Kenia-Arabia saudita:

sulla rotta delle schiave

di Mugumo Munene

«The ordeal of Kenyans in Arab “slave markets”» per «The Nation», agosto 2012; la traduzione è di Maria G. Di Rienzo. La donna di cui si narra la storia in questo articolo ha accettato di raccontarla a condizione che la sua vera identità non sia rivelata.

Mwanaisha Hussein (non è il suo vero nome) fu contattata da un’agenzia di reclutamento a Nairobi, dove lavorava come commessa in un negozio. Le promisero uno stipendio ben più alto del suo per andare a fare la domestica in Arabia Saudita. Era l’ottobre dell’anno scorso. L’idea le piacque, ma c’era un problema, non aveva passaporto. Non c’è problema, le rispose il reclutatore, bastava che le desse il danaro per pagare la tassa ufficiale al Dipartimento per l’immigrazione.

Mwanaisha pagò e fornì le fotografie per il passaporto. Poi le chiesero «un altro po’ di soldi per questo e un altro po’ per quest’altro» ma in pochi giorni era pronta a partire. «Il documento mi fu dato all’aeroporto, non sono mai stata di persona al Dipartimento per l’immigrazione. Era la prima volta che lo vedevo e sopra c’era il nome “Mwanaisha Hussein”. Non avevo mai viaggiato in precedenza e pensai che fosse il nome della persona per cui avrei lavorato».

Quando Mwanaisha arrivò a Jeddah il suo datore di lavoro andò a prenderla. Lei gli disse il suo vero nome, ma l’uomo insisté a chiamarla Mwanaisha. In Kenya era stata istruita dall’agenzia a vestirsi secondo il codice di abbigliamento saudita ed era coperta dalla testa ai piedi. «Dovevo esserlo a qualsiasi ora del giorno, ovunque mi trovassi. Comunque cominciai a lavorare e tutto andò liscio per un paio di mesi. Poi il mio datore di lavoro disse che dovevo convertirmi alla fede musulmana. Io dissi di no, spiegandogli che ero cristiana. Da quel giorno cominciarono i pestaggi. Non saltarono un solo giorno, a partire da quello. Il figlio arrivava a casa dal suo impiego in una banca e la prima cosa di cui parlava era la mia conversione all’Islam. Più dicevo di no, peggio mi bastonavano».

Poiché i pestaggi non bastavano, Mwanaisha veniva chiusa in una stanza completamente vuota fino a cinque giorni di seguito. Poi la lasciavano uscire perché facesse una doccia e mangiasse qualcosa, e veniva rinchiusa di nuovo. «Una notte il figlio tornò a casa attorno alle due e mi picchiò tanto che decisi di scappare. Sapevo che la fuga poteva equivalere alla morte, ma a quel punto persino la morte mi sembrava desiderabile». Mentre sanguinava a causa dell’assalto, Mwanaisha rifletté che l’unico modo per uscire da quella stanza al terzo piano era aprire il sistema di condizionamento dell’aria e saltare attraverso l’apertura della ventola. E così fece, atterrando con un tonfo nel cortile dei vicini. Si ruppe un braccio e una gamba e svenne, riprendendo conoscenza circa un’ora dopo.

«Per fortuna, ne’ i miei datori di lavoro ne’ i vicini sentirono nulla. Fosse accaduto, sono sicura che non sarei qui a raccontarvi la storia». Mwanaisha strisciò sino al cancello e rotolò fuori di esso, sulla strada. «Un motociclista si fermò a soccorrermi. Mi chiese cos’era successo. Io glielo dissi e lui chiamò la polizia. La polizia arrivò assieme a un’ambulanza. Sono stati abbastanza gentili da portarmi all’ospedale, ma non hanno voluto ascoltare quel che avevo da dire sulle torture che avevo subìto per mano dei loro compatrioti».

Quando l’ospedale la dimise, Mwanaisha non aveva denaro ne’ un luogo in cui andare. Un assistente sociale la portò all’ambasciata del Kenya a Jeddah, dove visse per un mese in un prefabbricato prima di avere un biglietto aereo e i documenti necessari per tornare a casa. «Maneggio casi del genere ogni giorno» dice la signora Nyambura Kamau, capo dipartimento al ministero per gli Affari esteri. Segnalazioni dall’Arabia Saudita, dal Qatar e dal Libano, dove ci sono circa 4.000 lavoratrici domestiche provenienti dal Kenya, riempiono la vaschetta dei documenti in entrata sulla scrivania di Nyambura Kamau. Lo scorso anno si è occupata di circa 900 casi simili a quello di Mwanaisha: 445 domestiche hanno fatto ritorno a casa, 104 hanno raggiunto mediazioni legali soddisfacenti, 310 procedimenti sono ancora pendenti.

I potenziali datori di lavoro, spiega Kamau, contattano agenzie nei loro Paesi che chiedono sino a 3.000 dollari. Il denaro dovrebbe servire a coprire i costi del viaggio e degli esami medici, nonché la tariffa dell’agenzia locale. Ma, come dice Mwanaisha, a lei si è continuato a chiedere soldi per “le procedure”, quelle che l’hanno ridotta in schiavitù. Secondo le indagini in corso, il racket della tratta di domestiche è internazionale e sarebbero coinvolti in esso diplomatici e funzionari delle compagnie di volo. La maggioranza delle lavoratrici lamenta abusi fisici, molestie sessuali, carico eccessivo di lavoro. Possono cominciare la loro giornata lavorativa alle quattro del mattino e vederla finire a mezzanotte. E’ negato loro qualsiasi tipo di contratto e in caso di dispute legali questo si ritorce facilmente contro di loro. «C’è persino un neonato all’Ambasciata del Kenya in Qatar che dobbiamo portare a casa» dice la signora Kamau. La madre, kenyota, aveva un certificato medico che attestava la sua piena salute e capacità di svolgere attività domestica in Qatar. Ma dopo tre mesi è diventato visibile che era incinta. Ha avuto il permesso dai suoi padroni di condurre a termine la gravidanza e di partorire all’ospedale ma non di tenere il bimbo con sé al lavoro. «Per un po’ il piccolo è rimasto in ospedale, poi l’hanno dato alla nostra ambasciata. Adesso devo arrangiare le cose per lui, affinché possa venire in Kenya».

Il caso illustra bene le condizioni in cui queste lavoratrici si trovano. All’inizio nessuna di loro guadagna qualcosa, o guadagnano davvero poco, perché i datori di lavoro deducono i 3.000 dollari della loro spesa iniziale dai loro stipendi. «Questo è un vero shock per la maggior parte di noi» spiega Mwanaisha Hussein: «Nessuno ti dice che ci si aspetta questo da te prima che tu lasci il Kenya». Un altro problema sono i permessi di soggiorno. I Paesi coinvolti garantiscono alle lavoratrici un visto di ingresso, il che significa che per tornare a casa devono ottenere quello di uscita. I loro passaporti sono trattenuti dalle autorità aeroportuali e in cambio di essi ricevono una carta d’identità locale. Se una vuole andarsene, deve ottenere che il suo datore di lavoro scriva una lettera all’agenzia di reclutamento, che a sua volta ne scrive una agli uffici governativi che possono – o no – rilasciare il “visto d’uscita” e restituire il passaporto alla sua legittima proprietaria. Una kenyota che sia arrestata viene trasferita al “centro di deportazione”, il quale contatta l’Ambasciata e chiede di provvedere per il viaggio. La signora Kamau è appena tornata da una visita “sul campo” e dice che una lavoratrice rigettata dal suo datore di lavoro si trova inevitabilmente nei guai: «Ci sono sempre quei 3.000 dollari da recuperare, per cui portano queste donne in un posto chiamato maktaba dove aspettano potenziali impieghi. E sembra davvero un mercato degli schiavi».

Mwanaisha è della stessa opinione: «Le condizioni sono miserabili, il cibo scarso. E’ orribile, punto e basta. Io ho lasciato un lavoro qui in Kenya e perso otto mesi della mia vita. Non solo, sono quasi morta. Non tornerei indietro per nulla al mondo. Non consiglio a nessuno di andare».

BREVE NOTA

Le traduzioni di Maria G. Di Rienzo sono riprese – come i suoi articoli – dal bellissimo blog lunanuvola.wordpress.com/.  Il suo ultimo libro è “Voci dalla rete: come le donne stanno cambiando il mondo”: una mia recensione – Voci dalla rete – è qui alla data 2 luglio 2011. (db)

Redazione
La redazione della bottega è composta da Daniele Barbieri e da chi in via del tutto libera, gratuita e volontaria contribuisce con contenuti, informazioni e opinioni.

  • Grazie per la testimonianza, anche io in Kenya sono venuta in contatto con tante giovani donne, spesso madri di bambini, che “sognano” di andare in Arabia Saudita o più in generale in Middle East (Medio Oriente) perché secondo loro vengono meglio pagate e hanno maggiori opportunità di mantenere la famiglia in Kenya. Il loro sogno è ottenere un passaporto e un ingaggio, ignare di cosa le aspettano. Testimonianze come queste vanno ampiamente condivise ovunque.

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