La coscienza di Giorgio Galli e di Leonardo Sciascia

di Giorgio Riolo. A seguire riflessioni sul centenario (fra celebrazioni e omissis) di Sciascia, un intellettuale autenticamente critico del potere

GIORGIO GALLI E LEONARDO SCIASCIA

Come spesso accade, si impone di prendere le mosse da Antonio Gramsci. Il soggetto principale è l’Italia e poi, per li rami, l’articolazione di aspetti fondamentali di questo Paese alquanto particolare. Qui additiamo solo due tratti distintivi di questa articolazione. Il ruolo degli intellettuali nella storia d’Italia e la decisiva nozione gramsciana di «sovversivismo delle classi dominanti».

Dicendo subito che quest’ultima nozione non si riferisce solo al fascismo. La debolezza intrinseca e la sempre precaria condizione del consenso accordato alle classi dominanti e ai gruppi dirigenti italiani hanno fatto – e fanno – sì che, a fronte di forze politiche e sociali considerate “pericolose”, “sovversive”, di vera opposizione, la tentazione immediata è quella di ordire congiure e trame da “doppio Stato”, contemplanti anche svolte autoritarie e colpi di Stato, omicidi e cadaveri eccellenti, stragi e strategie della tensione di varia natura. La casistica è veramente ampia nella nostra triste realtà italiana.

Aggiungiamo. Debolezza e mancanza di autorevolezza, e quindi di consenso, a causa del servilismo dispiegato nei lunghi secoli di dominazione straniera fra Cinquecento e Ottocento, da una parte, e a causa della modalità e dei caratteri con cui si compì l’Unità nel fatidico 1861, dall’altra.

I.

L’accostamento non è peregrino. Giorgio Galli è scomparso nel dicembre scorso e proprio il 8 gennaio 2021 si è compiuto il centenario dalla nascita di Leonardo Sciascia.

Entrambi si stimavano ed entrambi hanno molto riflettuto e scritto sulla storia d’Italia, sulle trame e sulle imposture del potere, sul “doppio Stato”, sulla dinamica tipicamente italiana della politica, del governo e dell’ampio, multiforme, onnipresente, corrotto e corruttore sottogoverno, sulla “democrazia imperfetta”, sulla “democrazia a sovranità limitata” (Usa, Cia, Nato ecc.), sul rapporto mafia e politica, sul rapporto massonerie varie e manovalanza neofascista e via elencando.

Insomma, entrambi hanno svolto il loro dovere di intellettuali di opposizione, in un Paese dove molti intellettuali, soprattutto nella realtà contemporanea, in vario modo hanno abdicato al loro compito, hanno servito e servono il potere. In molti casi non così manifestamente. Spesso indirettamente, ma nondimeno così pernicioso per la salute della nostra democrazia, della nostra cultura, della nostra etica pubblica.

Abbiamo già parlato in questo blog del rapporto di élite e popolo, della “circolazione delle élite” ecc. In questa dinamica, il “corpo intermedio” costituito dagli intellettuali, veramente indipendenti e dotati di cultura critica, è fondamentale. Al pari degli altri corpi intermedi di partiti, di sindacati, di movimenti sociali, di associazioni, di organizzazioni della società civile. La “mediazione” dei corpi intermedi non piace ai poteri dominanti.

Non piace al neoliberismo e a tutti coloro i quali vogliono esecutivi forti, decisionisti, semplificanti la dialettica politica e sociale. Fino all’invocazione dei famosi, cosiddetti, “uomini forti”. In Italia, dopo l’Unità, in vario modo e a diversa pericolosità sociale e politica, i vari Crispi, Mussolini, Craxi, Berlusconi, Renzi ecc.

Da qui la grande importanza che in questi corpi intermedi la “circolazione delle élite” venga fortemente frenata, regolamentata, ostacolata anche, non incentivata, come purtroppo spesso avviene. Costituendo gli esponenti di questi corpi intermedi una oggettiva élite a fronte delle classi subalterne.

II.

Giorgio Galli come storico e come fine notista politico. Con i suoi numerosi libri, saggi, articoli, dibattiti ecc. e con il suo magistero nell’università, da una parte, e con i numerosi articoli di analisi politica e con la famosa e immancabile rubrica nel settimanale Panorama (almeno fino alle sue dimissioni dal periodico a causa del cambio di proprietà, per vie truffaldine, a favore di Berlusconi) e dall’altra parte Leonardo Sciascia come fine letterato e con la sua concezione, tipicamente illuministica, da vero philosophe, della letteratura come visione ampia, totalizzante, come smascheramento della realtà, come potenziamento delle facoltà conoscitive umane.

Entrambi hanno aiutato più di una generazione a dotarsi di strumenti culturali e politici indispensabili per chi si poneva, e si pone tuttora oggi, dal versante “antisistema”, dal versante dell’opposizione.

Per chi si faceva guidare, e si fa guidare tuttora, dalla passione civile, dalla passione politica, dalla passione per la cultura, dal porsi al servizio della comunità. Senza retorica, senza orpelli narcisistici, senza opportunismi. Come fece, tra gli altri e le altre, Pier Paolo Pasolini, per citare solo un’altra importantissima coscienza critica dell’Italia.

IL CENTENARIO DI SCIASCIA: CELEBRAZIONI DOVEROSE E QUALCHE FURBA RIMOZIONE

di Giorgio Riolo

Quello che segue è un articolo che ho scritto nel gennaio 2020 (apparve anche in “bottega”) per l’anniversario della nascita di Leonardo Sciascia. Quest’anno è proprio il centenario. Si ripropone l’articolo tale e quale per ricordare e per rendere ancora una volta omaggio a questa grande figura.

Tanto più amata da chi scrive proprio per la forza e il rigore del pensiero critico e antisistema, per la ferma concezione della letteratura come disvelamento della realtà e per il suo profondo spirito antiretorico. Uomo di poche parole, da persona di “tenace concetto” (da uno dei protagonisti storici da lui citati in Morte dell’inquisitore). Totalmente estraneo a ogni narcisismo, a ogni opportunismo, a ogni esibizione ecc.

All’inizio di gennaio è andata in onda una puntata-inchiesta di Report. Terribile quadro del Potere nella storia italiana. Tutto Sciascia, mi veniva di pensare. Anche perché il terribile quadro che l’inchiesta mostrava aveva un crocevia, non l’unico, nella Sicilia. Il crocevia e il profondo intreccio di mafia, Stato, politica, servizi segreti, massoneria, neofascismo, Cia ecc ecc.

Nella puntata, il lucido Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Bologna, così si esprimeva «..ma come si fa a dire “servizi deviati” quando a congiurare erano i vertici dei servizi segreti e dello Stato?». Il “doppio Stato”, o il gramsciano “sovversivismo delle classi dominanti”, tipici nostri, almeno dall’Unità a oggi.

Ma non dimentichiamo la continuità nella nostra triste storia. Sempre a proposito di Sicilia e Sciascia. Strage di Portella della Ginestra 1 maggio 1947 e la banda Giuliano. La prima “strage di stato” e la strategia della tensione… La banda infiltrata da un confidente dei Carabinieri e da uno al servizio dell’ispettore Messana (ex Ovra fascista in Jugoslavia), massimo grado della polizia in Sicilia. Mentre Giuliano ammazza carabinieri e poliziotti, il colonnello Luca, capo del Comando repressione banditismo siciliano, lo incontra (tante testimonianze). Stato-mafia-sovversivismo ecc.

Le trame e l’impostura del potere. Sciascia è questo. E tanto si è fatto in questo gennaio 2021 e tuttora si fa per ricordarlo, nella stampa, nei media in generale, nella Rete, ristampando le sue opere. Naturalmente nei media mainstream poco spazio è dato all’intellettuale autenticamente critico del potere. Ma questo è compito oggi di chi ne rivendica, pur nella limitatezza delle proprie capacità, non dico l’eredità, ma semplicemente l’essere stati influenzati da lui e pertanto offrendoci strumenti e parole per decifrare, e denunciare, la realtà, nostra e del mondo.

Leonardo Sciascia e la letteratura come smascheramento del mondo e delle trame del potere

di Giorgio Riolo

Non è solo un anniversario (essendo nato a Racalmuto il 8 gennaio 1921) a muoverci e a ricordare Leonardo Sciascia. Ci sono letterati e intellettuali che hanno una presenza permanente, che ci accompagnano e ci aiutano a decifrare la nostra Italia, e, in senso lato, il mondo, in ogni dimensione, politica, culturale e antropologica. Ricordo qui solo Sciascia e Pasolini, soprattutto anche per il loro piglio profetico. Ma molti altri e altre potremmo ricordare.

La letteratura nella concezione di questi intellettuali possiede una carica totalizzante, conoscitiva e oppositiva, critica e costruttiva al medesimo tempo, che, più passa il tempo e più la realtà contemporanea diventa così degenerata, così povera di figure intellettuali di tal fatta, più ne sentiamo il bisogno, più emerge la sua importanza.

Qui, in questo breve intervento, si indicano alcuni punti, alcuni passaggi, e alcune opere sue, solo come esempi da cui poter trarre l’importanza di questa letteratura e di questa genia di intellettuali.

Le parrocchie di Regalpetra è il luogo d’origine di tutti i temi, di tutti i contenuti di pensiero e narrativi di Sciascia. Sono i temi che egli svilupperà e articolerà in varie opere fino alla morte avvenuta nel 1989.

Apparsa nel 1956, a partire dal primo nucleo delle Cronache scolastiche scritte nel 1954, in essa si concentrano le grandi questioni che contrassegnano laeterna sconfitta della ragionee quindi la scaturigine del necessario nuovo illuminismo, della chiamata civile e d’impegno dello scrittore, quale novello philosophe della grande tradizione illuministica. Il potere e le sue trame, le imposture e le congiure ordite da esso, la mafia, il rapporto organico, consunstanziale, di mafia e politica, la Democrazia cristiana, l’uso delle istituzioni e dell’apparato pubblico ai fini clientelari, mafiosi e politici. La Chiesa, gerarchie in primo luogo, ma anche i preti tipici del Sud e della Sicilia, collusa con il potere, mafioso e politico. L’Italia come luogo d’elezione dellospagnolismo” (Sciascia e prima l’amato Manzoni, come fustigatori di questa modalità di servilismo, di esibizione barocca e teatrale del potere, dell’essere “forti con i deboli e deboli con i forti” ecc.), della doppiezza e dell’ipocrisia, in politica e nella vita sociale, della mancata Riforma protestante, del mancato 1789 ecc.

Nella bella e densa Prefazione della riedizione del 1967 presso Laterza (assieme a Morte dell’Inquisitore) l’autore spiega bene il retroterra culturale di tutto ciò e la sua visione della missione del letterato. Esplicita bene l’origine dell’opera, dalle Cronache scolastiche, appunto, ai vari capitoli che compongono questa preziosa e concentrata antologia, a mo’ di requisitoria critica, storica, sociologica, politica, antropologica.

Ma esplicita bene anche la sua professione di fede nella forma stilistica di questo impegno. L’inconfondibile stile sciasciano, la sua prosa secca, concisa, scarna, profondamente antiretorica, fatta di frasi brevi, con il sapiente e proprio uso delle parole. Mai ridondante, aderente allacosa, ai fatti, ma che risulta nondimeno di grande godimento estetico. Il suo non preoccuparsi delcorso delle teorie estetiche”, ma di “seguire piuttosto l’evoluzione del romanzo poliziesco”. E molti suoi celebri romanzi, di forte e denso contenuto storico, politico, sociologico, culturale ecc. sono, formalmente, esemplati sul romanzo poliziesco, Il giorno della civetta, A ciascuno il suo, Il Consiglio d’Egitto, Il contesto, Todo modo ecc.

Le parrocchie sono composte di vari capitoli e costituiscono un documento di prim’ordine per conoscere la realtà meridionale, nello specifico, siciliana. La composizione sociale e le culture e le subculture delle feroci e incolte classi possidenti, nel capitolo Il Circolo della Concordia, il ruolo dei partiti e del clientelismo politico, il voto di scambio e le relative truffe elettorali nel capitolo Diario elettorale.

Il capitolo centrale delle Cronache scolastiche (Sciascia era maestro di scuola elementare a Racalmuto, Regalpetra nel titolo) costituisce un documento sociologico importante della condizione della scuola, della povertà e del lavoro minorile, della scuola cosiddetta di classe, del bisogno di un’altra didattica e di un altro sapere che veramente potessero contribuire all’emancipazione di quei ragazzi poveri, affamati, subalterni. Tutto ciò detto dieci anni prima del documento del rivolgimento copernicano della concezione della scuola e del sapere, la fondamentale Lettera a una professoressa di Don Milani e della Scuola di Barbiana del 1967.

È l’opera che mostra la stupefacente continuità della storia italiana, il passaggio, quasi indolore al Sud (ma anche nel resto d’Italia) dal fascismo al cosiddetto antifascismo, il trasformismo molecolare e politico (i tanti fascisti, monarchici, liberali ecc. poi confluiti nel vero attrattore di tutto ciò, luogo della confluenza, la Democrazia Cristiana, vero Moloch onnicomprensivo, onnivoro). E quindi il ruolo della Chiesa e dei preti, collusi con la mafia, con il potere, con la Dc ecc.

E poi, a mo’ di pionieristica inchiesta e denuncia della condizione dei lavoratori, la descrizione della vita dei salinari, operai delle miniere di salgemma, degli zolfatari, dei braccianti agricoli, delle malattie cosiddetteprofessionali”, dei salari da fame. Insomma Parrocchie è il compendio enciclopedico delle malefatte del potere al Sud e nella Sicilia, dello Stato e della Chiesa collusi, della condizione e della rassegnazione e del fatalismo delle classi subalterne, della insipienza e della ferocia delle classi dominanti.

Seguendo e denunciando l’eterna “sconfitta della ragione” (e relativa sconfitta della giustizia sociale e politica), nel 1971 Sciascia sentì il bisogno di imprimere una svolta alla sua attività di scrittore, di intellettuale, di polemista. La parabola della sconfitta della ragione parte dalle Parrocchie del 1956 fino alla Recitazione della controversia liparitana, dedicata a A.D. (Alexander Dubček) del 1969, attraverso, tra gli altri, i notissimi romanzi polizieschi Il giorno della civetta e A ciascuno il suo, sulle condizioni sociali e politiche della Sicilia, sul rapporto mafia e politica, sul malgoverno Dc ecc. Il discorso ruotava sì attorno alla Sicilia, ma ormai occorreva un discorso universale, sull’Italia e sul mondo. Poiché la Sicilia era, ed è, metafora dell’Italia e del mondo.

Le imposture e le trame del potere occorreva descriverle e smascherarle nei suoi luoghi d’elezione. Ed è la politica nazionale, anche se la finzione letteraria ci porta a un paese apparentemente latinoamericano. Un paese “dove non avevano più corso le idee, dove i principi – ancora proclamati e conclamati – venivano quotidianamente irrisi, dove le ideologie si riducevano in politica a pure denominazioni nel giuoco delle parti che il potere si assegnava, dove soltanto il potere per il potere contava”.

È Il contesto, uscito alla fine del 1971. “Una parodia”, come recita il titolo. Ma in realtà “un apologo sul potere nel mondo”. Potere e politica che sempre più vengono a configurarsi come “mafiosi”, oscuri, apparentemente indecifrabili. Una dinamica autonoma di varie uccisioni di magistrati a opera dell’ex farmacista Cres intercetta un’altra dinamica parallela di complotto vero e proprio, una vera e propria “strategia della tensione”, a opera del partito al governo e dei suoi apparati per perpetuare e consolidare vieppiù il proprio potere. Senonché il diligente ispettore Rogas che ha scoperto il complotto e che vuole rivelarlo ad Amar, segretario del partito d’opposizione, il Partito Rivoluzionario Internazionale, viene ucciso assieme ad Amar. L’intellettuale Cusan, al quale Rogas aveva rivelato tutto e che aveva consigliato all’ispettore di riferire al segretario del suo partito, scopre con orrore, parlando con il vicesegretario del PRI, che questo epilogo è quello voluto anche dal partito di opposizione, sedicente “rivoluzionario”. “- Siamo realisti, signor Cusan. Non potevamo correre il rischio che scoppiasse una rivoluzione -. E aggiunse – Non in questo momento”.

Nel racconto, a un certo punto, ci si imbatte nella aperta confessione del Ministro dell’Interno secondo il quale il proprio partito ha malgovernato per trent’anni il paese e che si malgovernerebbe meglio, assieme, se a sedere nella propria poltrona ci fosse il segretario del partito di opposizione.

La polemica divampò subito. L’apologo mostrava chiaramente come Dc e Pci tendessero, nell’apparente e reale scontro, a essere collusi. Partito al governo e partito all’opposizione che svolgono un gioco delle parti. E la sinistra extraparlamentare variamente utilizzata dai servizi e dalle forze repressive per i propri fini, sempre al fine del consolidamento del potere. Intellettuali ed esponenti del Pci reagirono e attaccarono frontalmente Sciascia e così Giovanni Raboni sui Quaderni piacentini, diciamo dal versante extraparlamentare. Profeticamente Sciascia anticipava i tempi e i dilemmi del compromesso storico, dove il dialogo comunisti-cattolici non solo avveniva al vertice, tra partiti, Pci-Dc, e non alla base, ma dove in realtà non esisteva la base dal lato Dc poiché “non esistevano le masse cattoliche”, i tempi e i dilemmi dei posteriori governi di unità nazionale, dell’uso eterodiretto dei gruppi clandestini, sempre soggetti a essere infiltrati e in qualche modo manovrati dai servizi e dagli apparati dello Stato.

Il lato della Democrazia Cristiana e del suo retroterra profondo, l’eterna ipocrisia e l’eterna doppiezza della Chiesa cattolica, in un paese dove occorreva parlare piuttosto di “cattolici” e non di “cristiani”, Sciascia lo affrontò con il romanzo Todo Modo, apparso alla fine del 1974. È la resa dei conti finale con il sistema di potere democristiano. “Giallo metafisico”, “sottile metafora degli ultimi trent’anni di potere democristiano” lo definì acutamente Pasolini nella sua recensione del romanzo. È un giallo senza soluzione. “Giallo metafisico” poiché dei tre omicidi commessi in quel albergo, durante il soggiorno per gli esercizi spirituali, solo quello di don Gaetano si potrebbe ascrivere al pittore.

Un famoso e ricco pittore laico si trova a pernottare in un albergo dove annualmente si ritrovano i classici notabili democristiani per compiervi gli “esercizi spirituali”. Ministri, deputati, amministratori di aziende di stato, direttori di giornali ecc., con tanto di mogli e di amanti al seguito, compiono questo dovere formale sotto la guida di don Gaetano, prete colto, intelligente, sottile, luciferino. Un prete esplicito nei serrati e acuti colloqui con il pittore nel mostrare l’arcano della Chiesa, e quindi della Democrazia Cristiana. Il titolo “Todo modo” viene da un precetto di Ignazio di Loyola. “Con ogni mezzo, per cercare la volontà divina”. Con ogni mezzo, anche l’assassinio. Così come intimamente hanno pensato e giustificato il loro operato molti alti dirigenti Dc nella reale storia italiana del secondo dopoguerra.

Il romanzo offre il retroterra per comprendere ancor più l’altra opera di Sciascia del 1978. L’affaire Moro dimostrò definitivamente come un letterato della finezza intellettuale del nostro possa comprendere immediatamente quale dramma celasse la vicenda di Moro. Vittima egli stesso del sistema di potere del quale fu uno dei maggiori artefici. Anche con l’uso di un linguaggio alieno rispetto ai canoni della ragione e della verità, ma ampiamente comprensibile entro la visione barocca della doppiezza, dell’allusione, del dire e non dire, del linguaggio del potere fine a se stesso.

Sciascia aveva replicato, negli interventi polemici dopo l’uscita de Il contesto, a un furioso Scalfari che egli non aveva il dono della prudenza e dell’opportunità. Nel paese per eccellenza del trasformismo e dell’opportunismo. Così come dimostrò nei fatti quando si provò a svolgere attività politica diretta, sempre come indipendente, prima al Consiglio Comunale di Palermo e poi alla Camera dei deputati. Nei due casi Sciascia denunciò come il vero potere non risiedesse nei luoghi deputati, appunto i consigli e i parlamenti. Come disse allora “il potere è sempre altrove”.

Oltre il teatrino della democrazia rappresentativa, della competizione elettorale, dell’attività pubblica e palese, del visibile. Il “segreto”, l’invisibile essendo la vera chiave per capire come si svolge la politica, come si esercita il potere. La mafia, la politica svolgono la loro attività vera dietro le quinte, nei gruppi ristretti, nelle massonerie, nelle consorterie, nelle combutte, nei salotti, nei circoli ecc. E lì si compie il misfatto. Il potere per il potere. Esponenti di governo ed esponenti di opposizione. Destra, sinistra, centro oggi nel grande frullatore della “circolazione delle élite”, nell’epoca del trionfo del neoliberismo e della degenerazione finale del senso della politica e del fare politica.

Oggi questo è chiaramente visibile, a una mente lucida e non obnubilata da pregiudizi di parte. Allora, in Sciascia, era visione profetica. Proprio perché “scrittore di cose” e non “scrittore di parole”. Proprio perché “scrittore di opposizione”, come Pasolini. E dobbiamo alla sua mente lucida e alla sua prosa tersa, affilata, essenziale, insomma alla “letteratura come verità”, da lui tenacemente perseguita, questa visione, questo dono prezioso per noi, ancora oggi.

Sciascia non è stato un semplice letterato, è stata una delle poche coscienze critiche che la storia italiana abbia avuto (nel dopoguerra, assieme a Pasolini, come si diceva sopra) e come tale ha svolto il suo dovere civile e politico. I suoi romanzi, i suoi scritti su vari argomenti storici, letterari, culturali rappresentano le pietre miliari di questo impegno. Ma il suo acume critico, investigativo quasi, di reperimento e di inchiesta, a partire da pochi dati, da pochi documenti, mostrano come spesso un letterato veda più in dello storico (Morte dell’Inquisitore, per fare un solo esempio). Veda più in del filosofo e dello storico della scienza (La scomparsa di Majorana). Veda più in del critico e dello storico della letteratura (le varie raccolte di saggi La corda pazza, Fatti diversi di storia letteraria e civile, Pirandello e la Sicilia,pernon elencare altro). Veda più in di giornalisti, politici,storici(L’affaire Moro).

A ogni pie’ sospinto Sciascia ha onorato il suo assunto iniziale. Il suo voler essere erede – e quale erede! – della battaglia culturale illuministica di emancipazione umana. Buon epigono di Voltaire, di Diderot. La penna dello scrittore può essere un’arma, se usata bene, una spada al servizio della ragione e quindi lo scrivere non è ornamento, orpello culturalistico, buono per i salotti e per le amene conversazioni dei suoi frequentatori. La battaglia culturale è cosa seria, al pari della battaglia sociale e politica. Nessuna gerarchia è tollerata (e ricordiamoci in tal senso le vicende di Vittorini, Pavese, Calvino ecc.). E se la ragione è eternamente sconfitta, tuttavia è possibile contrastare le trame e le congiure del potere. E le collusioni di chi dovrebbe opporsi fieramente a ciò, e da qui i suoi molti dissapori, e financo scontri, anche violenti da ambo le parti, con il Pci, per esempio.

In Nero su nero, sorta di diario intellettuale, a un certo punto Sciascia cerca una definizione di letteratura e non trova di meglio che la lapidaria definizione: la letteratura è verità. E Sciascia, come il Calvino delle Lezioni americane, si ritrova a concepire la letteratura come luogo del potenziamento delle capacità conoscitive, delsistema di sistemi, della possibile visione di una totalità, aperta, mai conchiusa, sempre multilaterale e multidimensionale, che nessuna scienza o arte particolare possiede o può dare.

Ripeto, tutto ciò entro una concezione formale e stilistica che personalmente considero tra le più efficaci, affascinanti, che ci aiuta a riconciliarci con il mondo. Anche semolto offeso” è questo mondo. Mondo che Sciascia ci ha aiutati a decifrare, a cogliere, a smascherare. Ripeto, senza veli, senza orpelli, nella sua nuda e impietosa crudezza. Soprattutto per le tante vittime del potere, dell’arroganza, dell’ingiustizia.

LE IMMAGINI SONO STATE SCELTE DALLA “BOTTEGA”

MA COSA SONO LE «SCOR-DATE»? NOTA PER CHI CAPITASSE QUI SOLTANTO ADESSO.

Per «scor-data» qui in “bottega” si intende il rimando a una persona o a un evento che il pensiero dominante e l’ignoranza che l’accompagna deformano, rammentano “a rovescio” o cancellano; a volte i temi possono essere più leggeri ché ogni tanto sorridere non fa male, anzi. Ovviamente assai diversi gli stili e le scelte per raccontare; a volte post brevi e magari solo un titolo, una citazione, una foto, un disegno. Comunque un gran lavoro. E si può fare meglio, specie se il nostro “collettivo di lavoro” si allargherà. Vi sentite chiamate/i “in causa”? Proprio così, questo è un bando di arruolamento nel nostro disarmato esercituccio. Grazie in anticipo a chi collaborerà, commenterà, linkerà, correggerà i nostri errori sempre possibili, segnalerà qualcun/qualcosa … o anche solo ci leggerà.

La redazione – abbastanza ballerina – della bottega

 

 

La Bottega del Barbieri

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