La pandemia non ferma il mercato delle armi

di Gianluca Cicinelli

Tra le poche certezze della vita c’è il proliferare degli strumenti per toglierla, il costante aumento della vendita di armi nel mondo. L’ultimo rapporto sull’andamento della vendita globale delle armi, redatto dall’Istituto internazionale di ricerca Sipri di Stoccolma, ci dice che, nonostante in termini di soldi gli affari dei mercanti di morte non siano aumentati per la prima volta dal 2001, il traffico complessivo ha superato lo scorso anno i livelli della guerra fredda. Tra il 2016 e il 2021 Stati Uniti, Francia e Germania hanno aumentato le esportazioni mentre sono diminuite quelle di Russia e Cina. Ma come denuncia Francesco Vignarca – coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo – il fenomeno è difficile da monitorare, perchè assistiamo alla sparizione di grandi quantitativi di armi, leggere e pesanti. Una zona grigia in cui prosperano i mercanti di morte.

I Paesi produttori sono relativamente pochi e sulla vendita delle armi si regge gran parte della loro economia. Molti sono invece quelli che importano armamenti. Si potrebbe pensare che la pandemia abbia rallentato il settore, ma non è così, il mercato prospera e secondo il ricercatore Sipri Siemon Wezeman “la stagnazione o la diminuzione delle esportazioni non sono da considerare un dato positivo, in quanto risulta sempre alto l’interesse verso il settore. Sul lungo periodo il Sipri pronostica tuttavia un nuovo aumento delle spese militari”.

La regione mediorientale, non stupisce, è l’area in cui si verificano gli acquisti dei maggiori quantitativi di armi leggere e pesanti. L’Arabia Saudita secondo il rapporto è il primo importatore mondiale con l’11% del totale (ha aumentato le sue importazioni di armi del 61%) mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno diminuito le importazioni del 37%. L’Egitto invece negli ultimi dieci anni ha aumentato le importazioni del 136%.

Risultano, invece, in netta diminuzione le importazioni dell’India che, afferma il Sipri, è uno dei maggiori importatori dalla Russia.

L’Italia è il decimo Paese esportatore al mondo: vende soprattutto a Egitto, Turchia e Pakistan: produciamo e vendiamo soprattutto aerei militari, 1.439 per l’esattezza, e 796 navi ed esportiamo il 2,2% del totale delle armi vendute nel mondo, anche se rispetto al quinquennio precedente le nostre esportazioni sono diminuite del 22%. Ce la caviamo anche con le importazioni: siamo diciannovesimi nel mondo, e compriamo soprattutto da Stati Uniti, Germania e Israele.

Gli Stati Uniti restano saldamente in testa alla classifica, con un aumento di cinque punti, dal 32 al 37% di tutte le vendite nel mondo, vendendo il 47% delle armi in Medio Oriente, il 24% va a finire direttamente in Arabia Saudita. La geopolitica ha penalizzato invece la Russia, che a causa di un calo del 53% delle esportazioni verso l’India si ferma al 22% del mercato complessivo. Aumentano invece produzione e vendita sia la Francia che la Germania. I transalpini si accaparrano l’8,2% del totale delle esportazioni dopo aver aumentato del 44% le vendite rispetto al quinquennio precedente. I migliori clienti di Parigi sono India, Egitto e Qatar, che da soli assorbono il 59% delle armi francesi. Anche la Germania compie un balzo in avanti con un aumento di esportazioni del 21% (il 5,5% del mercato totale) vendendo principalmente a Corea del Sud, Algeria ed Egitto.

Frena la Cina, diminuendo del 7,8% le sue esportazioni, che costituiscono il 5,2% del totale, vendendo principalmente a Pakistan, Bangladesh e Algeria. Calo anche per il Regno Unito, che perde il 27% delle sue esportazioni. A sorpresa invece il Paese che compie il maggiore balzo in avanti nelle esportazioni è la Corea del Sud, con un incremento del 210%, che la pone al 2,7% del totale di esportazione di armi nel mondo.

Abbiamo detto della difficoltà di monitorare il fenomeno a causa dei sistemi di mascheramento della vendita di armi. Un esempio lampante che riguarda l’Italia – ha denunciato la Rete Italiana Pace e Disarmo – riguarda le munizioni italiane nella repressione in Myanmar, prodotte dalla ditta Cheddite srl, che smentisce una vendita diretta al regime di militari che tiene in scacco il popolo birmano, citando l’embargo verso quel Paese. “E’ dunque del tutto plausibile una “triangolazione” – scrive sul suo sito la Rete – favorita da altri Paesi destinatari delle vendite della Cheddite srl, che produce principalmente cartucce da caccia e tiro oltre che bossoli e inneschi”. Da tempo la Rete Italiana Pace e Disarmo chiede l’equiparazione delle munizioni allo stesso livello delle armi leggere per il loro impatto devastante.

“Intelligenza militare è una contraddizione in termini”. Groucho Marx

ciuoti

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