Luigi Bernardi lo ricordo così

di Pierluigi Pedretti

Giorni fa in libreria girovagavo tra gli scaffali secondo lo schema usuale: saggistica (filosofia, storia, economia, sociologia nell’ordine) poi narrativa (innanzitutto quella di genere) infine la chicca finale: i fumetti, oggi detti graphic novel. Intravedo da lontano uno splendido volume cartonato tutto nero da cui letteralmente emerge un volto disegnato in chiaro-scuro: un uomo di mezza età, elegante, con occhiali a goccia, lo sguardo che fissa il lettore, una sigaretta accesa in bocca. Lo riconosco ben prima di leggere la scritta in rosso che ne annuncia titolo e protagonista. E’ «Lo Sconosciuto» di Magnus. Non è dell’autore però – il bolognese Roberto Raviola – che vi voglio parlare ma del suo conterraneo, Luigi Bernardi. La mia mente in uno strano corto circuito ha pensato in quel momento proprio a lui e non al Magnus pictor.

Forse una ragione c’è. Era l’inizio dell’estate 1982, quando fra i poveri espositori di un’edicola in un paese della Calabria vidi spuntare – seminascosto da altri giornali – innanzitutto un volto da duro, coperto in parte da un paio di occhiali neri. Era il viso di un uomo che si stagliava sullo sfondo di un cielo stellato mediorientale con un mitra nella mano destra, mentre la sinistra era impegnata per scavalcare un muro sul cui sfondo splendeva una scritta in rosso: Orient Express. Era la prima volta che vedevo Unknow (volutamente senza la N) disegnato da quel Magnus, mio mito adolescenziale per Alan Ford. Girata la copertina n.1 della rivista, lo sguardo era obbligato a cadere, in basso a destra, nella terza pagina, sull’editoriale firmato da un certo Luigi Bernardi, che parlava di fumetti e avventura. In verità egli scriveva di racconti per immagini. Grazie a quel direttore e alla casa editrice L’isola trovata, potei conoscere in una cavalcata di scoperte grafico-narative autori italiani misconosciuti che si affermarono definitivamente negli anni successivi (Giardino, Micheluzzi, Saudelli, Milazzo e Berardi, Ghigliano, Baldazzini) ma anche stranieri come Breccia, Munoz e Sampayo, Tardi, Lauzier…

Conclusasi purtroppo l’esperienza Orient Express, Bernardi mise a profitto la conoscenza nel settore per partecipare nel 1988 alla redazione del libro Destinazione Utopia per Eleuthera. Vi appariva un testo particolare, in cui lui si occupava di Corto Maltese. Si intitolava «Verso l’utopia», una vera e propria dichiarazione di affetto per il mondo del fumetto e della letteratura di genere. Una sorta di manifesto programmatico dei sogni di tutti coloro che amano l’avventura. Scriveva Bernardi: «E’ la nostra utopia. Quelle cose che non finiscono mai, dei sogni che si ostinano a ritornare, dei fantasmi che non si disperdono, dei ricordi che non si cancellano, delle immagini che si rincorrono, dei brividi che non si dimenticano. E’ l’utopia degli ideali che non si piegano agli avvenimenti. Che non si consumano col tempo. Che trovano sempre qualcuno convinto a farli propri».

Verso un Paese lontano, con un linguaggio quasi lirico, chiuse successivamente un periodo dell’esperienza di Bernardi, ma nel contempo ne aprì un altro, quello – inaugurato insieme a Luca Boschi – della casa editrice Granata Press, di cui il testo costituiva anche la fonte di ispirazione ideologica per pubblicare nuove riviste – Nova Express e poi Nero – con fumetti, racconti, interviste, recensioni e romanzi. Un laboratorio editoriale delle varie forme con cui si mostrava un aspetto stimolante della cultura di massa. Un invito al pubblico dei lettori a non accontentarsi, a essere esigenti e critici verso i nuovi lavori dei pubblicati Lucarelli, Cacucci, Ferrandino, Cesare Battisti, Marcello Fois, oggi affermati e a volte discussi autori di genere. Instancabile era il lavoro di Bernardi scopritore di talenti italici e di rilancio anche di scrittori stranieri trascurati fino a quel momento dall’editoria italiana: il grande Manchette, l’altro francese Raynal, il catalano Martin, i Paco Ignacio Taibo (padre e figlio) e Didier Daeninckx per citarne solo alcuni. Al termine dell’esperienza Granata Press – che colori le copertine di quei libri! – Bernardi iniziava la collaborazione con piccole ma propositive case editrici, progettando, traducendo e dirigendo nuove collane: Euronoir per Hobby e Work o Vox per DeriveApprodi con autori come Dantec, Jounquet, Simi o Nori. E il Leo Malet pubblicato da Fazi non è merito suo? Oltre venticinque anni di impegno come editore, traduttore, direttore di collane e consulente per case editrici piccole e grandi spinsero infine nel 1998 Bernardi a cimentarsi anche dall’altra parte della barricata editoriale, scrivendo di narrativa fino al 2013, l’anno della sua morte prematura e del suo ultimo romanzo, Crepe. Fu proprio grazie a uno dei suoi lavori narrativi – Tutta quell’acqua (2004) – che ebbi la fortuna di conoscerlo, quando un mio amico, Giuseppe Condorelli, lo invitò a Catania. Fu l’incontro con una splendida persona prima di tutto. Bernardi era uomo schivo ed essenziale, asciutto come lo era il suo scrivere, che voleva raccontare storie possibili o vere, «le sole capaci di restituire un po’ di quello che ci sta intorno, basta svaporarle del sovrappiù, ridurle alla trama di gesto, parola». Le parole possono essere usate come carezze o come lame. Bernardi le usava per tagliare, per infliggere ferite nelle coscienze addomesticate da anni di pensiero unico, per allontanarci dai luoghi comuni e dall’ipocrisia perbenista dei dominatori. La sua era una scrittura non pacificata, scarnificata dalla ridondanza di parole inutili. A una mia domanda su chi fossero le sue fonti di ispirazione, rispose: «Non so se si possa parlare di modelli, ad ogni modo: Truman Capote per la precisione con la quale coglie dettagli apparentemente di scarsa importanza, Agota Kristof per la scarnificazione stilistica, Leonardo Sciascia per il modo sornione con cui lascia intendere che le storie che racconta sono anche storie di un’altra storia». Lui raccontava di individui soli che si agitano, si muovono senza speranza nell’impossibile ricerca di costruirsi affetti e futuro. Emergeva così la sua idea di cosa fosse l’uomo, ridotto alla disperazione per una realtà apparentemente immodificabile, fatta di dolore e mancanza di solidarietà. Penso che Luigi Bernardi, uomo esigente e sobrio, cercasse sul suo cammino di scrittore un lettore critico e consapevole, spietato se è il caso. Come lo era lui. «Mi interessa che le insinuazioni contenute nei miei testi, il loro essere in qualche modo perturbanti, non inducano il lettore a una serenità artificiale, anzi gli provochino nel peggiore dei casi un rigetto, nel migliore un fastidioso e prolungato rumore di fondo, che non lo lascia tranquillo».

Per approfondimenti:

Associazione Culturale Luigi Bernardi

via Bernini 1/1 – 40138 – Bologna

associazione.luigibernardi@gmail.com

LE FOTO – scelte dalla “bottega” – SONO RIPRESE DALLA RETE: per entrambe è indicato “Il fatto quotidiano” come fonte

 

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