La ribellione di Bodo Creek

di Maria Rita D’Orsogna (*)
Per la prima volta, un tribunale di Londra ha stabilito che la Shell è responsabile di tutto quello che accade ai suoi oleodotti: per questo nei prossimi mesi comincerà il processo per le perdite che nel 2008 hanno provocato in Nigeria uno dei più grandi disastri ecologici della storia dell’umanità, devastando per sempre un’area simile a quella dello scoppio nel golfo del Messico e riducendo alla povertà migliaia di pescatori. Che si sono ribellati

«The people in Bodo are living corpses. You see them alive but they are dead inside. Look at this water»
«The aquatic life of our people is dying off. There used be shrimp. There are no longer any shrimp»
«The oil was just shooting up in the air, and it goes up in the sky»
Voci da Bodo Creek (Nigeria dove) 15000 pescatori hanno fatto causa alla Shell per inquinamento.
«It looks like a World War I scene, where the oil has totally destroyed much of the local environment»
«In the minds of the Shell executives there is one law for Africa and another law for the rest of the world»
Attorno alla comunità di Bodo, nell’Ogoniland, nel silenzio generale, si è consumato uno dei più gravi disastri ambientali della Nigeria. Fino a pochi anni fa questa era una zona pristina di circa novanta chilometri quadrati, abitata da circa 50.000 persone, non contaminata dal petrolio, ricca di fauna e di vita e dove l’attività principale dei residenti era la pesca. Era anche una comunità relativamente prospera.
Nel 2008 iniziano perdite di petrolio da uno degli oleodotti di proprietà della Shell che attraversano le mangrovie di Bodo Creek. Secondo la Shell tutto è iniziato il giorno 5 ottobre 2008 per un totale di circa 1.600 barili di petrolio riversati. I residenti, i resoconti governativi e varie associazioni locali parlano invece di perdite che sono iniziate il 28 agosto 2008. Ben sei settimane prima di quanto sostenga la Shell, e per un totale di di ben 4.300 barili di petrolio al giorno e non in totale. E anche dando per buona la data del 5 ottobre, la Shell ha impiegato un mese per rattoppare l’oleodotto, vecchio di almeno cinquant’anni. Passa un altro mesetto e nel dicembre 2008 un altra perdita, che la Shell ha fermato solo dopo due mesi, a febbraio 2009.
La Shell stessa ha ammesso che una volta scoperte le perdite sono andati avanti per varie settimane a pompare petrolio, incuranti della sorte di mangrovie e di persone, presumibilmente per non perdere profitti.
E’ stato devastante. Gli esperti internazionali sostengono che la marea nera della Shell a Bodo abbia causato la più grande perdita di mangrovie al mondo, impattando circa sei mila ettari di costa, e un’area simile a quella dello scoppio nel golfo del Messico. La vita marina è decimata, alcune specie ittiche non ci sono piu. La vita è cambiata e i residenti hanno perso l’unica fonte di sostentamento che conoscevano: la pesca.

I tentativi di ripulire, di chiedere scusa, di limitare i danni sono stati pressoché inesistenti. A oggi il petrolio è ancora lì. Anzi, ha trovato la sua strada ed è emigrato nei campi, nel sottosuolo. A suo tempo, la generosità della Shell di fronte al disastro consistette in: 50 sacchi di riso, 50 sacchi di fagioli, un po’ di cartoni di zucchero, pomodori e oli di semi. La Shell offrì anche 3.500 sterline alla comunità che li considerò un «insulto provocatorio e da mendicanti».
Amnesty International ha accusato la Shell di avere manipolato le indagini e di avere presentato rapporti falsi sui volumi di petrolio finiti nelle mangrovie e sulle misure di ripristino ambientale.
Bodo è una delle tante storie di petrolio che distrugge le vite nigeriane: fra il 2006 ed il 2010 l’oleodotto Trans-Niger ha avuto un tasso di incidenti di 130 volte superiore rispetto a un tipico oleodotto d’occidente. Secondo la Bbc in Nigeria ci sono circa trecento perdite l’anno, quasi una al giorno. La nazione è soprannominata la capitale mondiale dell’inquinamento da petrolio.
Nel 2011 l’Onu ha confermato il disastro ambientale in Nigeria a opera delle ditte petrolifere – la Shell “in primis” – con un report che non lascia spazio ad ambiguità. Ci sono voluti anni per redigerlo con esperti dell’Onu a monitorare il complesso sistema di oleodotti della Nigeria e delle zone che attraversano. In alcune località le concentrazioni di petrolio sono mille volte maggiori a quanto lecito, quelle di benzene (un cancerogeno) di 900 volte superiore a quanto dovrebbe essere. La sola Shell è responsabile di almeno 3.000 perdite di petrolio fra il 2007 e il 2012. Secondo l’Onu, se mai si inizierà, ci vorranno almeno trent’anni e un miliardo di dollari, per ripulire i danni di decenni e decenni di riversamenti di petrolio nell’ambiente.
A suo tempo ci si aspettava lo scandalo dell’opinione pubblica mondiale, perché sono dati ed immagini che non si possono confutare. Ma non è successo niente.
Una delle principali scuse che la Shell – e le sue amiche signorine petrolifere – amano propagandare è che queste perdite sono quasi sempre dovute ad atti di sciacallaggio da parte delle comunità locali e che quindi non è responsabilità dei petrolieri sistemare gli oleodotti manomessi.
Entra in scena l’avvocato Martyn Day della ditta legale londinese Leigh Day: decide che di fronte a tutto questo sfacelo non si può fare altro che portare in tribunale la Shell. E non in un tribunale nigeriano. In un tribunale londinese, chiedendo che gli stessi standard si applichino alla Nigeria come a Londra. E’ la prima volta che succede.
E così Martyn Day si è ritrovato a rappresentare in una «class action» contro la Shell 15.000 pescatori di Bodo Creek in una corte londinese. Le sue posizioni sono chiare: non importa chi compie (e se vengono compiuti) atti di sabotaggio. L’operatore deve essere sempre ritenuto responsabile dei propri oleodotti e deve intervenire tempestivamente. Nel caso specifico di Bodo Creek, l’oleodotto doveva essere sostituito molti anni prima, perché vecchio e corroso.
Martyn Day sostiene che una causa di questo tipo sarà deterrente verso altri possibili casi di inquinamento e farà riflettere i signori del petrolio che la cura dell’ambiente viene prima dei profitti. L’avvocato chiede un rimborso economico vero e non di facciata per tutti e 15.000 i pescatori di Bodo Creek i quali hanno perso tutto quello che avevano. Si parla di 500 mila barili di petrolio finiti nelle mangrovie.
La causa è iniziata il 22 marzo di quest’anno: la Shell aveva ammesso la propria colpevolezza già nel 2011 ma aveva cercato di sottostimare i danni e aveva tentato di patteggiare sulle compensazioni con Martyn Day. Ai sacchi di riso infatti, la Shell aveva aggiunto 50 milioni di dollari. Questa può sembrar tanto come cifra assoluta, ma non è niente se si considera che a ciascun pescatore sarebbero toccati 1700 dollari per tutto quello che la Shell ha combinato e che gli ha tolto: il sostentamento per il futuro.
La Shell guadagna 3 milioni di dollari l’ora. L’avvocato ha definito “risibili” le offerte della Shell e, d’accordo con i suoi pescatori, ha rifiutato l’offerta, decidendo di continuare per le vie legali.
Così si arriva al 20 giugno 2014: secondo un primo pronunciamento della London High Court la Shell è responsabile di tutto quello che accade ai suoi oleodotti, anche delle perdite dovute a sabotaggi e a furti se questi oleodotti non sono protetti e monitorati a sufficienza. Il giudice ha decretato che la Shell ha il dovere di installare tecnologia per monitorare le perdite, riportare eventuali problemi alle autorità, installare video di sorveglianza e utilizzare le migliori tecnologie per evitare le perdite stesse. In Nigeria la Shell non ha mai fatto nulla di tutto questo, sebbene siano regole standard nei Paesi occidentali.
Secondo Martyn Day, questa è una prima importante sentenza, perché fa sì che Shell non possa celarsi dietro il dito del “non è colpa mia” e fare distinguo su cosa vuole ripulire e cosa vuole lasciare disperso in ambiente.
La Shell ha rilanciato l’offerta dei 50 milioni di dollari. I pescatori hanno di nuovo detto no. I danni sono molto, molto maggiori.
Io sono sempre affascinata da queste persone di animo grande – come Martyn Day – che vedono le cose storte da lontano e decidono che non si può restare in silenzio, sebbene le proprie vite, essenzialmente, non ne siano impattate.
Vediamo cosa accadrà nelle prossime puntate. Il processo pieno si svolgerà nel 2015.
(*) Riprendo questo articolo dalla newsletter di «Comune-info» (del 2 giugno). Maria Rita D’Orsogna è fisica e docente all’Università statale della California, cura diversi blog (tra cui dorsogna.blogspot.it, dove questo articolo è stato pubblicato con il titolo «15.000 pescatori nigeriani contro la Shell a Londra. Una prima vittoria»); la fonte utilizzata è «The Guardian»). L’articolo su «Comune-info» era corredato da immagini, compresa quella del gas flaring acceso 40 anni fa da Eni-Agip in Nigeria e mai più spento. Qui in blog di Nigeria si è parlato più volte, anche per ricordare la vita coraggiosa di Ken Saro-Wiwa e che i vel-Eni della Nigeria sono anche italiani, pur se la Shell (che in Nigeria molti chiamano direttamente Hell, inferno, con una casuale S davanti) è la principale responsabile dei disastri ambientali, possibili solo grazie al sostegno dell’Occidente ai militari e/o a governi “neo-coloniali” e ovviamente nel silenzio dei “grandi” media. (db)

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