-v-ravagli-joyce-lussu-sibilla-del-900-a-cento-anni-dalla-nascita/

 Joyce Lussu per l’oggi

di Vittoria Ravagli

In questo periodo particolarmente difficile in cui pare che tutto sia precario, che le idee in cui abbiamo creduto da sempre, la base delle nostre vite, dei nostri ideali, vengano messe in forse, in questi giorni spesso bui, ho ripreso a leggere Joyce Lussu. La ricchezza dei suoi scritti, come succede quando mi accosto di nuovo a lei, mi ha portato un vento impetuoso, la sua passione civile, il suo femminismo profondo, il suo essere una magnifica “diversa” di cui oggi avremmo un bisogno estremo.
Cerco intorno a me, già vecchia, donne tra quelle che di lei hanno studiato, come Federica Trenti o che l’hanno conosciuta come Lella Di Marco, Stefania Chiusoli e tante altre amiche… Sento in loro, nelle loro parole, al telefono, una nostalgia profonda.
E’ ora di ricominciare a parlare di Joyce, di ritrovare in lei, nelle sue parole, quella forza che in questi anni un po’ si è persa.
Ma quale Joyce? La storica, la partigiana, la femminista, l’educatrice, la traduttrice dei popoli che lottano per la liberazione, la poeta, la compagna appassionata? Vittorio Foa, alla domanda, in un’intervista, rispose così: «se io dovessi scegliere una caratterizzazione sceglierei la poetessa, una poetessa politica di grande forza ma una poetessa».
La penso come lui.
Joyce dice e sa che la poesia, la sua semplice e diretta poesia, arriva al cuore, entra nei pensieri e ci rimane, è comprensibile da tutte/i e lascia il segno. Lei è la sua poesia, i suoi diversi modi di essere, è le tante Joyce: scontrosa e amabile, bella e altera, combattente e pacifista, amante e amata.
Così oggi di lei scelgo una poesia che contiene molto del suo messaggio e che non commento, tanto è chiara e bella, tanto ci fa sognare, meditare.
La riprendo da «Il Novecento di Joyce Salvadori Lussu» di Federica Trenti (Le Voci della Luna – 2009).
Fidati di madre natura, diceva mia madre,
fidati del sole e dell’ombra
dell’acqua e dell’aria
della terra e delle piante
infinitamente varie
e anche degli animali
che non ti faranno del male
se li guardi negli occhi e gli dai da mangiare.
Fidati di madre natura, diceva mia madre,
se hai una ferita t’offrirà un’erba speciale
per arrestare il sangue
e far ricrescere la pelle e la carne
Se hai un dolore
pensa alle stelle e al mare
alla tenerezza dei petali alla forza
del germoglio minuscolo che rompe la scorza
della ghianda e della castagna
e diventerà un albero immenso
pensa al vento e al tempo
alla terra che pesteranno i piedini
dei bambini non ancora nati
da te lasciata in eredità
e la sorgente de pianto si asciugherà
diventerà cicatrice.
Amavo molto questa grande madre
imprevedibile e imperfetta
ma così accogliente

così pronta a rispondere alla voglia di vivere
a riadattarsi a modificarsi
fluida e semovente
come l’acqua corrente
o i piatti di una bilancia
fatta di cose concrete
che si possono sentire vedere toccare
ma anche di fantasie impalpabili
della mente vagabonda
che girella attorno ai cancelli
dell’inconoscibile
giocando a far finta di aprirli.

Amavo molto questa madre femmina
duttile e democratica
e amavo molto il mio padre-compagno
che sapeva dire “ho sbagliato”
che odiava la caccia e la guerra
e non mi aveva battezzato
per non impormi un superpadre.
Mi apparivan vetusti e dannosi
i superpadri eterni o meno
che s’arrogano diritti feudali
a etichettare incasellare spillonare
mettere in fila e sull’attenti i propri simili
e ogni movimento vivente
distruggendo l’autonomia della gente
l’ossigeno e l’acqua potabile
proclamandosi superiori
umiliando il corpo e l’amore
e i ritmi della natura
dentro schemi rigidi artificiali
geometrie gerarchiche piramidali
di autorità paterne e obbedienze filiali
con la complicità di madri espropriate

Fidiamoci di madre natura
dei suoi messaggi della sua armonia
e anche delle nostre madri
purché ci diano per padri
maschi-compagni e non maschi-padroni
e non aspettino un messia
che ha sempre ragione.

Ed ecco Joyce Lussu nell’«Inventario delle cose certe» (Andrea Livi Editore).

Durante la millenaria schiavitù del mondo contadino, sono le donne che nonostante la sconfitta non hanno capitolato, ad assicurare con la loro scienza la sopravvivenza dei lavoratori, di fronte al disprezzo della classe dominante, solo avida dei frutti delle loro fatiche e indifferente ai loro dolori e alle loro necessità. Le donne fanno nascere i bambini dei poveri, vanno a cercare gli alimenti selvatici e le erbe medicinali che sfuggono all’occhio dei padroni, curano i malati e i feriti, combattono i parassiti, preparano le liscive di cenere e di bacche oleose, tessono le vesti e tengono acceso il focolare per non morire di freddo, salano e conservano il cibo per l’inverno, creano una rete di solidarietà e di protezione per i più deboli. Sono le discendenti delle donne adulte e intelligenti che avevano maturato la prima rivoluzione tecnica nel neolitico, imparando ad accumulare scorte per la sopravvivenza di tutta la comunità, mentre i maschi inventavano la guerra. Sono le sibille che si rifugiano nelle grotte per sfuggire alle persecuzioni e continuano a contestare i sacerdoti di Giove e di Apollo, del papa e dell’imperatore; sono le veggenti e le fattucchiere che contrappongono simboli dialettici di realtà produttive all’autoritarismo patriarcale dei padroni; sono le guaritrici, levatrici, ostetriche, erboriste, conciaossa che curano la grande maggioranza degli oppressi, le veterinarie che curano gli animali, le naturaliste che conoscono i parassiti delle piante e le malattie del frumento, le astrologhe e metereologhe cui naviganti e coltivatori chiedono consiglio, le farmaciste e le medichesse della scuola di Salerno, le chirurghe delle corporazioni medioevali, le barbiere e salassatici che « menano soavemente il rasoio» come dice il Boccaccio. Sono tutte le streghe contro le quali si scatena il potere maschilista, mercantile, militare che per domare le rivolte dei contadini sente la necessità di distruggere la loro cultura incentrata sulle antiche tradizioni della donna-saggezza.

«La storia della medicina popolare è un aspetto della storia generale che mette in rilievo l’inventiva e la creatività delle donne pur nella loro condizione subalterna. Vi sono molti altri aspetti, che riguardano il contributo alle tecniche produttive, all’organizzazione sociale, la resistenza al gioco delle armi e a tutto ciò che aggredisce e distrugge la vita, lo sviluppo della capacità affettiva e del rapporto tra le generazioni. Recuperare la storia delle donne nella storia generale dell’umanità vuol dire in primo luogo ritrovare noi stesse e la fiducia nelle nostre capacità di costruire un avvenire diverso».
«Se le donne sono state creative nel campo della salute, è della loro creatività che dobbiamo riappropriarci nel senso più generale, non per esaltare codici e formule cristallizzate e sclerotiche, ma per usarla, in maniera diversa e storicamente adeguata ai problemi che sono oggi di fronte alla nostra coscienza».
Da «Il ruolo della donna nella difesa della salute delle masse popolari» di Joyce Lussu in «L’erba delle donne. Maghe, streghe e guaritrici: la risposta di un’altra medicina» (Roberto Napoleone editore, 1978).

Nella prima foto Nazim Hikmet conversa con Joyce Lussu; da Archivio storico Istituto Luce

In “bottega” cfr Scor-data: 4 novembre 1998, Scor-data: ancora sul 4 novembre 1998 e Omaggio a Joyce Lussu

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

La Bottega del Barbieri

2 commenti

  • vorrei fare due correzioni al mio testo:
    “La riprendo da «Il Novecento di Joyce Salvadori Lussu» di Federica Trenti (Le Voci della Luna – 2009)” si riferisce alla frase che dice Foa
    La poesia che cito di Joyce è ripresa dal libro “L’inventario delle cose certe” Livi editore.

    Grazie per l’ospitalità! Buon lavoro Vittoria R.

  • Patrizia Caporossi

    Grazie Vittoria Ravagli soprattutto che conosco per sensibilità e intelligenza acuta

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