«L’alternativa Oppenheimer»

db sul romanzo di Robert Sawyer. Con due PS su affari di cuore e sui «70 anni di futuro» in Urania.

Un amico descrisse l’andatura di «Oppie», cioè Robert Oppenheimer, così: «è un continuo cadere in avanti, quasi che lui stesse eternamente precipitando nel futuro»; una profezia in forma di goffaggine?

All’inizio del romanzo «L’alternativa Oppenheimer» – in edicola, nella traduzione di Nicola Fantini, con Urania Jumbo: sono 460 pagine per 9,90 euri – ci troviamo nel 1936 e Oppie è avvisato dall’amico Chevalier che una donna lo fissa insistentemente: «sono quei tuoi dannati occhi …due maledetti opali». Più a suo agio con la fisica che con le donne Robert se la tenta: sarà grande amore e casino totale. Annuncio importante: il signor Spoiler è pregato di tenersi fuori da codesto blog.

Nel capitolo successivo incrociamo subito Leo Szilard, un altro celebre fisico, e il nuovo progetto – «Manhattan Engineer District» – che mira a costruire la bomba nucleare con la quale gli Usa contano di vincere la guerra (corre voce che anche la Germania stia lavorando a qualcosa di simile).

Non è un romanzo di fantascienza quello che si delinea, dovremo arrivare a pagina 137 perchè irrompa l’invenzione.

Sawyer via via introduce gli altri protagonisti (tutti uomini) della corsa verso l’atomica: in testa Edward Teller e dall’altra parte Wernher Von Braun.

Plin plon, ripetiamo l’annuncio precedente: il signor Spoiler si tenga fuori da codesto blog.

La guerra mondiale è finita. Hanno vinto i “buoni” ma qualche angoscia si insinua anche tra i fisici (perlopiù esuli europei) del Progetto Manhattan. «I nazisti hanno dato al mondo i campi di sterminio. Noi gli abbiamo dato le armi atomiche. Non ci sono bravi ragazzi».

Incrociamo altri scienziati (John Von Neumann e Subrahmanyan Chandrasekhar, a esempio), militari, anticomunisti paranoici. E «l’orologio del giorno del giudizio» che misura – o meglio: ipotizza – quanto manca all’Apocalisse nucleare. Sullo sfondo domina «l’hamartia, l’errore fatale. L’arroganza». Di sfuggita anche un po’ di jazz: Benny Goodman, poi Bird (ovvero Charlie Parker) e Dizzy Gillespie. Poi la terrificante e imprevedibile minaccia. … Il signor Spoiler è pregato di non intromettersi: ultimo avviso.

Citabili. Questa di Oppenheimer: «La storia della scienza è ricca di esempi di quanto sia opportuno utilizzare due tecniche diverse, due idee differenti, sviluppate in contesti autonomi, per cercare una verità nuova, in contatto l’una con l’altra». Ma ha del memorabile anche il dialogo (immaginario) fra Szilard e Von Braun su viaggi spaziali e distributori di CocaCola. Ci sono persino due splendide storielle sulla relatività einsteniana e sui gatti del celebre paradosso di Erwin Schrodinger. Senza dimenticare i quanto mai opportuni e tremendi versi de «Gli uomini nuovi» di Thomas Stearns Eliot.

Un libro confezionato con grande amore e sapienza. Però occasione mancata, secondo me, almeno rispetto agli standard (molto alti) di Sawyer. Vedo che «L’alternativa Oppenheimer» ha vinto un sacco di premi ma questo non mi induce a cambiare parere. Il romanzo è troppo squilibrato fra la prima parte adagiata nel mondo reale e la seconda immaginativa (ma dove quasi tutto è prevedibile, tranne forse due colpi di scena “amorosi”). Capisco che le prime 130 pagine dovevano creare le premesse realistiche e il contesto storico per capire i personaggi storici che vengono poi trasferiti nella fantascienza. Ma pur se il romanzo non annoia mai e si fa apprezzare in molte pagine, l’insieme resta freddo e poco appassionante. Secondo me nello scrivere Sawyer ha contraddetto il suggerimento che un personaggio avanza a proposito di giornalismo scientifico: «non bisogna soffocare l’essenziale dilungandosi a descrivere ciò che sta a margine». Peccato.

Per finire due PS… eccoli qui sotto. (Essendo PS la lettura non è obbligatoria e dunque non sarà materia di interrogazione per il previsto esame di “fantascienza & bottegologia”)

Affari di cuore…

cioè sull’amore fra db e Robert (Sawyer). Come ben sa chi da anni passa i suoi Marte-dì in “bottega” mi sono preso una bella cotta, letteraria è ovvio, per Sawyer. L’ho anche difeso dalle critiche di una cara amica. E  finora il mio unilaterale ammmore (tre m) sembrava invincibile: in uno dei suoi romanzi o trilogie più e in un altro un filo meno il “mio” Robert era più che bravo.

Con «L’alternativa Oppheimer» però il mio cuoricino ha rischiato di infrangersi. Voi che leggete probabilmente state pensando: “va beh db, non ti è piaciuto e non sarà ammmore eterno però a noi scusa checcefrega?” . Vi dò ragione e io stesso ho cercato nella recensione qui sopra di evitare i toni da amante “tradito”. Però mi pare interessante ribadire (nel tempo in cui qualche quotidiano si sente “fico” a organizzare virtuali tornei fra autori-autrici, come fossero incontri di pugilato) che in letteratura sono pochissime/i a non “sbagliare” un libro. E magari sarebbe simpatico discutere (in “bottega” è ovvio) sui rischi dell’innamoramento culturale. Dopodichè… non toccatemi i miei più grandi ammmmmori (5 m) – tipo Haruki Murakami o Ursula Le Guin – e va tutto bene.

Hai ragione” disse il Gatto [del Cheshire] e questa volta svanì adagio adagio; cominciando con la fine della coda e finendo col ghigno, il quale rimase per qualche tempo sul ramo, dopo che tutto s’era dileguato.

«70 anni di futuro»: ancora sulle scelte di Urania

A proposito di occasioni perse, torno sulla collana «70 anni di futuro» della stimabile vecchietta nota come Urania. Breve riassunto: dal 2 febbraio (con «Le sabbie di Marte» di Arthur Clarke) i quotidiani «Corriere della sera» e «Gazzetta dello sport» hanno portato in edicola, il mercoledì, 25 uscite settimanali di vecchi Urania: ogni volume a 6.99 euri. Qui in “bottega” abbiamo fatto poche lodi e molte critiche; vedi Urania fa 70 – con le riflessioni di Mauro Antonio Miglieruolo, Franco Ricciardiello, Diego Rossi, K. W. Sage  e Giuliano Spagnul – ma anche Urania: 70 anni e non sentirli ma…

Il curatore di Urania cioè Franco Forte aveva spiegato le sue scelte, basate anche con questioni di agenzie, diritti et cetera, però non ci aveva convinti neppure per mezza unghia del mignolo.

Adesso si continua. Dopo i 25 (siamo già a 28, per essere precisi) si annunciano altri 20 titoli. Stesso criterio, anzi zero-criterio. Testi recenti e belli («Il problema dei tre corpi» di Cixin Liu, dobbiamo parlarne), altri vecchi ma validi (alcuni visti, rivisti e stravisti), qualcosa senza infamia né lode, un paio – anzi più – di schifezze. Qui in “bottega” ri-segnaleremo il numero 37 della serie: i 4 racconti di Cory Doctorow riuniti con il titolo «Radicalized» sono quanto di meglio si è letto nel nuovo secolo, perciò se finora li avete persi stavolta accordatevi con il vostro edicolante: due copie, una per voi e una per regalarla all’anima gemella.

Però “zia Urania” per i suoi 70 anni meritava una bella torta e non un torto.

 

 

danieleB
Un piede nel mondo cosiddetto reale (dove ha fatto il giornalista, vive a Imola con Tiziana, ha un figlio di nome Jan) e un altro piede in quella che di solito si chiama fantascienza (ne ha scritto con Riccardo Mancini e Raffaele Mantegazza). Con il terzo e il quarto piede salta dal reale al fantastico: laboratori, giochi, letture sceniche. Potete trovarlo su pkdick@fastmail.it oppure a casa, allo 0542 29945; non usa il cellulare perché il suo guru, il suo psicologo, il suo estetista (e l’ornitorinco che sonnecchia in lui) hanno deciso che poteva nuocergli. Ha un simpatico omonimo che vive a Bologna. Spesso i due vengono confusi, è divertente per entrambi. Per entrambi funziona l’anagramma “ride bene a librai” (ma anche “erba, nidi e alberi” non è malaccio).

Un commento

  • Una nota di lettura che condivido pienamente. Nel mio caso, l’attesa di leggere un nuovo romanzo di Sawyer era così densa di aspettative che poi è stata delusa da questa storia. Il suo killer on-line resta un libro che ha fatto la storia della fantascienza.

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