Manca solo la “mordacchia”: un…

… impressionante rapporto di Amnesty nei campi italiani

Stavolta la Svizzera siamo noi: così potrebbe concludere qualche italiano di buona memoria leggendo l’ultimo rapporto di Amnesty International.

«Vietato l’ingresso ai cani e agli italiani» si leggeva, 50 anni fa, in Svizzera sulla porta di molti locali pubblici. Sul finire del 1800 ci furono assalti e tentati linciaggi contro i nostri emigrati; nel secondo dopoguerra la persecuzione fu più “pulita” ma altrettanto dura con leggi e referendum apertamente razzisti. Molti bambini italiani vissero nascosti nelle soffitte svizzere per anni: erano senza permesso di soggiorno e non avevano diritto alla scuola o a cure mediche. Si diffuse allora l’espressione «vedove bianche» per indicare quelle donne che, senza permesso di ricongiungimento familiare in Svizzera, vivevano per anni senza i mariti. Fu in quel periodo che Max Frisch, un grande scrittore svizzero, spiegò – con una frase diventata famosa – quello che era accaduto: «Volevamo braccia, sono arrivati uomini».

Ed è proprio questo il titolo – carico di una memoria tremenda – del rapporto, diffuso il 18 dicembre, da Amnesty International, sullo sfruttamento dei lavoratori migranti nell’agricoltura italiana.

La parola sfruttamento, pur se terribile, dice poco. Perciò occorre specificare: riduzioni continue dei già bassi compensi; pagamenti ritardati o spariti; offese e umiliazioni; condizioni di lavoro (e di alloggio) sotto ogni garanzia per la salute; orari di lavoro oltre i limiti; ricatti e mancate promesse (soprattutto del tipo: «a fine stagione ti metto in regola»). Sono queste le documentate conclusioni delle 24 fitte pagine di Francesca Pizzutelli, ricercatrice del Segretariato internazionale di Amnesty e autrice del rapporto che ha indagato prima a Milano, Roma, Rosarno e pochi mesi dopo a Latina, Caserta, di nuovo Roma.

Presentando il rapporto Francesca Pizzutelli ha sintetizzato: «Nell’ultimo decennio le autorità italiane hanno alimentato l’ansia dell’opinione pubblica sostenendo che la sicurezza del Paese è minacciata da un’incontrollabile immigrazione ‘clandestina’, giustificando in questo modo l’adozione di rigide misure che hanno posto i lavoratori migranti in una situazione legale precaria, rendendoli facili prede dello sfruttamento». Razzismo dall’alto dunque per garantire alti profitti. «Il controllo dell’immigrazione può costituire un interesse legittimo di ogni stato, ma non dev’essere portato avanti a danno dei diritti umani di coloro che si trovano nel suo territorio, lavoratori migranti inclusi»ha puntualizzato Pizzutelli.

Non sono purtroppo notizie sorprendenti ma l’autorevolezza di Amnesty ha, almeno in parte, bucato il muro di gomma dei media (presunti grandi) che normalmente non si interessano dei migranti se non per alimentare la suddetta “ansia”.

I numeri sono impressionanti: a Latina almeno uno su tre dei lavoratori agricoli è straniero; e a Caserta è lo stesso. Attenzione però: si parla di “regolari” (le famose quote) ma il sommerso è ben più numeroso nei campi e nelle serre, oltreché nell’edilizia e in altri settori dei quali però questa specifica ricerca si occupa solo di sfuggita. Così nell’area di Latina gli immigrati in agricoltura si aggirano intorno all’80 per cento e a Castel Volturno (in Campania) non sarebbero i 2900 “ufficiali” ma almeno 7mila.

Le paghe sono inferiori di circa il 40 per cento, a parità di lavoro, rispetto al salario italiano minimo concordato e gli “straordinari” (moltissimi) a volte non vengono neppure contati.

Racconta a esempio Sunny (ovviamente è uno pseudonimo): «Lavoro 9-10 ore al giorno dal lunedì al sabato, poi 5 ore la domenica mattina, per tre euro l’ora. Il datore di lavoro mi dovrebbe pagare 600-700 euro al mese; io contavo di mandare 500 euro al mese a mio padre in India. Negli ultimi sette mesi, però, il datore non mi ha pagato il salario intero. Mi dà solo 100 euro al mese per le spese. Non posso andare alla polizia perché non ho documenti: mi prenderebbero le impronte e dovrei lasciare l’Italia».

Nella zona di Latina il contratto prevede 6 ore e mezzo di lavoro al dì per 6 giorni in cambio di un salario lordo di 8,26 euro per ora. Quando – a giugno – Amnesty ha visitato la zona gli stagionali (perlopiù indiani) lavoravano invece 9-10 ore al giorno per 3 o 3,50 euro. Stessa situazione a Caserta.

Chi sono? Extracomunitari naturalmente (dall’Africa e dall’Asia) ma anche cittadini dell’Unione europea (perlopiù bulgari e rumeni) o provenienti da Paesi europei (come l’Albania) extra-Ue.

Colpa di padroni e padroncini e dei mancati controlli? Non solo. Come sottolinea Ai è la politica migratoria che di fatto incoraggia lo sfruttamento. Inoltre la condizione di “clandestini” non consente a queste persone di denunciare i soprusi.

Il rapporto completo è disponibile sia in italiano che in inglese su http://www.amnesty.it/ o si può richiedere all’ufficio stampa di Ai (06 4490224, press@amnesty.it).

Manca la mordacchia. O almeno l’indagine di Amnesty non la segnala anche se chi conosce bene le condizioni di lavoro nella raccolta della frutta sostiene che, in qualche luogo, è ricomparsa anche quella.

«Mordacchia?» si chiederanno in molti. Se andate a cercare su Wikipedia o su taluni vocabolari troverete che è uno strumento di tortura medioevale, una sorta di bavaglio di ferro. Una definizione incompleta. In realtà la mordacchia – una museruola chiusa da un lucchetto – era usata in Italia, ancora alla fine della seconda guerra mondiale, per impedire che durante la raccolta della frutta qualcuno si nutrisse “a sbafo”. Sparì ma solo dopo scioperi e dure lotte.

Se è possibile consigliare due letture supplementari a questo rapporto di Amnesty, eccone un consiglio letterario (ma realistico) e uno di attualità legislativa.

In due bellissimi romanzi – «Furore» e «La battaglia» – John Steinbeck raccontò le condizioni terribili, negli Usa degli anni ’30 del ‘900, dei braccianti e dei raccoglitori di frutta. L’autore sapeva bene di cosa parlava perché, per un breve periodo, aveva lavorato come bracciante.

A questi due romanzi che potrebbero essere la descrizione dell’Italia agricola di oggi, si può affiancare un libro pacato, e per questo ancor più impressionante, che indaga sui perché: si intitola «Razzisti per legge» di Clelia Bartoli. L’autrice sin dalle prime pagine si interroga se in Italia esista oggi un razzismo delle istituzioni. La risposta è un netto, drammatico sì.

SOLITA NOTA

Questo mio articolo è uscito, qualche giorno fa, sul sito di «Corriere dell’immigrazione» dove vi consiglio anche l’editoriale di Stefania Ragusa e “Ricorrenze natalizie” di Stefano Galieni. (db)

 

Redazione
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