Siddharta e le motociclette

Un confronto tra due libri – «Siddharta» di Herman Hesse e «Lo zen e l’arte di manutenzione della motocicletta» di Robert Pirsig – che pur nella loro diversità hanno avuto entrambi (anche se il primo era stato scritto nel 1922) un grande successo in un periodo, gli anni Settanta, in cui in Italia (come in tutto l’Occidente) «andava di moda» l’Oriente.

Molte persone, giovani e non, negli ultimi anni hanno incontrato l’Oriente soprattutto attraverso le riflessioni di Tiziano Terzani. Se però si chiede in giro quali sono i libri che hanno reso popolare la spiritualità orientale in Italia, presso un pubblico non specialistico, la risposta torna su due romanzi: «Siddharta» di Herman Hesse e «Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta» (d’ora in poi, per brevità «Zamm») di Robert Pirsig. Entrambi scritti da occidentali e tutt’e due trionfanti negli anni ’70. Comune è l’editore (Adelphi) che in Italia li ha portati al successo. Anche se «Siddharta» è del 1922 il grande successo italiano arriva di rimbalzo alla riscoperta (milioni di copie) avvenuta nella controcultura Usa, la stessa con cui «Zamm» fa i conti.

Le somiglianze fra i due libri finiscono qui. Ho deciso di rileggerli per vedere se, a distanza di tanti anni, Hesse e Pirsig facevano risuonare in me corde diverse da quelle dei ’70. Dico subito che non ho granché mutato idea: due libri affascinanti (preferii allora e preferisco oggi «Zamm» pur senza possedere una moto) ma non mi hanno sconvolto la vita. Non diventai «arancione», tantomeno partii per l’Oriente mentre il mio sobrio (nei consumi) e critico (in tutto) materialismo rimase intatto: cioè turbato solo occasionalmente da poesia e da misteri, da moti dello spirito e da una religiosità abbastanza panteista.

Un certo sensazionalismo nello scrivere la storia del costume impone di immaginare orde di giovani (e qualche non) occidentali che negli anni ’70 al solo leggere 5 libretti o libroni hanno trasformato le loro esistenze. Non saprei dire negli Usa ma in Italia non andò così. Da noi ci fu una certa moda, quasi subito ridimensionata, ma per fortuna anche – per una minoranza piccina picciò – una lenta scoperta, un intelligente avvicinamento ad altre culture (non solo quella giapponese o indiana ma anche degli altri “indiani”, insomma gli amerindi) con una religiosità più coerente, meno gerarchica, legata alla natura e/o all’idea di un pianeta vivente. A mio parere, per avvicinarci maggiormente a uno degli Orienti possibili, ci mancava allora una Vandana Shiva (scienziata, filosofa, ecologista, militante) che, per fortuna abbiamo oggi, capace di farci fare i conti con la “modernità” senza ignorare e/o rinnegare tradizioni davvero millenarie. Per questo mi ritrovo di più in Pirsig. Non so però se sono un lettore tipico.

Nel suo peregrinare Siddharta e, in modo diverso, il suo amico Govinda faranno i conti con un mondo fatto di dolore e illusioni; con la necessità di «diventare vuoti»; poi con il rinnegare questa fuga e fare tutte le esperienze (anche della ricchezza e del sesso) per schifarsene e rinunciarvi con maggiore convinzione. Esistono saperi, armonie, ascolti che non si possono imparare ma solo riconoscere: a esempio nello scorrere d’un fiume (uno dei passaggi memorabili del romanzo). Eppure l’ormai più che saggio Siddharta resta cieco in molti momenti, per esempio nelle catene d’amore da lui imposte al figlio. Solo nel sorriso finale della morte Govinda riconosce la perfezione, l’obiettivo che Siddharta si era posto: «amare il mondo, non disprezzarlo, non odiare il mondo e me; a me importa solo di poter considerare il mondo, e me e tutti gli esseri, con amore, ammirazione e rispetto».

Nel suo peregrinare invece, «a cavallo di una motocicletta e della mente», il protagonista di «Zamm» incontra il Buddha «nel circuito di un calcolatore o negli ingranaggi della moto» come su una montagna o nei petali. Anche qui pesa una cecità d’amore, nei confronti del suo primo figlio, Chris. Sappiamo che «Zamm» è fortemente autobiografico. Man mano capiamo che il Fedro continuamente citato non è un amico del narratore ma lui stesso che passerà attraverso l’isolamento, il dolore, l’elettroshock.

Dicendo che sento Pirsig più vicino penso a passaggi come questo: «Il modo di risolvere il conflitto fra i valori umani e le necessità tecnologiche non è rifuggire dalla tecnologia, ma abbattere le barriere del pensiero dualistico che impediscono un’autentica comprensione della natura della tecnologia – non sfruttamento della natura ma fusione della natura e dello spirito umano in una nuova specie di creazione che le trascende». O come quello in cui Pirsig/Fedro lascia l’India quando all’università di Benares gli spiegano che anche le atomiche su Hiroshima e Nagasaki sono illusione. Le lunghe citazioni di Einstein, con il quale «Zamm» si confronta, non impediscono di trovare alcune risposte sulla Qualità in un testo di Lao Tzu, vecchio di 2400 anni. Ed è risalendo una collina che Pirsig (non più Fedro?) riconosce l’entusiasmo che, nell’etimologia greca, significa «pieno di dio».

 

BREVE NOTA

Questo mio articolo, senza pretese, ha un senso soprattutto se lo leggete all’interno di un ricchissimo dossier («Oriente e Occidente: fedi in dialogo») che vi consiglio assai: è pubblicato, in settembre, nel numero speciale – 68 pagine che si muovono tra religioni e culture – della rivista «Confronti» la quale fra poco compie la bella età di 40 anni. Ciò chiarito mi piacerebbe assai capire che effetto fa Pirsig oggi; a me non è dispiaciuto rileggerlo e a voi che magari lo scoprite per la prima volta? Fatemi sapere: il blog è sempre aperto, spalancato direi. (db)

Redazione
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  • L’ultima estate di Klingsor(non ricordo esattamente come si scrive):per me(che non conto una minghia tanta) il piu bel racconto di HH

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