La mia lingua è la mia libertà

di Bettina Keller (*)

Un populu Un popolo

mittitilu a catina mettetelo in catene

spugghiatilu spogliatelo

attuppatici a vucca, tappategli la bocca,

è ancora libiru. ancora è libero.

Livatici u travagghiu Toglietegli il lavoro

u passaportu il passaporto

a tavula unni mancia il tavolo dove mangia

u lettu unni dormi, il letto dove dorme,

è ancora libiru. ancora è libero.

Un populu, Un popolo

diventa poviru e servu, diventa povero e servo,

quannu ci arrobbanu a lingua quando gli rubano la lingua

adddutata di patri: usata dai padri:

è persu pi sempri. è perduto per sempre.

Diventa poviru e servu, Diventa povero e servo,

quannu i paroli non figghianu paroli quando le parole non figliano parole

e si mancianu tra d’iddi. e si divorano a vicenda.

Una poesia, questa del siciliano Ignazio Buttitta (da «Lingua e dialettu», in «Io faccio il poeta») che è un proclama, quasi un manifesto.

E per quanto a noi possa sembrare ovvio, fino alla retorica (troppe rivolte di popoli schiavi ma ricchi di lingua e, quindi, di storia e di cultura, ci hanno mostrato la veridicità di quanto proclama Buttitta) non può mai essere affermato troppe volte.

Non solo per rivendicare sempre il diritto alla propria identità, il cui più importante veicolo e tratto distintivo è proprio la lingua, quanto forse, più ancora, per invitarci all’attenzione, quotidianamente, alla propria lingua; per ammonirci davanti alla grande faciloneria con cui, “cittadini d’Europa e del mondo”, rinunciamo alla parlata «addutata di patri», rinunciamo a farla restare viva, produttiva («quannu i paroli figghianu paroli») e permettiamo, invece, che si fossilizzi in qualcosa di “folcloristico” o di “arcaico”, e per comunicare, quotidianamente, ci si serve di quella strana poliedrica e deforme superlingua che, alla deriva, per strada e nei media, ci avvolge in ogni momento, rendendoci “troppo uguali” agli altri.

Non abbiamo resistito alla tentazione di una versione anche in sardo (varietà campidanese: traduzione di Marco Piras).

A unu pópulu

ponéddu sa carèna

spolléddu

tuppéddu sa bucca

i èsti ancora scapu.

Pigaindéddu su trabàllu

su passapórtu

sa mesa abùndi pàpada

su léttu de drommì

i èsti ancora scapu.

Unu pópulu

tòrra pòbiru e iscràu

candu ndi ddu fùranta sa lingua

oberàda de i bàbbusu:

non si ndi pèsa prusu.

Tòrra pòbiru e iscràu

candu i fuèddusu no àngianta fuèddusu

e si nci pàpanta a pài.

(*) «Un popolo / diventa povero e servo / quando gli rubano la lingua / usata dai padri». Già un paio di volte in blog si è parlato di questi versi di Ignazio Buttitta. Così ho ripreso questo articolo di Bettina Keller che fu pubblicato (nel 1991) dal numero 3-4 di «Sa Stria. Periodico dei sardi della diaspora».

 

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