Il mondo post-Covid: cambio di paradigma?
L’economia è a un bivio sempre più complesso. I problemi che l’assillano e le sfide che deve risolvere stanno diventando sempre più grandi e difficili da affrontare. E ciò che dispera è vedere come l’economia si è trasformata in una sorta di grande totem a cui si rende un omaggio permanente e sottomesso. Vengono messe in atto azioni per proteggerla, presentandole come alternative per cercare di risolvere proprio i problemi che l’economia, per come la conosciamo, provoca. Emergono così economie “sostenibili”, “circolari” o colorate: siano esse “verdi”, “blu”, “arancioni”, “viola” o come vogliono essere chiamate o dipinte, ma che, senza tralasciare alcune buone intenzioni, finiscono per non mettere in discussione l’essenza perversa dell’economicismo né tanto meno del capitalismo.
Insomma, servirebbe un’altra economia, non semplicemente una nuova denominazione per quella esistente. Un’altra economia pensata e sostenuta nella piena validità dei Diritti della Natura e degli inseparabili Diritti Umani, in questo caso strutturata e proiettata da e per la Nostra America. Un’economia per un’altra civilizzazione che inizi con il capire che non stiamo vivendo un semplice cambiamento climatico. Siamo di fronte ad un collasso climatico nell’ambito del cosiddetto “antropocene”, che in realtà dovrebbe essere considerato come un “capitalocene”, sostenuto dal “fallocene” e dal “razzismocene”.
È evidente che non sarà facile superare tante superstizioni e fallacie travestite da scienza. Dobbiamo superare sia le visioni miopi che le reticenze conservatrici e prepotenti che nascondono e proteggono vari privilegi. Ciò, di contraltare al messaggio dominante, non può nascondere il fatto che in tutto il mondo si continuano a costruire strategie di azione diverse e plurali.(1)
Ciò che ci interessa è sottolineare che, a seguito delle tante riflessioni sviluppatesi soprattutto a partire dai primi anni ’70, la preoccupazione ambientale è entrata in scena a livello globale. Come data di riferimento abbiamo il 1992, durante la Conferenza delle Nazioni Unite su Ambiente e Sviluppo, tenutasi a Rio de Janeiro. Così la “comunità internazionale” si propose di articolare un modello di sviluppo che tracciasse parametri comuni per garantire l’auspicata crescita economica, il tanto sospirato benessere sociale, includendo il benessere ambientale dell’Umanità. Il punto di partenza di questa decisione è il Rapporto Brundtland, redatto nel 1987, che confrontava lo sviluppo con le esigenze ambientali.
Tutta questa complessità, da una prospettiva ecologica, è stata segnata dalla data in cui si è arrivati alla Sovracapacità della Terra, il 1° gennaio.
In definitiva, è necessario avviare il discorso riconoscendo i limiti ecologici dell’ambiente che ci ospita, accettando che gli esseri umani siano parte della Natura e mettendo ugualmente in discussione il sistema di riproduzione del capitale come base di crescenti disuguaglianze socioeconomiche e culturali. Sintetizzando, è necessario considerare altri obiettivi e altre azioni.
Interessante, qualcosa di nuovo. Bene.
Mi auguro che il libro venga quanto prima tradotto, poichè i dati forniti nel grafico e i ragionamenti sviluppati in estrema sintesi sono ampiamenti condivisibili.