La terza via fra vivere e morire

Che bello: sono caduto, senza paracadute, dentro «Necrospirante» di Clelia Farris e ne sono uscito più vivo di prima.   

(con un PS su «Paradiso remoto» di Resnick)

A me è capitato un paio di volte di “precipitare” dentro un quadro… prima di sapere che esistesse la “sindrome di Stendhal” ovvero – oh santa Wikipedia, protettrice dei pigri, rubo le tue parole -«una affezione psicosomatica che provoca tachicardia, capogiro, vertigini, confusione e allucinazioni in soggetti messi al cospetto di opere d’arte di straordinaria bellezza, specialmente se esse sono compresse in spazi limitati». Ci aggiungo di mio una specie di “restare impietrito” e/o avere la sensazione di essere risucchiato dal quadro (ma potrei essere stato influenzato dal film «Sogni» di Kurosawa). Capita anche con i libri – oh sì – ma le vertigini risultano meno sconvolgenti perché leggendo, di solito, si è seduti o sdraiati.

E vengo al romanzo «Necrospirante» di Clelia Farris, pubblicato da Delos (228 pagine per 15 euri). Mi trovavo fra stupore (sto capendo dove sono o mi serve una bussola?) e sospetto (non è la solita Farris) quando un personaggio – che ancora non sa di chiamarsi Marta – «guardandosi intorno» in una distesa di polvere si impaurisce: «era precipitata in un quadro di Dalì, una plaga desertica piatta e uniforme la cui unica certezza era la riga che separava la terra dal cielo. Nel quadro la scena era animata da cattedrali, cavalli bianchi ed elefanti con zampe di ragno ma nel luogo dove si trovava non c’era nessuna tentazione. La natura, senza fantasia, aveva riempito di sabbia un grande vassoio e si accontentava di lisciarla con le dita del vento». E qui mi sono fermato. Non essendo Marta (o Clelia e neppure Salvador) la prima domanda che mi sono fatto è stata: “Dalì, deserto, tentazione… ho un vago ricordo, provo a cercare ‘sto quadro”. E sempre grazie alla suddetta santa-santa Wiki ho trovato questo. Ri-guardiamolo insieme.

Che dite? Potrebbe essere?

E sono tornato al libro accorgendomi di una novità cioè di essere stato colpito dalla “sindrome di Farris”. Fino a quel momento (pag 79) mi piaceva la scrittura e ululavo persino per qualche personaggio o invenzione ma ancora non ero stato catturato. Da quel momento sono stato prigioniero di «Necrospirante» fino all’ultima riga.

Come sapete racconto di rado le trame e qui sarò particolarmente reticente sugli avvenimenti. Mi pare che una delle chiavi sia in due frasi poste quasi all’inizio in rapida successione: «Non tutto quello che si muove è vivo […] Non tutto quello che vive è umano». Ovvio, direte voi. Dipende dal contesto. Del resto noi siamo intelligenti ma anche tonti – come pensa Migdal nel libro – cioè «due caratteristiche che negli umani convivono senza creare loro alcun problema». Almeno per me sottoscrivo.

Inumani forse quelli (leggendo scoprirete voi di chi si tratta) che Sadur definisce così: «forti, solitari ed egoisti. Potrebbero governare il mondo se volessero ma non hanno bisogno di niente, neppure del potere»; «oltreumani» potrebbe essere un nome adatto a loro.

Poco umani sono invece uomini e donne che credono in una versione molto pessimista del trittico “Libertà, uguaglianza, fratellanza” e traducono così: «Libertà significa che la gente è libera di ammazzarti o derubarti. Uguaglianza vuol dire che la gente è uguale dappertutto, cioè capace di ammazzarti o derubarti […] Fraternità significa che i primi ad ammazzarti e derubarti sono i tuoi stessi fratelli». Così almeno pensa Nilanjana mentre a me piace pensare che nel mio mondo (e persino nel suo) la verità abbia anche altre facce. Quando per esempio all’improvviso in «Necrospirante» irrompe un minuetto di Johan Sebastian Bach e pur se non lo sentiamo (addirittura se non lo conosciamo) restiamo anche noi con il fiato sospeso, ripensando alle bellezze create e da ritrovare … se perdute.

C’è un tema sotterraneo, anzi carsico visto che esce in superficie e poi torna sotto per riemergere quando meno te l’aspetti, ed è la memoria: «un magazzino disordinato», «una passerella di ostia, ci camminiamo sopra troppo allegramente e sotto ci aspettano gli squali dell’oblio».

La buona fantascienza è anche un magazzino di idee, luoghi, creature. Qui facciamo conoscenza del muschio vivo, delle Case d’Aste (si invecchia di colpo a scoprire cosa accade) e dell’attesa Grande Onda. Proviamo stupore per il «protocancro» o per le tempeste a domicilio. Ci perdiamo in sessi imprevisti, in una Bocca senza nulla sotto il collo, in una terza via fra vivere e morire. Ci sono poi luoghi che crediamo di conoscere: ma il deserto di «Necrospirante» è lontano anni luce da quelli terrestri perché lì c’è tutto: perfino l’acqua e dunque anche le cose impossibili. «Il deserto è fiducia nel vuoto […] In principio era il vuoto. Poi qualcuno parlò e una piccola parte di vuoto si riempì». E dopo molto tempo Clelia Farris scrisse e un’altra parte del vuoto si popolò di persone e storie.

PS

Subito dopo «Necrospirante» ho letto l’ultimo Urania in edicola ovvero «Paradiso remoto» di Mike Resnick (edizione originale 1989, traduzione di Alessandro Vezzoli: 276 pagine per 6,50 euri). La quarta di copertina sembrava stimolante e poi anche se gli ultimi di Resnick non mi erano piaciuti avevo un ricordo piacevole dei suoi primi libri; con Riccardo Mancini ci eravamo scambiati impressioni positive. O sbagliavamo noi o quel Resnick è scivolato giù nell’abisso. Qui è tutto noioso anche se non scritto malissimo. Perdipiù è ideologicamente fascistoide. Pensavo che l’inizio con un personaggio colonialista e razzista fosse un espediente per rovesciare poi la trama e offrire l’altro punto di vista. Invece sembra che l’autore abbia adattato la versione (inglese) dell’indipendenza del Kenia a un abitino sottile di fantascienza più chiacchiere da bar di vecchi cacciatori. Ma sir Rhodes (scusate volevo dire Resnick) si tradisce perché nella «premessa» cita una storiella universale dicendo che è keniana e scrivendo in modo improprio la frase finale: ne uccide più l’inconscio che la spada?

Piacevole invece il breve racconto finale di Fernando Nappo, con un sapore di fantascienza delle origini ma ben inserito fra oggi e dopodomani.

Chiuso Resnick mi sovviene che proprio «Necrospirante» l’anno scorso fu finalista (però non vinse) al Premio Urania: dunque se lo sono fatti scappare? Per pubblicare Linda Nagata o questo Resnick? Boh. Ci sono più misteri a Segrate/Mondadori che in tutti i cieli conosciuti.

redazione
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Wow, Daniele, Sam Spade ti fa un baffo.
    Sì, confesso, Marta ricorda proprio quel quadro, Le tentazioni di S. Antonio, santo molto dipinto dai surrealisti. Io in realtà preferisco la versione di Ernst, però non c’era il deserto.
    E il deserto mi era indispensabile. Niente vermi ma molti pesci.

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