Le scimmie dell’uomo

 

 Alcune considerazioni sul film «Il pianeta delle scimmie» di Frank J. Schaffner

di Fabrizio (“Astrofilosofo”) Melodia   

«E questo completa il mio ultimo rapporto prima di toccare la meta. Ora la navigazione è totalmente automatica: siamo nelle mani dei calcolatori. Ho sprofondato l’equipaggio in un lungo sonno in cui li raggiungerò presto. Fra meno di un’ora saranno sei mesi che abbiamo lasciato Cape Kennedy. Sei mesi nei profondi spazi. […] Visto di qui… tutto sembra così diverso. Il tempo, lo spazio qui perdono… di significato. L’individualità è annientata. Io… mi sento solo». Così il capitano Taylor, poco prima di entrare in stato di ibernazione.

Anno 3978. La missione umana nello spazio sta per entrare nella storia, con il tentativo di mandare quattro astronauti, tre uomini e una donna, oltre il sistema solare.

Tutto sembra calcolato alla perfezione, ogni cosa dovrebbe filare liscia come l’olio.

Il capitano Taylor osserva lo spazio senza nostalgia, spera di trovare qualcosa di migliore dell’uomo oltre il muro del cosmo e della velocità della luce.

Dormirà un sonno profondo, mentre la nave, completamente automatica, veleggerà sicura nell’immenso vuoto cosmico.

Avrà un brusco risveglio, il cinico e disilluso capitano Taylor.

L’astronave precipita in un lago e l’equipaggio deve in fretta e furia abbandonare il veicolo, non senza prima essersi accorto, con orrore, che la donna è morta a causa di un guasto del meccanismo di criogenia.

Conquistata la riva, Taylor, insieme a Landon e Dodge, vagano per un territorio montuoso, fino a quando non si imbattono in un gruppo di uomini primitivi, cacciati da scimmie antropomorfe armate di fucili e da una rudimentale macchina fotografica con cui immortalare le gesta.

Durante questa battuta di caccia, Dodge viene ucciso da una pallottola, mentre Taylor e Landon sono fatti prigionieri dalle scimmie. Taylor riporta inoltre una ferita alla gola che gli impedisce temporaneamente di parlare.

Portati nella città, Taylor scopre che le scimmie hanno raggiunto un alto grado di evoluzione a livello preindustriale, mentre gli uomini, che non sanno nemmeno parlare, vivono nelle caverne e sono appunto cacciati come bestie e cavie da laboratorio per esperimenti scientifici.

Rinchiuso con una bella e primitiva umana, che Taylor chiamerà Nova, il capitano riuscirà fortunosamente a evadere, scoprendo così che il suo compagno Landon ha subito una lobotomia.

Catturato ancora, riceve la visita da parecchi scienziati, del tutto simili a scimpanzè, mentre i guerrieri sono simili a gorilla e i politici a oranghi.

Gli scienziati Cornelius e Zira, dissidenti e rivoluzionari, si interessano a Taylor per il fatto che muove le labbra e ha gli occhi vivaci, segno delle sue probabili capacità verbali e della sua intelligenza.

« “L’Onnipotente creò la scimmia a sua immagine e somiglianza. Le dette un’anima e una mente, e la volle separata dalle bestie della foresta. E la fece padrona del pianeta”. Sacre verità che sono di per sé manifeste. Lo studio che si addice alle scimmie è quello della scimmia. Ma alcuni giovani cinici hanno scelto lo studio dell’uomo. Sì… scienziati perversi che avanzano un’insidiosa teoria chiamata… evoluzione».

Il dottor Zaius invece ne è molto preoccupato, persino spaventato, tanto da cancellare alcune scritte che Taylor disegna per terra, per farsi capire da Cornelius e Zira.

Preso dalla disperazione, Taylor riesce a prendere un foglio e una matita con cui Cornelius prendeva appunti e scrive semplicemente il suo nome.

Protetto dai due scienziati, riesce finalmente a guarire e a parlare con loro.

I due scimpanzè sono assolutamente affascinati da lui: questo sembrerebbe confermare le teorie rivoluzionarie di cui Cornelius è il portatore, ovvero che la scimmia discenderebbe dall’uomo.

Infatti, prima del suo arrivo, Cornelius stava cercando inutilmente i permessi per una spedizione archeologica nella Zona Proibita, dove si celano sepolti i manufatti della civiltà precedente a quella delle scimmie.

Purtroppo il dottor Zaius è ben conscio di quello che sta accadendo e indice un processo farsa dove fa condannare Taylor alla lobotomizzazione, dopo una tremenda arringa che non lascia scampo a colui che considera un vero e proprio mostro sanguinario.

«Perché sei un uomo. […] E per quanto ne so credo che la sua saggezza cammini di pari passo con la sua idiozia, e che le passioni guidino il suo cervello e che sia un essere bellicoso che dà battaglia a tutto ciò che lo circonda, perfino a se stesso».

Taylor viene aiutato da Cornelius e Zira a mettersi in salvo, insieme a Nova. Si inoltrano verso la Zona Proibita, dove l’astronauta spera di poter raccogliere delle prove che gli permettano di salvarsi.

Nella zona rocciosa che costeggia un mare, Taylor e gli altri scoprono resti di umana fattura, una bambola parlante, un paio di occhiali e una valvola cardiaca.

Zaius li raggiunge con un gruppo armato e ingaggia uno scontro con Taylor, il quale riesce ad aver ragione delle scimmie e a prendere prigioniero Zaius.

Lo scienziato ammette da tempo di essere a conoscenza del fatto che le scimmie discenderebbero dagli umani, estremamente evoluti in un’epoca remota ma poi sterminati a vicenda in una guerra di tutti contro tutti, propria della loro natura bellicosa.

Alla fine, Zaius acconsente a lasciar andare Taylor e Nova, ritenendo che l’unico modo per non creare una vera e propria scossa a livello culturale sia che l’uomo evoluto semplicemente scompaia, come una triste anomalia.

Cavalcando con Nova su per il litorale, Taylor giunge alla fine alla comprensione della vera natura di quel luogo. Infatti vede affiorare dall’acqua la Statua della Libertà.

E’ tornato a casa, alla fine. Per qualche strano e inesplicabile motivo, l’astronave è tornata sulla Terra dopo un lungo viaggio, forse a causa di una distorsione spazio-temporale, precipitando in un mondo ancora sconvolto dal lontane guerre atomiche, in cui le radiazioni hanno decimato l’umanità, facendola regredire a uno stadio bestiale e permettendo alle scimmie di sostituirli sul pianeta.

«Sono a casa… sono a casa. L’astronave… è ricaduta sulla Terra sconvolta dalle esplosioni atomiche. Voi, Uomini… l’avete distrutta! Maledetti, maledetti per l’eternità! Tutti!».

Tremenda pellicola uscita nel 1968, in pieno clima della contestazione studentesca e dei moti rivoluzionari in gran parte del pianeta, «Il pianeta delle scimmie», diretto con mano sicura da Frank J. Schaffner – e con l’apporto alla sceneggiatura di Rod Serling (reduce dalla meravigliosa prova della serie televisiva culto «Ai confini della realtà») – è tratto dal romanzo del francese Pierre Boulle: rimane una pietra miliare nella filmografia fantascientifica, di recente è stato inserito nel National Film Registry per la conservazione del patrimonio cinematografico statunitense.

La profonda riflessione sulla natura belluina dell’uomo da una parte e di come sia impossibile trovare nell’universo qualcosa di diverso e di migliore dell’uomo dall’altra sprofonda la Ragione negli abissi più neri della disperazione.

Non esiste uscita per l’essere umano, se non rimanere in una sorta di blando e oscurantista medioevo, pena altrimenti l’autodistruzione reciproca assicurata.

La Ragione umana non costituisce un baluardo contro la marea nera della bestialità e dell’istinto di morte, in netta contraddizione con quanto si potrebbe pensare.

L’essere umano qui non è visto in funzione della conservazione della specie, ma nel pieno espletamento delle sue funzioni sessuali aggressive, in cui la forza dinamica è sublimata nelle bombe che distruggono e fanno regredire l’umanità.

Un oscuro destino di nascita, decadenza e distruzione, una spirale perforante che non lascia adito a dubbi di alcun genere, circa la reale natura della ragione pratica.

Non esiste un sapere buono e tutto ciò che l’essere umano compie in avanti è un passo che avvicina alla distruzione dell’altro da sè, di ciò che impedisce al mio Io Personale di espandersi.

Le scimmie hanno imitato bene l’essere umano, ricreando una civiltà che risulta essere la parodia neanche tanto velata della nostra, che vede nella creatività e nel libero pensiero un passo verso la morte.

Meglio che la Verità sia risaputa solo da una cerchia ristretta di persone, studiosi simili agli oranghi, e che il popolo continui a vivere nelle consuetudini e nella pace imposta, divertendosi a cacciare gli esseri inferiori durante le feste e ad assistere agli agoni.

Gli eretici devono essere messi alla berlina, se non condannati a morte.

«È interessante contemplare una plaga lussureggiante, rivestita da molte piante di vari tipi, con uccelli che cantano nei cespugli, con vari insetti che ronzano intorno, e con vermi che strisciano nel terreno umido, e pensare che tutte queste forme così elaboratamente costruite, così differenti l’una dall’altra, e dipendenti l’una dall’altra in maniera così complessa, sono state prodotte da leggi che agiscono intorno a noi. Queste leggi, prese nel loro più ampio significato, sono la legge dell’accrescimento con riproduzione; l’eredità che è quasi implicita nella riproduzione; la variabilità per l’azione diretta e indiretta delle condizioni di vita, e dell’uso e non uso; il ritmo di accrescimento così elevato da condurre a una lotta per l’esistenza, e conseguentemente alla selezione naturale, che comporta la divergenza dei caratteri e l’estinzione delle forme meno perfette. Così, dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire, cioè la produzione degli animali superiori. Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione di vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme, o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi». Così Charles Darwin in «L’origine delle specie” (nella traduzione di Celso Balducci).

Tale asserto cade in palese contraddizione con quanto i fatti dell’autodistruzione umana mettono in luce, ovvero che la forma più perfetta in natura arriva ad autodistruggersi, senza possibilità di sorta.

Oppure ne è la triste conferma.

Raggiunto l’apice, la forma più perfetta tende a non avere nemici naturali con cui essere tenuta sotto controllo e raggiungere dunque un equilibrio con le altre forme circostanti. Tende dunque ad affermare se stessa, cambiando, distruggendo e governando con forza e prepotenza tutto ciò che la circonda compreso il proprio simile.

In realtà, dunque, la Ragione umana non è altro che il prodotto di questa forza cieca che pone rimedio a se stessa prima che la libertà di morte conduca alla triste fine.

Un mondo in cui l’uomo è regredito e la vita può ricominciare timidamente ad affiorare, certa che le nuove creature che l’evoluzione ha portato alla luce, non avranno modo di farle del male.

La maledizione della natura, ancora una volta, ha la meglio sulla Ragione e su qualsiasi presunsione dell’uomo di ergersi a re del creato.

Redazione
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