Ma per Erdogan l’unico curdo buono è quello morto

Riflessioni di GIANNI SARTORI su Ismail Besikci, voce coraggiosa, e sulle istituzioni italiane (e vaticane) che accolgono Erdogan con tutti gli onori

Deve averne di coraggio l’accademico turco Ismail Besikci, imprigionato (quasi 17 anni) per i suoi scritti sulla questione curda. Sentite le sue ultime dichiarazioni. Alla domanda del quotidiano turco “Doraf” se «Afrin finirà come Kirkuk», Besikci – autore di “#1a1a1a;">Doğuda Değişim ve Yapısal Sorunlar”#1a1a1a;"> – ha risposto senza esitazione: «assolutamente no. Afrin è Kurdistan, con una popolazione di un milione di persone». E ha poi aggiunto: «Sin dall’inizio della guerra civile in Siria, Afrin è stata la zona più sicura. Più di 400.000 siriani hanno trovato rifugio ad Afrin».

Per Besikci quella innescata da Ankara «è una guerra contro tutti i curdi e deve essere vista come una guerra contro il Kurdistan».

Mentre anche in Turchia cresce il numero delle persone che la condannano (vedi i recenti arresti di chi aveva commentato negativamente i bombardamenti, vedi l’incriminazione dei medici, addirittura di una presentatrice televisiva…) la guerra operata dalla Turchia contro il nord della Siria prosegue inesorabile, nella sostanziale indifferenza dell’opinione pubblica mondiale; almeno di quella ingannata e resa vile dai principali media.

Suscita particolare ribrezzo l’atteggiamento degli Stati europei che pure hanno sicuramente beneficiato (l’Isis non ha risparmiato le metropoli europee) del sacrificio di centinaia di combattenti curdi caduti lottando contro i nuovi nazifascisti: Daesh & C.

Secondo Besikci «il presidente e il primo ministro stanno esercitando pressioni e la repressione contro la popolazione» per impedire non solo le proteste contro la guerra, ma persino che se ne parli (se non nei termini stabiliti dallo Stato turco).

In passato era stato il regime siriano a cercar di arabizzare questa regione curda. Ora è Erdogan che con le bombe intende impedire il costituirsi di una entità curda autonoma. E tuttavia Besikci si dice convinto che questo non accadrà in quanto «i curdi non accettano che l’ingiustizia capitata a Kirkuk si verifichi anche in Siria». Afrin verrà sostenuta perché qui la gente «difende il suo territorio» e «non ha abbandonato le case”. Non ripetendo a Afrin l’errore commesso a Kirkuk, ossia dividersi.

CHI E’ ISMAIL BESIKCI?

Qualche precedente storico per rinfrescarvi la memoria su Ismail Besikci. Per molti anni fu «l’unica persona non curda che in Turchia parlava con voce forte e chiara in difesa dei diritti del popolo curdo» e nel 1987 venne proposta la sua candidatura al Nobel per la Pace (richiesta non accolta per timore delle reazioni turche).

Ricordo che nell’aprile 1997 circolava un appello internazionale per la liberazione del sociologo turco e per la libertà di espressione e ricerca scientifica in Turchia. Un appello lanciato da Noam Chomski e Harold Pinter. Firmandolo si sottoscriveva una precisa richiesta al Parlamento europeo affinché operasse «in conformità alle proprie deliberazioni». Auspicando che questo avvenisse soprattutto «per quanto riguarda le condizioni statuite per l’ammissione della Repubblica turca all’Unione europea». All’epoca Besikci stava scontando una condanna a ben 67 anni nel carcere di Ankara. Era stato dichiarato colpevole di “separatismo” in base all’articolo 8 della legge antiterrorismo: «Sono proibite la propaganda scritta e orale, le assemblee, incontri e manifestazioni che in qualunque modo tendano a distruggere l’unità indivisibile del territorio e del popolo, a prescindere dalle modalità, dalle intenzioni e dalle idee di chi le effettua». Era stato condannato per i suoi scritti in cui affrontava l’ideologia fondativa dello Stato turco, il kemalismo, e gli aspetti sociali, culturali e politici della questione curda. Fra amnistie e periodici arresti, di anni in carcere ne ha trascorsi 17.

Le persecuzioni nei suoi confronti erano cominciate ancora nel 1967. In quell’anno aveva pubblicato “I mutamenti sociali delle tribù nomadi curde in Anatolia orientale”. Gli venne vietato di proseguire le sue ricerche e il suo lavoro venne bandito. Fu radiato dal registro dei docenti delle università di Erzurum e di Anknara e allontanato dal suo incarico di docente aggiunto di sociologia. I suoi articoli e libri furono censurati, proibiti e confiscati. Contro di lui, a partire dal 1971, erano stati avviati un centinaio di processi condannandolo a 67 anni di galera. La sua colpa? Essere uno dei rari accademici che mettevano in discussione l’ideologia kemalista e la politica dello Stato nei confronti della popolazione non-turca. Ricordo che il partito CHP ( Cumhuriyet Halk Partisi#1a1a1a;">Partito popolare repubblicano, all’opposizione rispetto a Erdogan) considerato da qualche “antimperialista” nostrano come “di sinistra” (socialdemocratico) ha raccolto in pieno l’eredità del kemalismo. Non a caso il CHP ha dato il suo sostanziale sostegno alla brutale aggressione dei militari turchi contro Afrin.

Dalla sua fondazione da parte di Mustapha Kemal (cioè Ataturk), la Repubblica turca non si è fermata nemmeno di fronte al genocidio. Prima con lo sterminio di 1.500.000 armeni e le deportazioni di massa, poi con la distruzione dei villaggi, le torture e le sparizioni dei “soggetti indesiderabili” nella guerra anti-curda.

Il 16 settembre 1996 la Corte europea per i diritti umani aveva condannato la Turchia per la distruzione dei villaggi curdi e altri 46 simili procedimenti di accusa venivano successivamente consegnati alla stessa Corte di Strasburgo dalla Commissione europea per i diritti dell’uomo.

Con i suoi libri e i suoi articoli Ismail Besikci difendeva, in base al diritto all’autodeterminazione, la legittimità della resistenza all’oppressione. Agli occhi delle autorità turche questo lo aveva reso colpevole del reato di “terrorismo”. Sempre negli anni novanta il governo turco fu costretto dalla pressione dei Paesi europei a sopprimere gli articoli 141 e 142 del Codice penale («sanzioni per propaganda mirante a distruggere il sentimento nazionale») su cui si basavano i verdetti più pesanti contro Besikci. A queste norme però si sostituiva l’articolo 8 della Legge anti-terrorismo che rende penalmente perseguibile ogni tipo di critica all’ideologia dello Stato turco.

«In pratica – scriveva nel 1997 Noam Chomski – questo significa abolire la libertà di espressione e la ricerca scientifica».

Nell’appello internazionale del 1997 si ribadiva anche che «tutti gli sforzi sul terreno dei diritti e delle libertà civili saranno vani senza la fine della guerra contro la popolazione curda» e si chiedeva al Parlamento europeo di «usare tutti gli strumenti a sua disposizione per contribuire a una soluzione politica del conflitto». Da allora le cose non sono cambiate, forse peggiorate, temo. La “questione curda” rimane irrisolta e di conseguenza la mancata democratizzazione della Turchia. E non solo della Turchia, ovviamente. Lasceremo che la soluzione sia quella (“finale”) messa in campo da Erdogan e dai suoi complici internazionali?

Mentre sta massacrando i curdi e trasformando la Turchia in un carcere, Erdogan viene accolto da Mattarella, Gentiloni e dal papa.

La notizia della visita di Erdogan a Roma (e in Vaticano) il 5 febbraio suscita molte proteste. Tale visita avviene in un momento particolarmente grave, coincidendo con un attacco militare portato da Ankara contro i territori curdi all’interno dei confini siriani, in aperta violazione della legalità internazionale. L’Italia e il Vaticano, più o meno consapevolmente, contribuiscono in tale maniera a legittimare l’operato di un regime che sta duramente reprimendo da mesi l’opposizione turca; e – da anni . la popolazione curda del Bakur, la regione curda all’interno dei confini turchi.

Esiste qualche trisye precedente. Nel 1996 venne ricevuto in Italia (sia dal sindaco di Roma che da quello di Venezia) Demirel, all’epoca presidente della Turchia. Si era appena concluso tragicamente (una dozzina di vittime) lo sciopero della fame di prigionieri politici, rivoluzionari di sinistra. Sciopero che evocando forse quello dei repubblicani irlandesi del 1981 aveva suscitato una certa indignazione nelle opinioni pubbliche europee. La visita di Demirel in Italia (come quella di poco precedente di Prodi in Turchia) contribuì sicuramente a ristabilire un’immagine relativamente decente della Turchia.

Un breve pro memoria: pur nel silenzio pressoché generale che circondava (e circonda, da allora non è cambiato proprio niente, se non in peggio) la questione dei diritti umani in Turchia e quella curda in particolare, lo sciopero della fame dei prigionieri nell’estate 1996 aveva goduto di qualche risalto sui media (ne parlò correttamente il TG3). Anche in quella circostanza furono i prigionieri curdi a iniziare lo sciopero della fame (il 27 marzo ‘96) con richieste espresse in 24 punti. Diecimila militanti prigionieri si davano il cambio ogni 10 giorni. Poi, verso aprile-maggio, aderirono molti prigionieri della sinistra rivoluzionaria turca. Furono proprio i militanti di alcune di queste organizzazioni che poi decisero di portarlo avanti fino alle estreme conseguenze. Morirono in 12: Altan Berdan Kerimgiller, Ilginc Oskeskin, Ali Ayata, Huseyin Demircioglu, Aygun Ugur, Mujdat Yanat, Hicabi Kucuk, Yemliha Kaya, Ayce Idil Erkmen, Osman Akgun, Hayati Can, Tahsin Yilmaz.

Ancora a luglio del 1996 il capo del governo Necmettin Erbakan aveva minacciato varie volte di far intervenire l’esercito nelle carceri. Tuttavia, forse temendo la condanna dell’opinione pubblica mondiale, si vide costretto a fare alcune concessioni. Si arrivò a un accordo che, pur non contemplando la totalità delle richieste, prevedeva migliori condizioni per tutti i prigionieri e la fine del sistema carcerario più duro. Eppure, benché minimi – a esempio non c’era quello sullo statuto di prigionieri di guerra – i punti dell’accordo non vennero rispettati.
 Lo sciopero era quindi ripreso, quasi senza soluzione di continuità con quello appena concluso, con la morte di altri quattro militanti.
 Da settembre, i prigionieri politici stavano preparando una ulteriore mobilitazione nelle carceri; il governo, venutone a conoscenza, il 22 settembre 1996 sferrava un attacco contro una quarantina di militanti ammassati nella stessa cella nel carcere di Amed (Diyarbakir): in 14 vennero assassinati (a sprangate, secondo l’organizzazione umanitaria Inshan Haklari Demegi). Non solo. I 23 feriti sopravvissuti all’aggressione vennero poi incriminati per «rivolta contro lo Stato» rischiando la pena di morte. Dato che lo Stato si era rimangiato le concessioni fatte ai prigionieri, i movimenti di opposizione turchi e curdi avevano indetto per il 27 settembre 1996 una giornata di protesta in tutto il territorio dello Stato. Era quindi apparso evidente che con l’attacco ai prigionieri del 22 settembre, l’esercito aveva voluto, in un colpo solo, anticipare la manifestazione e stroncare la ribellione nelle carceri.

All’epoca segnalavo alcune coincidenze che riguardavano il ruolo del nostro Paese in Medio oriente. Ai primi di settembre 1996, poco dopo la prima sospensione dello sciopero della fame, Romano Prodi era stato il primo capo di stato occidentale a recarsi in Turchia per incontrare Erbakan. Costui, forte anche della riconquistata “rispettabilità” di fronte agli alleati occidentali, potrebbe aver colto l’occasione per mettere in pratica quanto aveva minacciato in luglio. Come ho detto, successivamente – cioè a ottobre 1996 – Suleyman Demirel, presidente della Turchia, fu ricevuto dai sindaci Rutelli e Cacciari. Ciò ridiede fiato e credibilità internazionale al regime turco, permettendogli di agire contro i prigionieri e contro l’opposizione. Particolare non irrilevante, nel 1996 l’Italia era il terzo partner commerciale di Ankara e ancora oggi fornisce alla Turchia gli elicotteri Augusta Westland.

Appare evidente che l’attuale aggressione ai curdi di Rojava serve a rivalutare l’immagine, parecchio sbiadita, di Erdogan presso l’opinione pubblica turca, resa inquieta dalla crisi sociale e politica dilagante. Esasperandone i peggiori sentimenti sciovinisti e il malcelato, ma diffuso, razzismo nei confronti dei curdi. Mentre va incarcerando migliaia di oppositori di ogni genere (magistrati, deputati, insegnanti elementari, giornalisti, musicisti, docenti universitari… ora anche medici che osano contestarne la politica guerrafondaia) il governo di Ankara contemporaneamente muove le giuste pedine per preservare la sua “rispettabilità” a livello internazionale.

Presumibilmente Erdogan, l’uomo a cui i nostri rappresentanti stringeranno la mano, è anche il mandante dell’uccisione di tre militanti curde – Sakine Cansiz, Fidan Dogan e Leyla Saylemez (*) – assassinate nel gennaio 2013 da un infiltrato in rue la Fayette a Parigi. E’ anche l’ideatore degli attacchi ai villaggi e alle città curde di un paio di anni fa. Quando, mentre i combattenti curdi respingevano i fascisti di Daesh, l’esercito turco massacrava i civili nel Bakur, praticando un indiscriminato cecchinaggio su donne e bambine, con persone arse vive negli scantinati dove si erano rifugiate per sfuggire a bombardamenti e rastrellamenti.

Analogamente, l’attuale operato dei militari turchi in Rojava (bombardamenti su villaggi e campi profughi che hanno provocato centinaia di morti e migliaia di feriti fra i civili) ha tutte le caratteristiche del genocidio. Materiale da tribunale per crimini di guerra e contro l’umanità. Come quello dei nazifascisti a Gernika/Guernica nell’aprile 1937.

Ad Afrin (qui, va ricordato, hanno trovato rifugio e convivono – insieme ai curdi – cristiani, arabi, turkmeni, yazidi e i più vari profughi…) sono stati rasi al suolo quartieri interi e anche siti archeologici considerati patrimonio dell’umanità. Ma a livello dei media si strilla se i crimini sono targati Isis ma si tace se vengono dalle forze armate turche.

E TU, DA CHE PARTE STAI?

In un comunicato dell’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia si legge: «Il popolo curdo chiede una soluzione politica, pacifica e democratica, una pace duratura per tutti i popoli. È questo che ispira la sua resistenza. Vincerà perché crede nella liberta e nella forza degli esseri umani, come ha saputo dimostrare a Kobane, a Minbij, a Raqqa e dovunque esiste la crudeltà e la barbarie.

Ora noi vi chiediamo: da che parte state? Da quella del popolo curdo o da quella di Erdogan?».

A questa domanda hanno risposto, fra gli altri, i Giuristi Democratici, un’associazione impegnata a promuovere «la difesa ed attuazione dei princìpi democratici, di uguaglianza ed antifascisti della Costituzione della Repubblica, per la applicazione delle Convenzioni dei Diritti dell’Uomo, per la realizzazione di una Costituzione Europea autenticamente democratica, fondata sul ripudio della guerra». Coerentemente con tali presupposti, i Giuristi Democratici hanno protestato «contro l’accoglienza predisposta dal Governo italiano per il presidente turco Erdogan in occasione della sua visita a Roma per un colloquio con il pontefice. La visita di Erdogan, alla luce della persecuzione da parte del regime turco di avvocati, giornalisti, accademici e attivisti per i diritti umani, delle violenze in occasione delle operazioni elettorali e di atti commessi durante le operazioni di coprifuoco nei confronti della popolazione curda in Turchia, che appaiono costituire crimini contro l’umanità, costituisce una grave offesa al popolo italiano, alle istituzioni repubblicane ed alla Costituzione stessa».

Già in altre occasioni i Giuristi Democratici avevano «puntualmente documentato le violazioni dei diritti umani avvenute in Turchia» stigmatizzando l’operato del governo turco quando si è reso responsabile «in aperta violazione del diritto internazionale, di un attacco contro la popolazione del Cantone di Afrin, nel nord della Siria». Quindi, secondo i Giuristi Democratici, governo italiano e istituzioni democratiche non avrebbero dovuto «accettare questa visita di Stato senza tenere conto della brutale repressione compiuta dal regime turco contro la società civile e più in generale in violazione dei diritti umani».

Nonostante il tentativo di blindare Roma è comunque prevedibile che (come in tante altre città italiane) il 5 febbraio non mancheranno proteste e manifestazioni contro la visita di Erdogan. Un appuntamento è stato dato ai Giardini Castel Sant’Angelo, lato via Triboniano dalle 11 alle 14 di lunedì 5 febbraio. Partecipate! Per la giustizia, la libertà e per i Curdi. Che se lo meritano.

(*) cfr Terrorismo di Stato: ieri era Pretoria, oggi è Ankara

Redazione
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