L come lampadine (nel 1924) e C come collasso

di Daniela Pia

Ho fatto vedere a studenti/esse il documentario «Obsolescenza programmata» (*) per raccontare loro come siamo diventati schiavi di un consumo sfrenato, teso a creare la dipendenza dal mercato: dimentico dei bisogni essenziali e prono solo al danaro.

Sono rimasta molto colpita dalla loro rassegnazione. «Non possiamo farci niente” dicevano: «è così prof, se vogliamo essere in contatto con il progresso». Non sto qui a riferire l’animata discussione ma il risultato è che si sentono ostaggio di poteri così forti da non poter essere contrastati.

Certo la storia dell’obsolescenza programmata ha origini antiche ma tutte/i noi ne siamo complici se non cambiamo il nostro stile di vita per imprimere una svolta significativa 

Il giorno di Natale del lontano 1924 i maggiori produttori mondiali di lampadine decisero, incontrandosi a Ginevra, i parametri per determinare aprioristicamente la durata del loro prodotto per avere il controllo del mercato: il primo passo nella moderna storia dell’economia, in relazione all’obsolescenza pianificata. I partecipanti accordandosi agirono come un vero e proprio cartello.General Electric Company, Tungsram, Compagnie di Lampes, Osram e Philips decisero che una lampadina dovesse avere una durata media di 1000 ore.

Prima di allora e lampadine avevano una durata molto più lunga: è famosa la lampadina che si trova attualmente all’interno della caserma dei Vigili del Fuoco di Livermore, in California, accesa da 120 anni. 

Il cartello fu sciolto alla fine degli anni ’30 e la Corte Suprema (americana) condannò General Electric a un salato risarcimento nella causa civile 1364 iniziata nel 1942 e conclusa nel 1953. Il documentario si snoda intorno alla vicenda delle cartucce delle stampanti, nelle quali è presente un chip che fissa il termine di funzionamento della cartuccia anche se vi è ancora inchiostro: questo perché il guadagno derivante dai prodotti accessori costituisce una fetta di mercato estremamente appetibile… Fino a quando un acquirente non rifiuta di arrendersi e riesce – tramite le informazioni in rete – ad aggiustare la sua stampante nonostante tutti gli consiglino di rottamarla e acquistarne una nuova. 

Si può fare dunque.

Gli elettrodomestici dei miei genitori sono duranti anche trent’anni. Oggi la durata media è dieci anni, quando va bene. Significa che il tanto decantato progresso si è fatto trappola per un consumo che divora le vite, il lavoro e l’ambiente.

Siamo spinti a non riparare, ad acquistare compulsivamente quanto il mercato ci propone come l’ultima meraviglia tecnologia, inconsapevoli che è già datata e la sua morte è scritta a prescindere dalla cura che ce ne prenderemo.

I dati di Global E-Waste Monitor denunciano che la produzione di rifiuti tecnologici nel 2019 ha superato i 53 milioni di tonnellate. L’Europa è al primo posto nel mondo in termini di rifiuti elettronici pro capite: ne produciamo circa 16,2 chili a testa e sebbene si registri il più alto tasso di raccolta e riciclaggio dei rifiuti elettronici – pari al 5% –  la sostenibilità è ancora lontanissima.
Cosa fare? Intanto quando l’acquisto di un elettrodomestico, di un computer o del cellulare diventa “inevitabile” si dovrebbe puntare sulla sostenibilità scegliendone uno ricondizionato. «L’uso di oggetti ricondizionati non è ancora molto diffuso, eppure sarebbe un grande aiuto per la riduzione dei rifiuti tecnologici. E può aiutare anche chi ha disponibilità economiche inferiori».
Saprebbe utile all’economia (bene intesa) e al pianeta saperci prenderci cura degli oggetti anche tecnologici che abbiamo per costruire un’economia c he siadavvero circolare.

Nulla più dovrebbe essere sprecato: impariamo a trasformare, in primo luogo osservando i meccanismi presenti in natura. L’economia lineare – dove le risorse vengono considerate illimitate – non è più sostenibile per il nostro pianeta.

(*) è qui: https://www.google.com/search?client=firefox-b-d&q=documentario+obsolescenza+programmata+#fpstate=ive&vld=cid:ce3078e4,vid:kjI8ETxThDw

In “bottega” vedi anche Natale 1924: nascita della psicosi consumista

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

Daniela Pia
Sarda sono, fatta di pagine e di penna. Insegno e imparo. Cammino all' alba, in campagna, in compagnia di cani randagi. Ho superato le cinquanta primavere. Veglio e ora, come diceva Pavese :"In sostanza chiedo un letargo, un anestetico, la certezza di essere ben nascosto. Non chiedo la pace nel mondo, chiedo la mia".

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