Le catastrofi e il cambiamento che urge

testi di Gian Luca Garetti e di Ivano Spano (e nell’immediato un aeroporto da non fare)

IMMAGINARE UN OLTRE

Cosa vuole dire cambiamento oggi? In quali direzioni e con quali strumenti possiamo tentare di orientarlo? Domande difficili che poche volte sono al centro di analisi e proposte. Nulla è più da decidere, la democrazia si è svuotata di qualsiasi significato, il dominio del mercato non ha alternative. Tuttavia l’esigenza di immaginare un “oltre” non smette di alimentare pensiero critico e azioni di ricostruzione dal basso dei legami sociali: concetti come comunità, territorio, autogoverno, decrescita aprono ovunque percorsi di ricerca di senso, processi tramite i quali nuove forme di vita sociale premono per venire alla luce. «Si può interpretare, allora, la crescente attuale insoddisfazione della gente verso la politica e i politici come un “indicatore di salute” della democrazia – scrive Ivano Spano nel saggio Per l’autogoverno della società civile (Nexus Edizioni), di cui pubblichiamo un paragrafo -, come l’esigenza inderogabile di immaginare un “oltre”, una radicale trasformazione dell’attuale stato di cose»  (Comune-info)

Mercato Ecosolpop promosso nello spazio sociale autogestito di Scup a Roma

di Ivano Spano (*)

Immaginare un “oltre”

[…] Contro l’imperialismo del mercato e l’omologazione indotta dai processi di globalizzazione, contro la rottura dei legami sociali, la solitudine dell’uomo globale, la perdita di senso e il vuoto dell’esperienza, la crescita delle differenze tra ricchi e poveri del mondo, contro la frammentazione sociale della società degli esclusi si colloca l’esigenza di una rinascita, la riconcettualizzazione della dimensione locale, la rinascita dell’idea di comunità, la ricostruzione dello spazio pubblico a partire dalle esperienze concrete – che oggi si stanno moltiplicando in tutto il mondo – di riappropriazione cooperativa/solidale di spazi per l’abitare e per il produrre, strumenti per la creazione di una radicale trasformazione dell’immaginario sociale.

La “comunità possibile” (De La Pierre, L’etnicità comunitaria) come il prodotto di relazioni fra differenze che trovano riconoscimento reciproco e regole di convivenza e accordo su comuni progetti (“solidarietà vissuta”), facendo evolvere i processi di partecipazione dalle forme di adesione a progetti predeterminati verso l’auto-promozione progettuale capace di valorizzare le capacità espressive di tutta la comunità insediata e gemmare forme e istituti di autogoverno rivolti allo sviluppo di tutta la comunità stessa:

Solo nel saper costruire si da la possibilità del saper abitare inteso non come l’abitare qualcosa ma come qualcosa che abita in no

(M. Heidegger, Saggi e discorsi).

Anche per Gorz (André) la comunità è lo spazio in cui si incontrano persone ‘fuori ruolo’, prive della divisa usualmente indossata nel mondo sociale. È la sfera delle relazioni non mercificate e non burocratizzate, esterne ai circuiti del denaro e del potere, che sopravvive negli interstizi della società con un’esistenza per definizione precaria, non potendo istituzionalizzarsi senza distruggersi

(V. Pazé, Il comunitarismo).

Affrontare la posta in gioco della comunità, del locale e pensare alla sua rinascita significa, altresì, considerare la ricostruzione sociale del territorio non più solo in termini economici ma anche politici e culturali, collocandoci pienamente nella prospettiva di una società del “dopo-crescita”.

Barcellona, 6 e 7 aprile 2019: Forum sociale mondiale delle Economie di trasformazione

Rilocalizzare: per una rinascita del locale

La rilocalizzazione è considerata dall’economista Serge Latouche, “teorico” della decrescita, lo strumento strategico più importante per avviare e realizzare il processo di radicale cambiamento della realtà economica, sociale e politica attuale, superando l’“inferno della crescita” e le sue catastrofiche conseguenze (S. Latouche, La scommessa della decrescita).

Rilocalizzare significa avviare un processo tendenziale di produzione a livello locale della maggior parte dei prodotti necessari alla soddisfazione dei bisogni della popolazione insediata, attraverso una rivalutazione delle risorse locali (materiali e umane), la ridefinizione di nuove forme sociali di produzione ( patto sociale tra detentori di capitale e lavoratori, principio di sussidiarietà del lavoro e della produzione per il superamento del lavoro dipendente, affermando, in particolare l’applicazione dell’Articolo 43 della Costituzione), la riconversione dei processi produttivi attuando risparmi energetici e l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili, utilizzando materiali riciclabili e producendo beni durevoli (contro l’ideologia e la cultura dell’usa e getta), riqualificando la qualità di ogni prodotto (e di ogni servizio).

La “ricetta culturale” per tutto questo è alquanto semplice e richiede solo il coraggio di sperimentarla e realizzarla compiutamente: meno quantità, più qualità, ossia più relazioni! (R. Normann, La gestione strategica dei servizi).

La necessità di rivitalizzare il locale è, di fatto, strategica come risposta decisiva al fallimento del sistema capitalistico e ai disastri indotti dalla globalizzazione.

Chiaramente, si pongono consistenti e delicati problemi di transizione nonché la necessità di costruire con urgenza e attraverso l’universo dei contributi possibili, una immagine del futuro sufficientemente condiviso per essere auspicabile e, sufficientemente, credibile perché promuove dalla piena consapevolezza delle valenze e dei significati delle esperienze in atto e tale da poter avviare una serie di azioni capaci di poterne gettare le basi. Quindi,

Un processo politico che permetta alla popolazione di stabilire il massimo che ciascuno può esigere, in un mondo dalle risorse manifestamente limitate; un processo che porti a concordare entro quali limiti va tenuto l’aumento degli strumenti; un processo che incoraggi la ricerca radicale intesa a far sì che un numero crescente di persone possa fare sempre di più con sempre di meno. Un programma del genere può ancora apparire come utopistico al punto in cui siamo: se si lascia aggravare la crisi, lo si troverà ben presto di un realismo estremo

(Ivan Illich, La convivialità).

Sembra, questa, apparire come l’unica via per la ricostruzione dei legami sociali la cui scomparsa ha reso sempre più fragile il rapporto tra “io” e “tu”, consegnandoci all’individualismo astratto, all’egoriferimento che poi precipita nell’individualismo consumistico e, alla fine, colti da angoscia e sensi di colpa, ci induce inconsciamente a correttivi e a riparazioni attraverso azioni di “solidarietà” e di assistenza volontaria.

Ritrovare il rapporto con il legame sociale significa fattivamente aver accesso alla creazione sociale dei significati e porre in essere la dimensione normativa (trasformativa e regolativa) della società.

Anche i bisogni umani sono una creazione sociale: abbiamo bisogno di ciò a cui diamo valore. Se non istituiamo valori non avremo alcun sviluppo di bisogni. I valori sono un prodotto sociale a cui ognuno deve contribuire al fine di restituire alla società la sua natura relazionale, di sistema aperto, auto-creativo, auto- trasformativo, auto-regolativo.

La rilocalizzazione deve avvenire anche a livello politico

Takis Fotopoulos (La crisi dell’economia di crescita in Complessità sistemica e sviluppo eco-sostenibile) parla a questo riguardo di “democrazia inclusiva” che vede nel livello locale la possibilità concreta per cambiare l’intera società a partire da un rinnovato impegno a livello delle municipalità. In questo modo, la politica non sarebbe più una tecnica per detenere il potere ma rappresenterebbe l’autogestione della società da parte dei suoi membri.

Il grande problema di una politica di emancipazione sta nel trovare i modi per unire tutti i gruppi sociali che formano la base potenziale del nuovo soggetto di liberazione, per accumunarli attorno a una visione del mondo comune, a un paradigma condiviso che attacchi chiaramente le strutture attuali che continuano a concentrare il potere a tutti i livelli e il loro sistema di valori.

Il locale rappresenta lo spazio in cui sperimentare pratiche di rafforzamento dell’esercizio della democrazia: laboratori di analisi critica e di autogoverno della cosa pubblica.

Nella nostra società dell’individualismo, della competitività, della perdita dei legami sociali, della solitudine, l’associarsi è un compito in salita specialmente se si vuol mettere insieme i più deboli, coloro che senza un legame comune rimarrebbero schiacciati dalla diseguaglianza di condizione e dalle insidie dei poteri economico e politico costituiti.

“L’homo civicus è la risposta a questi poteri sociali, è l’aristocrazia delle virtù pubbliche in lotta contro le élites della politica e dell’economia”

(Franco Cassano, Homo civicus. La ragionevole follia dei beni comuni).

L’homo civicus non è semplicemente la società civile ma la società civile che si associa e si occupa della cosa pubblica. L’esercizio della cittadinanza diventa, allora, una funzione essenziale per la rinascita della società contemporanea: l’unica forma attraverso la quale gli interessi comuni sono al centro dell’attenzione di ogni individuo, senza imposizioni dall’alto.

Pic-nic multietnico e l Coro Zenzerei al Castello Savelli di Palombara per Atto contrario

Sono numerose le comunità indigene latinoamericane che hanno scelto di misurarsi, nella vita di ogni giorno, con la bussola dell’autogoverno. La foto è di Massimo Tennenini

“Partito” è un participio passato e testimonia una partenza avvenuta in tempi precedenti, mentre la cittadinanza deve partire continuamente, deve rinascere ogni giorno. La “cittadinanza attiva” è questa continua partenza che non legittima nessuna delega data una volta per tutte.

L’ homo civicus è un’idea più alta di responsabilità, e la sua critica non nuove da banali semplificazioni, sa bene che è molto difficile costruire l’autogoverno degli uomini, ma ha deciso di provarci, di provare ad associare le ‘persone aristocratiche’ ai più deboli, evitando che si facciano cooptare dai più forti

(Cassano F., Homo civicus).

Una nuova concezione della democrazia implica quindi, necessariamente, un’idea diversa di cittadinanza che non può non abbracciare gli aspetti economico, politico, sociale e culturale. La “cittadinanza politica” si centra sulla idea di homo civicus, comporta nuove forme politiche e il ritorno alla concezione classica della politica: la democrazia diretta.

La “cittadinanza economica” implica la definizione e costituzione di nuove strutture economiche di proprietà e gestite dalla comunità, nonché il controllo delle risorse economiche: la democrazia economica.

La “cittadinanza sociale” comporta la definizione e la realizzazione di strutture di autogestione dei processi produttivi e del lavoro, della produzione di servizi, nonché la democratizzazione della famiglia (il superamento delle disparità in essa ancora presenti) e nuove strutture per il benessere collettivo: la democrazia sociale.

La “cittadinanza culturale” definisce il luogo ed è il prodotto dell’incontro/scontro tra le diverse esperienze, determina il controllo dei mezzi di informazione e lo sviluppo di tutte le potenzialità e manifestazioni espressive del soggetto umano (le arti).

Potremmo definire questa cittadinanza come “cittadinanza democratica” che presuppone una concezione ‘partecipatoria’ (dal basso) della cittadinanza attiva.

Su questa base assume ulteriore significato il concetto di “democrazia inclusiva” nella sua articolazione di “democrazia politica”, “democrazia economica”, “democrazia sociale” a cui si aggiunge il concetto di “democrazia ecologica” intesa come legame stabile e ineludibile tra realtà sociale e natura. L’inserimento reale (e non ideale) della prospettiva ecologica in un progetto politico democratico radicale è assolutamente indispensabile o, meglio, ne è il fondamento attraverso cui mettere in discussione i valori che reggono l’attuale società.

Non si può più riflettere sul concetto e sui significati della democrazia senza mettere, prima di tutto, in discussione la natura e il funzionamento di un sistema, il sistema capitalistico, nel quale il potere, dunque la sfera politica, è in mano ai nuovi padroni del mondo, al capitale finanziario e alle oligarchie del denaro.

Chi non vede che aldilà dei travestimenti della scena politica e della “farsa” elettorale (presunta democrazia delle “primarie”, quotidiano e rinnovato appello alle necessità delle riforme, “questione morale”, lotta alla corruzione, austerità, tagli e rigore…) le decisioni e le leggi del governo sono direttamente espressione degli interessi delle varie lobby (che sono, inequivocabilmente, antidemocratiche).

Se il dominio (attualmente incontrastato) di queste lobby (e dei poteri militari) dimostra l’affermazione di una società liberale “forte”, non dimostra, contemporaneamente, il consolidamento di una democrazia “forte” ma il suo progressivo, drammatico impoverimento e vulnerabilità, compreso la perdita delle capacità di governo e il potere dei singoli Stati, nonché l’estensione delle diseguaglianze tutte (G. Lannes, Il grande fratello. Strategie del dominio).

Si può interpretare, allora, la crescente attuale insoddisfazione della gente verso la politica e i politici come un “indicatore di salute” della democrazia, come l’esigenza inderogabile di immaginare un “oltre”, una radicale trasformazione dell’attuale stato di cose.

“La democrazia prospera quando aumentano per le masse le opportunità di partecipare attivamente, non solo attraverso il voto ma con la discussione e attraverso organizzazioni autonome, alla definizione -e aggiungiamo noi alla gestione- delle priorità della vita pubblica”

(C. Crouch, Postdemocrazia).

È per questo che la rinascita, la rivitalizzazione della democrazia, potrà realizzarsi, con carattere di maggior immediatezza, piuttosto che come utopia di una democrazia universale, come democrazia locale.

(*) Docente presso l’Università di Padova è anche psicoanalista e Segretario generale dell’Università internazionale delle Nazioni Unite per la pace. Da alcuni anni è anche Commissario straordinario dell’Istituto Statale per Sordi di Roma. Con Paolo Maddalena e altri è tra gli animatori dell’associazione Attuare la Costituzione. Ha aderito alla campagna di sostegno di Comune “Ricominciamo da 3“.

QUESTO TESTO E’ RIPRESO da COMUNE-INFO; intorno a questi temi vedere anche https://comune-info.net/2019/04/una-valida-utopia-contro-la-catastrofe/

L’ECOLOGIA ANTICAPITALISTA E LE MARCE DI PRIMAVERA

A proposito del Fridays for future e di un’ecologia che si trasformi in movimento di massa.

di Gian Luca Garetti (*)

Decine di migliaia di persone si sono messe in marcia, in questi giorni di primavera, in tutta Italia, a cominciare dai giovani del Fridays for future, per opporsi alla crisi ecologica, alla sudditanza ed alle devastazioni sociali ed ambientali prodotte dagli interessi di grandi poteri economici e politici e delle mafie, per fermare il riscaldamento globale, le grandi opere, il TAV, l’agricoltura chimica, gli aeroporti, gli inceneritori etc.

Un’ecologia movimento di massa, non più piccola minoranza di amanti della natura o di specialisti accreditati, che lotta per uscire  dalla crescente insostenibilità sia climatica, sia socio-economica, indotta dal capitalismo neoliberale.

‘L’esigenza ecologista è nella propria specificità, una dimensione indispensabile della lotta contro il capitalismo’  (1)

Una questione ecologica che va oltre il problema della semplice difesa della natura, cui il capitalismo ha estratto tutte le risorse possibili riempendola di scarti, e che mette in pratica strategie offensive per recuperare polmoni verdi, e liberare territori abitabili dallo sfruttamento, si pensi al Parco agricolo della Piana, minacciato dalle lobbies del potere politico, economico, finanziario.

– Circa 8000 persone hanno preso parte alla marcia NO aeroporto, SI Parco della Piana FI-PO-PT, sabato 30 marzo. Vedi video.

L’ecologia è solo anticapitalista, perché  il capitalismo si mangia la vita e riduce allo stato di merda sia il pianeta, che il modo di vivere e relazionarsi a sè ed agli altri. L’ecologia NON è compatibile col capitalismo verde, altrimenti detto green washing o green economy, cioè altra opportunità di businnes, ulteriore mercatizzazione per estrarre profitto dalla natura e dalla crisi ambientale.

Per fortuna ci sono ancora tante persone che anziché aderire ai loro interessi immediati hanno voglia di cambiare la società, perché  ‘ la nostra sopravvivenza sulla terra è minacciata non solo dalla degradazione ambientale ma anche dalla disintegrazione del tessuto di solidarietà sociali e dei modi di vita psichici che necessitano quindi di una reinvenzione complessiva.’  (2) Perché  ‘ il potere capitalista si è delocalizzato, deterritorializzato, sia in estensione, ampliando la sua influenza  sull’insieme della vita sociale, economica e culturale del pianeta, sia in ‘intensione’, infiltrandosi dentro gli stati soggettivi più inconsci’ (3).

– Circa centomila persone c’erano il 23 marzo a Roma la Marcia per il Clima e Contro le Grandi opere,  in rappresentanza dei tanti movimenti italiani. Hanno sfilato per ore, per le strade della capitale, per sottolineare la gravità della crisi ecologica in atto, e per costruire una comune strategia ambientale-anticapitalista. Nel più totale silenzio mediatico, ovviamente.

– Aveva fatto da prologo, sabato 22 marzo, un convegno promosso da Genuino Clandestino, dal titolo: Cosmopolitiche, Pratiche e movimenti della transizione ecologica, al CSOA Forte Prenestino, di Roma. Genuino Clandestino, rappresenta un’ insieme comunità agro-ecologiche che si auto-organizzano per creare un nuovo modo di vivere collettivo, ‘genuino’  non artificiale, basato sull’autodeterminazione alimentare, sui sistemi di garanzia partecipata, per liberare territori disintossicati dal capitalismo e dalle agromafie.

E’ iniziata una primavera di pratiche politiche per scongiurare il disastro cui la gestione capitalistica del pianeta sembra condurci.

 

1) A.Gorz, Ecologia e libertà, in F.Guattari, Quaderni di Testalepre 2017-2018, a cura di A.Ghelfi, 2018.

2) F.Guattari, Caosmosi, in F.Guattari, Quaderni di Testalepre 2017-2018, a cura di A.Ghelfi, 2018.

3) F.Guattari, Le tre ecologie, in F.Guattari, Quaderni di Testalepre 2017-2018, a cura di A.Ghelfi, 2018.

(*) articolo tratto da Perunaltracittà

 

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