La poetica del calcio quotidiano

di Claudileia Lemes Dias (*)
Avevo undici anni quando vidi per la prima volta un uomo piangere. Era il 24 giugno 1990.
Mio padre assieme ai miei tre zii materni,

in un silenzio da convento di clausura, assisteva alla partita della nazionale brasiliana contro l’Argentina di Maradona. Eravamo ancora agli ottavi di finale ma il clima di euforia per il derby sudamericano monopolizzava tutti i telegiornali. Ovvio come il giorno che segue la notte o la morte che corona la vita, i giornalisti sportivi (brasiliani) non avevano dubbi sulla vittoria della mia nazionale. Solo i veggenti, i numerologi e i pazzi azzardavano un nefasto risultato, non spostando però di una virgola il numero di scommettitori a favore del Brasile, che facevano la coda fuori dall’unica ricevitoria di scommesse autorizzata dal governo nello sperduto paesino di Rio Brilhante.
Valdinei, Valmir e Valdir, i miei tre zii, sembravano personaggi usciti da una stravagante collaborazione artistica fra Spike Lee e Sergio Leone. Nerissimi, indossavano stivali, cappelli e cinture da cowboy, abbigliamento che strideva con la pettinatura stile Black Power. Erano orgogliosi della cesta di capelli scolpita come una scultura, da dosi massicce di lacca, che si scompigliava ogni volta che toglievano gli enormi cappelli, risistemandoli velocemente con le mani. Amavano tanto gli spaghetti western che accanto ai santini, distribuiti la domenica in Chiesa, e disposti ordinatamente sulla credenza da mia nonna, gli irriverenti figli aggiungevano, a latere di Sant’Antonio, le immagini di Terence Hill e Bud Spencer.
Nessuno fiatava, nessuno era autorizzato a rompere il patto di silenzio celato in quella stanza. Rio Brilhante, un cerchietto minuscolo sulla carta geografica all’interno di una linea tratteggiata che rappresentava la regione del Mato Grosso do Sul, pareva racchiuso in una palla di vetro dove gli animali tutti, dalle galline ai maiali, dalle mucche ai cavalli, interpretavano silenziosi pupazzi inanimati in attesa che un evento smuovesse il pittoresco universo e facesse cadere la neve.
A dieci minuti dalla fine della partita giocata a Torino, allo stadio Delle Alpi, i piedi di Caniggia accompagnarono il pallone lanciato da Maradona fino alla rete del Brasile. Uno a zero. Il respiro del cronista brasiliano divenne improvvisamente pesante come se anche lui respirasse la stessa asfissiante aria che aveva invaso il nostro salone.
Mio padre si alzò dal divano alla ricerca delle sigarette, mia madre uscì nel giardino a ritirare i panni, solo i miei zii impietriti assistettero agli ultimi secondi della partita.
«Il Brasile non giocherà mai più?» sussurrai a mia sorella maggiore.
«Non dire sciocchezze! Fra quattro anni» rispose lei.
«Quattro anni!» esclamai, mettendo il dovuto punto esclamativo alla fine della frase, mentre abbozzavo la smorfia tragica degli ultimi ad apprendere una drammatica verità qualunque.
Guardai mio zio Valdir, appena diciassettenne. Era pallido, irriconoscibile. I suoi occhi lucidi ed attoniti continuavano a fissare lo schermo increduli come un bambino che vede Babbo Natale a giugno.Un Babbo Natale che, senza la sua sacca e le sue renne è solamente un impostore ladro di felicità. Valdir che inebetito accarezzava le falde del cappello posato sulle ginocchia, come un gatto da coccolare, alzò improvvisamente la mano destra in un gesto di disdegno. Furioso alla vista di Maradona che correva esaltato per lo stadio brandendo la maglia brasiliana, dalla sua bocca uscirono parole e urla irripetibili.
Impaurite, le mie sorelle e io corremmo in giardino. Gridare sarebbe stato superfluo. Dopo il dolorante latrato di mio zio ogni suono sarebbe sembrato solo una parodia del suo animalesco “urlo originale”, l’ultimo respiro di un cowboy ferito a morte da un altro, molto più veloce di lui, seppur argentino e senza gli stivali a punta.
Caniggia aveva estratto con maestria una Colt 45 e con un solo proiettile caricato nel tamburo aveva fatto “pa!” trafiggendo il cuore di tutti gli uomini della mia famiglia. I battiti cardiaci si stavano affievolendo, i polsi scomparendo. Quando stavano per perdere i sensi, in un ultimo scatto di vita riuscirono a trascinarsi fuori dalla sala.
Zio Valdir fu l’ultimo a uscire. Negli occhi le immagini della maglia verde-oro vilipesa da Maradona, i festeggiamenti degli argentini nello stadio torinese, le migliaia di spettatori increduli dentro lo schermo e i milioni di cittadini brasiliani fuori, perplessi.
Nascosta dietro l’albero di mango vidi zio Valdir gettarsi sulla terra rossa e piangere. Il lamento era rauco, interrotto da teatrali spasmi. Il gigante era indifeso.
Passarono i minuti e lentamente i miei zii presero la via d’uscita da quell’incubo. I fratelli e mio padre sollevarono da terra zio Valdir cercando di consolarlo: «Hanno avuto solo fortuna. Non andranno lontano! E poi detto tra noi, cosa ci cambia, vincenti o perdenti domani dovremo alzarci all’alba e lavorare!» chiosò fuori dal coro mio padre.
Non faceva una piega la sua logica stringente. Loro avevano i campi da dissodare, io la scuola.
La scuola e l’inno nazionale.
Con la fine della dittatura nel 1984 era diventato facoltativo per le scuole pubbliche far intonare agli studenti tutte le mattine l’inno nazionale e issare la bandiera nel cortile, tuttavia la maggioranza degli istituti aveva mantenuto questa prassi patriottica. Ancora oggi tutti i testi scolastici hanno stampato, sul retro della copertina, il testo dell’inno per facilitarne l’apprendimento.
Il Brasile del 2014 aspetta i mondiali ascoltando l’inno dagli altoparlanti degli aeroporti, nei supermercati, negli ascensori, nelle stazioni e vagoni delle metropolitane. È la suoneria per telefonini più scaricata del momento e, nelle sue più svariate versioni, supera la classifica delle canzoni pop più trasmesse in radio. La bandiera brasiliana si ritrova ovunque, su magliette e bikini, scarpe e borse, prodotti alimentari e cartelloni pubblicitari governativi sparsi per l’intero territorio. Non esiste posto dove non si respira odore di Patria, soprattutto in anno di elezioni presidenziali. Un evanescente olezzo che sparirà al termine dei Mondiali per essere nuovamente sopraffatto dal lezzo delle falle del sistema sanitario, educativo, carcerario, previdenziale… e via col samba.
«Vincenti o perdenti domani dovremo alzarci all’alba» aveva filosofato mio padre.
Cid Benjamin, giornalista brasiliano torturato dal regime militare e poi esiliato nel ‘68, assieme a quaranta intellettuali, sindacalisti e operai rei di diffondere «propaganda sovversiva comunista», nel bellissimo documentario «Memórias do Chumbo – O Futebol nos Tempos do Condor» racconta l’ambivalenza dei sentimenti nazionali quando, durante l’esilio, la passione per il calcio, anziché scellerato patriottismo, diventò un sublime sfogo: «Ho visto la finale Brasile–Italia da esiliato in Algeria. Abbiamo discusso fra noi se fosse opportuno fare il tifo per il nostro Paese oppure far finta di nulla. Siamo riusciti a restare impassibili fino al quarto gol della Nazionale quando, persino chi di noi era ammirato per la grande razionalità e freddezza, esplose in una grande gioia».
Valmir, Valdinei e Valdir, i miei tre zii, non si vestono più da cowboy da un pezzo.
L’unico che continua a farlo, a cinquantaquattro anni suonati, è mio zio Hélio, il fratello maggiore che, in quella domenica particolare, aveva deciso di restare sul suo trattore pur di finire di arare il campo per l’imminente semina della canna da zucchero. La notizia della sconfitta del Brasile l’apprese qualche ora dopo, quando la radiolina a pile, appesa al cambio del trattore, tra molte interferenze, comunicò l’infausto evento. Dintorno a lui, il tramonto arancione si fondeva con la terra rossa appena rivolta. Zio Hélio rimase a contemplare i colori dell’imbrunire fino a vederlo raggiungere il giusto tono. Sentirlo fondersi con la sua pelle scura prima di tornare a casa era un’abitudine che aveva preso da bambino. Riaccese il trattore e, forte della sua dose di bellezza quotidiana, prese la stradina sterrata che lo riportava casa.
(*) Questo racconto e/o rrcordo – meraviglioso secondo me – è ripreso da «Corriere delle migrazioni» del 21 maggio 2014. Claudileia Lemes Dias è autrice di «Storie di extracomunitaria follia» (Mangrovie edizioni: 198 pag, 12 euri), libro di cui si è parlato troppo poco – e io mi dichiaro colpevole al pari di altre/i. Claudileia arriva in Italia da Rio Brilhante, in Brasile, «paese di 27mila anime e 225.500 bovini» e da questa surreale partenza sembra aver preso slancio per volare soprattutto con le ali dell’ironia.

Redazione
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Un commento

  • La storia di Claudileia è affascinante perchè è la storia del mondo, senza tempo; mi ricorda Inghilterra – Italia del 1974, prima vittoria azzurra contro gl’Inglesi e per giunta ottenuta a Wembley. La casa spoglia, sottoproletaria di mio zio Fausto e la stanza dove eravamo tutti accalcati davanti al televisore: cugini, zii, amici, mio padre, zia Anna innamorata di Riva, rossi e neri, scudocrociati…e poi il tiro di Chinaglia, il portiere inglese che para ma non trattiene la palla e Capello che la mette dentro.

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